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NEW ENGLAND - DUTCH COUNTRY E NYC
21 LUGLIO 2002 ITALIA - NEW JORK - CONNECTICUT
Ieri, io e Alex ci siamo sposati; fortunatamente tutto è andato meglio
del previsto, e questo ci ha reso ancora più felici. L’organizzazione ed
i preparativi del matrimonio sono andati di pari passo con i preliminari
del viaggio; l’apprensione e l’emotività dei giorni immediatamente
precedenti sono stati generati però più dalla “trepidazione”
pre-partenza che dall’ “ansia” pre-nuziale. In questa nuova avventura
vacanziera non saremo soli ( altro che Luna di Miele ! ) ma saremo
accompagnati ancora una volta dall’eroica coppia formata da Giuliano ed
Ornella.
Partiamo da casa puntuali alle 02:00. Il volo KLM parte dalla Malpensa
alle 06:40 per Amsterdam e poi verso New Jork JFK. Nonostante il rientro
a casa, dopo la festa, fosse avvenuto in un orario conveniente, siamo
piuttosto stanchi, ma sappiamo bene che l’eccitazione da partenza è
peggio della caffeina …
All’aeroporto Schipol dobbiamo subire l’interrogatorio di routine
relativo al bagaglio. Dopo l’11 settembre, come ci si può immaginare,
c’è stato un inasprimento delle misure di sicurezza. In numerose
occasioni il bagaglio a mano viene controllato e fatto passato sotto i
raggi X ; noi siamo un po’ apprensivi soprattutto nei confronti nei
nostri “preziosi” rullini fotografici.
Il volo verso New York è molto tranquillo e dura circa 7 ore. Calcolando
il fuso orario di – 6, arriviamo all’aeroporto JFK alle 13:30 circa.
Inaspettatamente non c’è nessuna coda al controllo passaporti e così, in
un batter d’occhio, ci ritroviamo al tapis roulant dei bagagli. Le
valige arrivano tutte… tranne la mia. Comincio a preoccuparmi quando per
molti giri ne rimane una uguale identica che nessuno ritira e che
appartiene ad un certo Gomez di Siviglia. Sono nel panico e penso già
alla vacanza rovinata per colpa di un cretino. Alex prende la situazione
in pugno e comincia a guardarsi in giro; chiedendo qua e là scopriamo
che il gruppo di spagnoli è appena uscito dalla zona bagagli… non so
come ci sia riuscito, fatto sta che il mio maritino trova il famigerato
Gomez ( con la mia valigia ) a pochi passi dal pullman che lo avrebbe
portato a Toronto !
Andiamo all’autonoleggio dove abbiamo prenotato la macchina e troviamo
dietro il bancone AVIS una tipa di bell’aspetto ma austera ( nemmeno
l’estro comico di Alex è stato all’altezza di strapparle un sorriso! ) .
Purtroppo non ci sono molte alternative sul tipo di auto, così optiamo
per una nuovissima PONTIAC VIBE con un bagagliaio sufficientemente
spazioso a contenere le 3 valige e lo zaino. Terminate le operazioni di
stivaggio, lasciamo la zona aeroporto ed attraversiamo i quartieri
periferici dai quali si intravede il profilo mutilato di Manhattan.
Ci dirigiamo verso il New England.
Il clima è caldo ed umido e questo ci coglie di sorpresa. La spossatezza
non si fa ancora sentire, così facciamo gli eroi e cerchiamo di
spingerci più a nord possibile. L’ideale sarebbe arrivare nei dintorni
di New London o Mystic sulla mid-coast del Connecticut. Nel tardo
pomeriggio arriviamo a Niantic e ci sistemiamo al SLEEP INN MOTEL.
Decidiamo di fermarci per due notti.
Prima di andare a coricarci, ceniamo da COSTANTINE’S sulla Main St. dove
sperimentiamo le prime ondate gelide di aria condizionata e sorseggiamo
l’acqua ghiacciata gentilmente offerta dalla deliziosa cameriera del
locale. Il nostro grido di battaglia sarà, d’ora in avanti: “No ice,
please”.
Welcome in America !
22
LUGLIO 2002 NIANTIC ( CT )
Oggi è il mio compleanno (
33 ! ) .
Facciamo una buona colazione in hotel circondati da affamate famigliole
extra-large… ma quanto ( e cosa ) mangiano questi americani ????
Ricevo anche un regalino da Ornella e Giuliano: che bella sorpresa ! Gli
orecchini sono molto belli e li indosso subito.
Decidiamo di partire per Mystic, che si trova a pochi chilometri da dove
ci troviamo.
E’ una bella cittadina sul mare, molto conosciuta per la fama dei suoi
importanti cantieri navali e per la fervente attività marinara, quindi
con l’immancabile porto e tanti negozi a tema. C’è anche un ponte
levatoio che attrae la nostra attenzione proprio mentre si solleva per
far passare un piccola flotta di splendidi velieri.
Facciamo una passeggiata in down-town e poi diamo un’occhiata al famoso
Mystic Seaport. La visita richiederebbe un bel po’ di tempo, ma
all’unanimità decidiamo di andare a vedere l’Aquarium di Mystic.
Non è molto grande, ma ci divertiamo. La cosa che ci affascina
maggiormente sono i beluga ( assomigliano ai delfini e sono bianchissimi
! ); per parecchio tempo rimaniamo dietro il vetro per ammirare i loro
volteggi sott’acqua. Poi ci sono i leoni marini, i pinguini, gli squali
e tante specie di esseri piccoli e piccolissimi come le meduse ed i
crostacei.
Dopo aver pranzato nel fast-food all’interno dell’ Aquarium, facciamo un
ultimo giretto fino ad imbatterci in un laghetto con delle meravigliose
ninfee che catturano il nostro interesse. Sono bellissime !
Un ultimo salutino ai beluga e poi via verso la prossima destinazione:
Gillette Castle. Per chi non sa cos’è ( non è la fabbrica dei rasoi ) è
la stravagante residenza progettate e costruita nel 1919 da William
Hooker Gillette, il famoso attore che impersonò Sherlock Holmes. Per
arrivare a East Haddam percorriamo una strada fra il bosco e le
praterie, quindi il panorama non è un granchè; arrivati a destinazione
troviamo il castello chiuso ( forse a causa dei lavori di
ristrutturazione ), quindi non ci resta che goderci il bel panorama sul
Connecticut River e scattare qualche fotografia.
Sulla strada del ritorno ammiriamo ancora le belle case bianche in stile
inglese con giardino curatissimo e l’immancabile bandiera stelle e
strisce davanti al portone di ingresso.
Facciamo poi una capatina su una bella spiaggia sabbiosa. Tira un fresco
venticello così, dopo la passeggiata di rito e ricolmati i polmoni di
aria salmastra, facciamo rientro in motel.
Per cena, ci facciamo una pizza da ILLIANO’S ( un simpatica pizzeria di
fronte al nostro hotel ) e poi a dormire.
23 LUGLIO 2002 NIANTIC ( CT ) -
HYANNIS ( MA )
Fatta colazione e caricati i bagagli, partiamo per raggiungere la nostra
prossima destinazione: Cape Cod.
Decidiamo però di fare una sosta a Newport ( RHODE ISLAND ) e dopo
un’oretta di macchina ( I-95 e la 138 ) raggiungiamo questa famosa
cittadina sul mare.
Fondata nel 1639, grazie alla sua posizione favorevole divenne ben
presto uno dei maggiori porti marittimi. Una curiosità: i capitani, al
ritorno da lunghi viaggi per indicare il loro ritorno a casa, ponevano
un ananas di fronte all’ingresso della loro casa. Oggi, a Newport,
questo frutto è il simbolo di benvenuto ai visitatori.
A Newport negli anni ’30 iniziarono anche le prime gare della celebre
America’s Cup.
Parcheggiata l’auto al sicuro ( è stipata di bagagli ! ), cominciamo il
nostro giretto a piedi. Thames St. è deliziosa
e pullula di gente. Il
“cuore” di questa cittadina è rappresentato dalla zona portuale: il
Bowen’s Wharf. Praticamente passiamo qui la maggior parte del tempo per
fotografare i bei scorci che il panorama offre e per ammirare i
splendidi velieri che attraccano o che sono pronti a salpare.
Giunge velocemente l’ora di pranzo. Ci facciamo sedurre da un coupon
distribuito in strada ed andiamo a mangiare nel ristorante
pubblicizzato: rimaniamo un po’ perplessi per il tipo di locale ( buio
ed al piano interrato ), poi ci accorgiamo che siamo gli unici clienti….
Il cibo è comunque di nostro gradimento e rimaniamo ugualmente
soddisfatti.
Un ultimo giretto a piedi e poi ripartiamo in macchina. Prima di
lasciare Newport, facciamo la “scenic road” segnalata dalla guida e che
ci conduce ad ammirare, solo dalla strada, le dimore più lussuose e le
ville appartenute un tempo a famiglie celebri come i Vanderbilt ed oggi
trasformate in musei con ingresso a pagamento.
Lasciamo così definitivamente il Rhode Island e puntiamo verso il
Massachussetts. Cape Cod è una lunga penisola a forma di uncino famosa
per essere la meta estiva di bostoniani e newyorkesi più o meno famosi (
Nel luglio 1999 John Kennedy Jr. precipitò con il suo aereo proprio qui,
nelle acque vicino a Martha’s Vineyard ).
Arrivati a Hyannis, ci sistemiamo in motel e, visto l’orario, ci
prepariamo per uscire a cena. Una gustosa pizza in un pub del centro e
poi a dormire.
Oggi il cielo è plumbeo e minaccioso; speriamo che domani sia una
splendida giornata di sole.
24 LUGLIO 2002 NANTUCKET IS. ( MA )
Che brutta giornata quella di oggi e fa pure freddo !
Lasciamo l’hotel e ci dirigiamo verso Hyannis Port. Facciamo colazione
in un caffè sulla via principale. La scelta del posto non è casuale: il
bar è ovviamente gestito da qualche nostro connazionale ed ovunque è
esposta pasticceria di produzione italiana ( Ferrero, Granturchese,
Colussi… ). Dopo un’abbuffata di cappuccini e brioches ci avviamo verso
il porto: il nostro traghetto per Nantucket parte fra mezz’ora e così
prendiamo posto a bordo. Tira un vento freddissimo e decidiamo di stare
“sotto coperta”.
La traversata dura poco meno di 2 ore, durante le quali ci si distrae
ammirando il bel panorama marino e scattando fotografie. Giunti a
Nantucket rimaniamo subito affascinati per il bellissimo aspetto della
cittadina. Il clima non è per nulla favorevole e l’umidità è
elevatissima….. Alex fa subito un acquisto: una giacca cerata gialla (
da marinaio ) per proteggersi dalle fredde sferzate del vento.
Trascorriamo tutta la giornata a passeggiare per Nantucket : questo
posto è molto attraente e romantico.
Camminare per le viuzze del centro è a dir poco delizioso poi, qua e là,
curiosiamo nei piccoli negozi di artigianato e antichità ( Ornella sta
cercando una di quelle papere intagliate nel legno ); nonostante varie
“perlustrazioni” nelle numerose botteghe si non riesce a trovare nulla
di simile a quello che aveva in mente e così si lascia perdere ….
Ora è presto tempo di pranzare. Con sommo dispiacere notiamo solo adesso
che i ristoranti/bar non sono così numerosi come lo sono i negozi di
souvenir… oltretutto ci sono molti turisti ! Dopo un’affannosa ricerca,
decidiamo di fare la fila nell’unico locale che presenta un menù
allettante. Venti minuti più tardi ci assegnano un bel tavolo rotondo:
ora siamo felici e più rilassati.
Nel primo pomeriggio il cielo si schiarisce un pochino
e lascia passare qualche
timido raggio di sole. Trascorriamo così le ultime ore a Nantucket a
passeggiare pigramente sul molo ad osservare il fervore della vita
portuale e ad ammirare le splendide imbarcazioni ormeggiate.
Alle 17:00 ripartiamo per Hyannis; questa volta le dimensioni del
traghetto sono più modeste e i passeggeri sono molto meno rispetto al
viaggio di andata. Ci sono numerosi posti liberi e così, vista la
stanchezza, ce ne appropriamo con lo scopo sdraiarci e riposare; solo Alex
rimane insonne e veglia su di noi…
Giunti a destinazione, decidiamo di andare direttamente a cena e questa
volta optiamo per il ristorante SCHOONERS. Scopriamo che il locale è stato
inaugurato poche settimane fa ed è per questa ragione che la clientela
scarseggia. L’aria desolata del posto è rallegrata da un bravissimo
cantante ( e musicista ) con il quale, fra un pezzo e l’altro, scambiamo
qualche battuta; le pietanze ordinate sono di nostro gradimento e la
posizione del nostro tavolo è in posizione strategica proprio vicino alla
vetrata che dà sulla Main St. e a quell’ora è percorsa da molti passanti :
tutto ciò contribuisce a rendere la nostra serata particolarmente
piacevole e lieta, insomma da ricordare !
Vista l’oscurità e lo scarso senso di orientamento, fatichiamo non poco
nel trovare la strada del ritorno; finalmente dopo un lungo pellegrinare
per Hyannis intravediamo l’insegna al neon del nostro motel… siamo
stanchissimi e non vediamo l’ora di andare a dormire.
25 LUGLIO 2002 HYANNIS - PROVINCETOWN ( MA )
Liberiamo la stanza e salutiamo il grasso proprietario del motel
accompagnato dal suo inseparabile cane con criniera alla Lion King.
Facciamo colazione nello stesso caffè di ieri mattina e ripartiamo per
Provincetown, che si trova all’estremità settentrionale di Cape Cod.
Facciamo una sosta a Chatham per ammirare lo splendido panorama costiero e
poi puntiamo verso nord. Lungo la strada proviamo a deviare verso la
famosa Nauset Beach, acclamata località presente su tutti gli opuscoli
turistici. Con nostro profondo dispiacere, arrivati alla spiaggia, ci
troviamo di fronte ad un “posto di blocco” con tanto di sbarra abbassata;
sembra una dogana con relativo pedaggio da pagare. Il posto sarà pure
bello, ma decidiamo di ritornare sui nostri passi e proseguire sulla Route
1.
Giungiamo a P-town in tarda mattinata. Cerchiamo un posto dove dormire e
lo troviamo dopo numerosi tentativi: non che non ci fossero stanze libere
ma i prezzi sono alle stelle !
La nostra intenzione è quella di andare a vedere le balene. In città ci
informiamo sulle escursioni e decidiamo di prenotarci per l’uscita delle
17:00; abbiamo così tutto il tempo di andare a pranzo e di visitare la
città. Oggi la temperatura è più calda; speriamo che il mio tremendo
torcicollo mi passi velocemente…
Ci imbarchiamo per primi ( a giudicare dalle espressioni dei turisti
appena scesi, sembra che non abbiamo avvistato quello che speravano ). Il
battello è zeppo di “avventurieri” che, come noi, non vedono l’ora di
ammirare i maestosi cetacei … Dopo circa una mezz’oretta di navigazione,
l’imbarcazione accelera improvvisamente facendo respirare, al nostro
gruppetto posizionato a poppa, il denso fumo nero dei motori. Di lì a poco
comprendiamo il perché che questa manovra improvvisa …
A qualche centinaio di metri da noi si vede uno sbruffo d’acqua e poi un
dorso liscio e lucido. Che bello, ecco una balena ! I nostri sguardi
cercano altri movimenti
all’orizzonte e li
trovano, peccato che siano troppo lontani. Il battello avvista di nuovo
qualcosa ed accelera nuovamente per avvicinarsi; anche questa volta
riusciamo ad intravedere qualcosa che assomiglia ad una pinna … credo che
il troppo rumore dei motori le spaventi !
Abbandoniamo questa zona e ritorniamo indietro verso il porto do P-Town.
Il sole sta calando e così anche la temperatura. Il freddo penetrante e
l’aria irrespirabile e poco salubre renderanno il tragitto molto gravoso.
Per scaldarmi e per tirarmi su il morale mi bevo una buonissima
cioccolata, ma non sarà sufficiente…
Stanchi e affamati sbarchiamo. L’avventura di oggi, nonostante tutto, ci
rimarrà impressa nella memoria; il “contatto” ravvicinato con le balene
rientrerà a far parte delle più straordinarie esperienze naturalistiche
fin qui provate.
Prima di andare a riposare, ci fermiamo a cenare in un ristorante molto
carino NAPI’S. Qui mangiamo discretamente; Alex fa la sua prima
“degustazione” di aragosta del New England e ne rimane piacevolmente
deliziato.
Ritorniamo in hotel e ce ne andiamo a riposare felici e contenti.
26 LUGLIO 2002 PROVINCETOWN - BOSTON ( MA )
Anche questa mattina ci alziamo presto. Ricarichiamo per l’ennesima volta
i bagagli e partiamo. Oggi lasceremo la penisola “ad uncino”, non prima
però di aver dato un’occhiata alla Cape Cod National Seashore. Troveremo
però difficile trovare un accesso alla costa… non ci sono indicazioni
specifiche, così andiamo a casaccio. Giungiamo ad un parcheggio che
sovrasta la spiaggia lunga e sabbiosa che tanto avevamo ammirato sulle
guide fotografiche del Massachussetts; l’estasi per il panorama dura poco:
un tipo, dopo aver controllato la nostra auto, ci avverte che non avendo
il permesso per rimanere lì, ce ne dobbiamo andare alla svelta – pena una
salatissima multa ! -. Riusciamo così a fotografare qualche scorcio ed, a
malincuore, abbandoniamo questo paradiso di pace e tranquillità.
Ci consoliamo facendo una ricca colazione in un ristorante lungo la strada
principale. Percorriamo la 6, facciamo tappa a Rock Harbor per una breve
sosta, e poi imbocchiamo la 6A: altra via panoramica sulla baia. Ci
gustiamo gli ultimi bei paesaggi costieri ed usciamo definitivamente da
Cape Cod. -
P.S. Da non confondere con Cabot Cove - la cittadina di Jessica Fletcher
in LA SIGNORA IN GIALLO ! -.
La nostra destinazione finale è la città di Boston. Prima di arrivarci
facciamo una sosta con visita alla Plimoth Plantation. Un vero e proprio
villaggio con capanne, orti e recinti per animali a rappresentazione dello
stile di vita condotto dai pellegrini sbarcati nel 1627, anno in cui
arrivarono dall’Europa a bordo della MayFlower. Ci sono anche degli attori
con abiti dell’epoca che “vivono” e “lavorano” nel villaggio. C’è anche un
museo ed un ristorante, dove prontamente ci rifocilliamo con hamburgers e
french fries. A parte per quest’ultima attività, Plimoth Plantation si
rivela una vera e propria fregatura, a partire dal costo del biglietto di
ingresso: $ 20 a testa.
Scocciati per l’assurda spesa, risaliamo in auto: ora la nostra
destinazione è Boston. Dopo non poche difficoltà, troviamo una stanza al
ECONO LODGE di Malden, un sobborgo a nord della città; che, oltre al buon
prezzo, dista poco più di 15 minuti da down-town. E’ già pomeriggio
inoltrato così, dopo una bella doccia, ci rilassiamo facendo un po’ di
zapping televisivo. Quando arriva l’ora di cena, non ci accontentiamo
di andare nel locale a
due passi dall’hotel, ma ci avventuriamo in auto alla ricerca di qualcosa
di più invitante; dopo un infinito girovagare, ci imbattiamo in un
ristorantino dal nome vagamente italiano. La scelta si rivelerà un
disastro e la nostra digestione ne risentirà per tutta la notte….
27 LUGLIO 2002 BOSTON ( MA )
Sabato. Ci alziamo abbastanza di buonora; trascorreremo l’intera giornata
a visitare la città di Boston. Peccato per il tempo: il cielo è coperto e
non promette nulla di buono.
Arrivati in città e parcheggiata l’auto nei pressi del porto, iniziamo il
nostro tour a piedi. Il primo impatto con Boston è con il quartiere
italiano di North End. Lo si nota dalle insegne dei bar e dei ristoranti.
Poi, entrati in una cafeteria per fare colazione, sentiamo numerose
persone che si scambiano battute nella nostra lingua ( e questa volta non
sono turisti ! ); sembra di essere in uno di quei bar di paese dove tutti
si conoscono…
Da qui in poi seguiremo il famoso FREEDOM TRAIL, un percorso che ci porta
attraverso i tre secoli della storia coloniale e rivoluzionaria di Boston;
l’itinerario da seguire è contrassegnato da una linea rossa sui
marciapiedi che conduce ai vari punti di interesse come: la State House,
Park Street Church and Granary Buryng Ground ( cimitero ), Old Corner
BookStore, Old State House, Quincy Market e il Faneuil Hall,…
Il cielo è grigio cupo e fa freddo/umido, speriamo che non piova !
Giungiamo al Boston Common, un grande parco dove tanta gente si rilassa,
passeggia oppure gioca con i bambini; è sabato e c’è anche un concerto di
musica classica. Dopo aver anche noi approfittato di questa piacevole
atmosfera ( seduti su un muretto nei pressi della fontana chiamata Frog
Pond ), ci incamminiamo di nuovo; questa volta verso Beacon Hill.
Beacon Hill è l’elegante quartiere residenziale di Boston costruito
attorno al 1800. E’ molto piacevole passeggiare fra le sue strette vie e,
fra un sali-scendi e l’altro, si possono ammirare le stupende e ben
conservate abitazioni.
Ora ritorniamo a Quincy Market, il grande mercato coperto che in prima
mattinata era chiuso. Con nostra sorpresa c’è una ressa spaventosa, ma
entriamo ugualmente. Al suo interno si trovano molti ristoranti take-away
che preparano qualsiasi tipo di pietanza, dai cibi asiatici a quelli
africani, poi una moltitudine di negozi e bazar. I profumi che aleggiano
ci fanno venire l’acquolina in bocca così, visto l’orario, ci fermiamo per
pranzare.
Facciamo una passeggiata al porto e poi decidiamo di ripartire in auto.
Sono appena le 15:00, così decidiamo di andare a visitare Salem, la
cittadina tristemente famosa per la caccia alle streghe perpetrata alla
fine del 1600. Prendiamo la 1A North, sicuramente allungheremo il percorso
di qualche decina di miglia ma ne varrà la pena visto che, per buona
parte, percorreremo il litorale atlantico. La costa in questa zona del
Massachussetts è incantevole, soprattutto la cittadina di Marblehead.
Arrivati a Salem, e non avendo cartine della città molto dettagliate,
“perdiamo la bussola”. Non riusciamo a trovare il centro-città o il punto
di maggiore interesse che è il Salem Whitch Museum. Complice anche la
stanchezza, lasciamo la città senza nemmeno scendere dall’automobile per
fare due passi !
Per ritornare al nostro hotel a Boston, questa volta imbocchiamo la 1,
molto più veloce e scorrevole; un WAL-MART lungo la strada attira la
nostra attenzione, così decidiamo di fermarci
per prendere qualcosa da
mangiare ( sarà la nostra cena ) che consumeremo in camera in tutto relax.
28 LUGLIO 2002 BOSTON - BOOTHBAY HARBOR (MAINE)
Dopo una scorpacciata di dolci e caffè lungo consumati in un angolino del
motel, ricarichiamo i bagagli e partiamo alla volta del Maine. Oggi è
domenica e le strade, compresa la I-95, sono meno trafficate del solito.
Da alcuni giorni sto stressando i compagni di viaggio e mio marito per
convincerli a fare una sosta negli outlet di Kittery… loro non sanno
nemmeno di che cosa sto parlando … ma, appena arrivati in questa cittadina
giusto al di là del confine, comprendono il motivo del mio insistere
tanto: Kittery è il paradiso dello shopping di marca a prezzi ridotti.
Fra Ralph Lauren, Timberland, Reebok, Tommy Hilfiger, Donna Karan, Gap e
Levi’s passiamo qui tutta la mattinata e ci fermiamo pure a pranzo. Ora il
problema sarà il bagaglio; con tutti questi acquisti il volume è aumentato
a dismisura… e temiamo ( solo ora ) che tutta questa roba non riesca a
starci nelle valige. Ornella e Giuliano sono pure passati allo spaccio di
SAMSONITE per vedere di acquistare una borsa, in caso di emergenza.
Il tempo non promette nulla di buono; forse anche questo ha contribuito
alle spese pazze di oggi; la cosa importante è che siamo felicissimi e
soddisfatti ( nonostante le nostre carte di credito abbiano subito un
brutto colpo ! ). Sono le 15:00 ed è ora di partire. Percorriamo la strada
costiera in direzione Bath poi decidiamo di andare verso Boothbay Harbor.
Ciò che vogliamo vedere del Maine sono le sue coste frastagliate ed il
percorso che stiamo facendo comincia a darcene un’idea. Il sole sta
tramontando e dobbiamo sbrigarci a trovare un motel; fortunatamente non ci
sembra una zona molto battuta dai turisti ed infatti, al primo tentativo,
troviamo una spaziosa e bella stanza al FLAGSHIP MOTOR INN sulla Route 27.
Ci facciamo consegnare anche una cartina dettagliata della zona e
chiediamo indicazioni su un bel posto dove andare a mangiare l’aragosta.
Una bella doccia rilassante è quello che ci vuole dopo una giornata
trascorsa in auto. Diamo un’occhiata anche agli acquisti di oggi ( solo
abbigliamento ) e ci facciamo i complimenti a vicenda.
Ora piove. Ci prepariamo per uscire sotto questo acquazzone e con la
macchina ci dirigiamo al porto di East Boothbay, dopo 10 minuti ci
troviamo seduti al LOBSTERMAN’S WHARF RESTAURANT. Questo posto è
incantevole; rimaniamo subito estasiati per l’atmosfera marinara e
l’accoglienza squisita che ci riservano al nostro arrivo.
Qui dentro siamo gli unici stranieri ! Gli avventori del ristorante ci
osservano incuriositi soprattutto quando, armeggiando con macchine
fotografiche, flash e cavalletti, cerchiamo di immortalare il momento
“clou” con le aragoste nei piatti. Scattiamo anche una foto con una
bottiglia di Pinot Grigio RITRATTI ( proveniente dalla cantina del nostro
paese ) che sorprendentemente era presente sulla carta vini del
ristorante. Trovare un vino di Lavis nel Maine ha dell’incredibile,
soprattutto in un posto sperduto come questo !
Io non sono amante dei crostacei e del pesce in genere; mi limito così ad
assaggiare un po’ di polpa dal piatto di Ornella; il sapore non mi
convince e arriccio il naso fra lo sbigottimento generale della compagnia.
Traboccanti di felicità e soddisfazione ce ne ritorniamo in hotel. “ Che
serata ! “ continuiamo a ripetere ad alta voce prima di addormentarci …
29 LUGLIO 2002 BOOTHBAY HARBOR - BANGOR (MAINE)
Partiamo verso le 09:00 per visitare Boothbay Harbor, la giornata è grigia
ma non piove, fortunatamente. Nella zona del porticciolo troviamo un
piccolo bar, il BLUE MOON CAFE’, dove ci rifocilliamo con una gustosa
colazione. Una fitta nebbia avvolge la baia e si intravede a malapena
oltre il molo davanti a noi. Nonostante tutto, un paesaggio simile ha
qualcosa di magico e suggestivo e nelle nostre fantasie sul Maine ci
aspettavamo anche questo. Ci godiamo lo spettacolo passeggiando nella zona
del porto dove molte attività, visto l’orario, sono ancora chiuse e poi
proseguiamo verso nord.
La nostra prossima tappa è Pemaquid Point, che sorge sulla punta estrema
dell’omonima penisola. Arriviamo nei pressi di una scogliera di roccia
scura e dalla quale si domina una bella veduta sul mare ( nonostante la
fitta coltre di nebbia ); il faro più famoso e fotografato dello Stato si
trova proprio là. Troviamo molto romantico camminare sulle rocce nude
della scogliera dove il vento ci spettina i capelli e un buon odore di
salsedine ci riempie i polmoni … Improvvisamente il cielo si apre ed esce
il sole; è incredibile come il panorama ed i colori si trasformino
totalmente. Bellissimo !
Lasciato Pemaquid, ci dirigiamo verso Camden e quindi verso Bangor. Lungo
il tragitto facciamo una sosta per pranzo in un affollatissimo ristorante
dove ordini, prendi posto e attendi che il numero sul tuo scontrino sia
urlato dal megafono ( sembra di essere in una sala - bingo ! ); solo
allora potrai “goderti” il tuo pasto, che non è niente male… Nel curiosare
dalla terrazza del locale, ci fermiamo ad osservare dei pescatori che,
accostata la barca, scaricano sul pontile le nasse piene di aragoste. E’
la prima volta che vediamo gli addetti ai lavori “armeggiare” con le
bestiole vive, pesarle e ributtarle in acqua dentro apposite gabbie… per
poi finire in qualche pentola, of course. Mi fanno pena ed in questo
momento sono felice di non essere un’estimatrice di aragoste.
Il nostro viaggio prosegue ed arriviamo a Bangor in tardo pomeriggio. Dopo
esserci sistemati al RAMADA INN, ceniamo nel ristorante adiacente. Oggi
non ricordo cosa abbiamo mangiato, ma rimane vivo nella memoria la
temperatura ( bassissima ) che usciva dal condizionatore proprio sopra le
nostre teste.
Bangor è la città di Stephen King, lo scrittore. La mia proposta di andare
alla ricerca della casa dove risiede, famosa per la cancellata “horror”
che rievoca l’atmosfera dei suoi romanzi, si arena all’istante … lo
sfiancamento da esplorazione prende il sopravvento e alle 21:30 siamo già
nei nostri letti.
30 LUGLIO 2002 BANGOR - BRATTLESBORO ( VERMONT )
La giornata di oggi sarà caratterizzata da una lunga permanenza in auto.
Infatti, il percorso programmato ci porterà nella zona montuosa del New
Hampshire e del Vermont; in questa stagione non ci sono grandi attrattive,
visto che molti turisti vengono da queste parti per ammirare lo spettacolo
del “foliage” ( la natura del New England è nota infatti per le stupende
colorazioni di cui si veste nel periodo autunnale ).
Questa mattina pioviggina ma la cosa non ci disturba più di tanto.
Percorriamo la Route n°2 in direzione ovest e per qualche ora il paesaggio
rimane pressappoco lo stesso: molte fattorie e vasti terreni coltivati. La
strada non è molto trafficata ed in alcuni tratti è talmente diritta che
non se ne vede la fine …
Arrivati a Betel – quasi
sul confine tra Maine e
New Hampshire – facendo una piccola deviazione dalla strada principale,
andiamo a visitare uno dei ponti coperti menzionati anche dalla nostra
guida del TCI: l’Artist’s Covered Bridge e per chi ha visto il film “I
Ponti di Madison County” sa a cosa mi riferisco. Forse le nostre
aspettative erano troppo elevate e così non lo abbiamo apprezzato un
granchè; ci è sembrato un po’ abbandonato a sé stesso, così solitario in
mezzo al bosco… quelli carrozzabili hanno sicuramente un fascino maggiore.
Ammiriamo il Mt. Washington da un piazzola di sosta ( ora ci troviamo
nella White Mountains National Forest ) e poi proseguiamo con il nostro
viaggio in auto. Ci fermiamo a pranzare in un ristorante, i cui unici
clienti erano, fino a quel momento, due camionisti. La proprietaria deve
essere una fan sfegatata di Betty Boop e ha trasformando la tavola calda
in un tempio del gadget monotematico. Tutti i “cimeli” sono appesi alle
pareti e, fra un boccone e l’altro, li osserviamo con curiosità.
Imbocchiamo quindi la I-91 verso sud; la nostra intenzione è quella di
arrivare a Brattlesboro nel tardo pomeriggio. In poco più di un’ora e
mezza ci arriviamo, cerchiamo un motel e troviamo una stanza al DAYS INN.
Pure la trasferta di oggi ha messo a dura prova i nostri fisici, ma riesco
comunque a convincere la “truppa” ad andare ad Ashuelot dove si trova un
altro ponte coperto. Sarebbe bello arrivarci in tempo per fotografarlo con
i colori del tramonto ! Purtroppo giungiamo troppo tardi ma, constatando
che è davvero pittoresco, ci ripromettiamo di ripassare l’indomani
mattina.
Ceniamo in un grazioso ristorantino sul lago, all’aperto ed illuminati da
torce. La serata è molto piacevole e ci godiamo in pieno relax la
tranquillità di questo posto, gustandoci una pizza ed uno squisito
tiramisù. Soddisfatti e felici ce ne ritorniamo nella nostra modesta
stanza per un bel sonno ristoratore: domani ci attende la trasferta più
lunga del viaggio.
31 LUGLIO 2002 BRATTLESBORO - EASTON (PENNSYLVANIA)
Facciamo un’abbondante colazione in hotel e scambiamo quattro chiacchiere
con una coppia di italiani … i primi connazionali che troviamo sul nostro
percorso … strano, perché di solito sono ovunque ! La giornata si
preannuncia molto buona, in senso atmosferico. Partiamo, quindi, alla
volta di Ashuelot – contea di Winchester ( N.H ).
Il ponte coperto è bellissimo e ben tenuto nonostante l’età ( anno 1864 );
probabilmente è stato riverniciato di recente ed il suo tetto rosso
brillante è in perfetto contrasto con le fiancate bianco latte. L’intera
struttura è in legno e le auto possono transitare lentamente e a senso
alternato. Spendiamo almeno un’oretta ad ammirare l’opera architettonica
ed a fotografarla da ogni angolazione fra gli sguardi incuriositi dei
residenti.
Lasciamo quindi la cittadina di Ashuelot ed il New Hampshire per entrare
nel Massachusetts. Dopo un breve tratto di strada verso sud, imbocchiamo
la Route 2 in direzione ovest. Siamo nelle Berkshire Hills, nota località
di villeggiatura per le classi sociali ricche ( si parla di qualche tempo
fa ! ). Il Mohawk Trail è un percorso panoramico in mezzo alla natura;
sicuramente nel periodo autunnale, con il suo splendido scenario
multicolore, la strada si popola di automobili… da una parte siamo
contenti che non sia molto trafficata ! Il termine Mohawk deriva dai
nativi che, oltre trecento anni fa, tracciarono il sentiero originale. I
pionieri successivamente
allargarono il percorso
e nel 1914 fu inaugurato come la prima “autostrada panoramica” d’America.
Facciamo una sosta al monumento “Hail to the Sunrise” ( è una statua in
bronzo che raffigura un indiano Mohawk durante il saluto al sole ). Niente
di particolare…
Proseguiamo in direzione ovest e, dopo un’ora abbondante di viaggio, ci
fermiamo a Williamstown, una graziosa cittadina con un college, che è il
più importante del New England ( infatti, possiamo notare numerosi
studenti in divisa che bazzicano per le strade ) ed una sontuosa
cattedrale gotica che, da sola, vale la tappa. Proseguendo verso sud sulla
Route 7 ( 35 km. ca. ), arriviamo a Pittsfield, nel cuore delle Berkshire
Hills, e più precisamente all’Hancock Shaker Village.
Istituito come museo open-air nel 1960, l’Hancock Shaker Village vuole
rappresentare la storia, lo stile di vita e lavorativo di questa comunità
religiosa che visse qui dalla fine del 1700 agli anni ’60. Più che per
visitare le fattorie od i laboratori, a noi interessa acquistare qualche
prodotto artigianale, così visitiamo solo il negozio. Qui possiamo
ammirare una vasta collezione di sedie, mobili, tappeti, oggetti per la
casa e tanti altri articoli che riflettono il ruolo significativo che gli
Shaker ebbero nella vita sociale, economica e religiosa d’America. Il
design è semplice ed essenziale e ci piace moltissimo: come souvenir
acquistiamo dunque le famose scatole e due cestini.
Con la macchina stracarica ( gli oggetti shaker sono fatti di legno e non
si possono schiacciare ! ), cerchiamo un posto dove rifocillarci e dopo
alcuni chilometri troviamo un ristorante con terrazza sul lago Onota. Dopo
un pranzo a base di Caesar salat & grilled chicken, ripartiamo. Lasciamo
definitivamente il Massachussets ed entriamo nello stato di New York.
Percorriamo la Taconic State Parkway verso sud, poi la 84-West e siamo in
Pennsylvania. La mancanza di una cartina stradale dettagliata ci obbliga a
fare una sosta per acquistarla …
Vogliamo avvicinarci il più possibile alla Lancaster County, la 476-South
ci porta sempre più a sud; vicino a Allentown ci accorgiamo che sta per
imbrunire e, poichè siamo in auto già da diverse ore, cerchiamo un motel
per la notte. L’impresa risulterà un po’ difficoltosa ( per due volte,
sbagliamo imbocco e ci ritroviamo sulla Highway che va in tutt’altra
direzione ), ma poi il solito DAYS INN ci accoglierà fra le sue mura.
Siamo a Easton, una cittadina anonima e alquanto inquietante; usciamo
ugualmente per una cena veloce ad un Family Restaurant ( dove non si
servono alcolici ) e poi ce ne andiamo a riposare.
1 AGOSTO 2002 EASTON – LANCASTER (PENNSYLVANIA)
Consumata la colazione ( in piedi nella hall del motel ) e ricaricata in
auto la mole di bagagli, ripartiamo per la Dutch County. Dopo alcune ore
di viaggio arriviamo a Lancaster. Facciamo una sosta al Visitors Center
per prendere una mappa dettagliata del posto ed alcuni depliants
turistici. Lo scopo del nostro spostamento fino a qui è quello di visitare
la campagna ma soprattutto quello di incontrare gli Amish.
Su indicazione dell’impiegata dell’ufficio turistico, ci spostiamo in auto
verso le due cittadine di Intercourse e di Bird-In-Hand ( nomi alquanto
bizzarri per dei paesini … ) e da qua inizia la consueta ricerca per
trovare un posto dove dormire. Scartiamo immediatamente le insegne BEST
WESTERN o HOLIDAY INN, troppo anonime per la campagna. Quello di cui
abbiamo bisogno è un motel
piccolo e tranquillo,
possibilmente lontano dalla strada principale. Dopo alcuni tentativi,
troviamo quello che fa per noi. Questo motel è gestito da un anziano Amish
ed è immerso nei campi di grano e nei dintorni ci sono solamente fattorie.
Logicamente le stanze sono sprovviste di TV ( che sollievo ! ), sono
pulite e molto accoglienti.
In questo paradiso di tranquillità decidiamo di fermarci per tre notti,
vogliamo “impregnarci” il più possibile della quiete e della serenità che
contraddistingue questo luogo, prima di affrontare il caos cittadino dei
prossimi giorni.
E’ ora di pranzo e su suggerimento del nostro innkeeper, raggiungiamo un
ristorante lì vicino che si chiama THE FAMILY CUPBOARD. La gestione e la
cucina sono Amish. Optiamo per il pranzo a buffet e, per la prima volta, i
nostri palati vengono deliziati da cibi appetitosi e leggeri. Wow !
Decidiamo di fare ritorno anche per cena ( peccato che arriviamo tardi e
per mangiare un boccone dobbiamo ripiegare su un’anonima pizzeria nei
dintorni ! )
Già al nostro arrivo a Intercourse, sulle strade si potevano vedere
circolare i buggies ( carrozze trainate da cavalli ) che sono gli unici
mezzi di trasporto utilizzati dalla comunità, oltre alle biciclette. Sulle
strade transitano regolarmente anche le normali automobili ed i camion dei
residenti non-Amish, oltre naturalmente ai veicoli dei turisti. L’incontro
con queste persone, che vivono secondo i canoni di oltre due secoli fa, ci
rende giulivi e gongolanti; il che succede con molta frequenza, perché
nella Lancaster County vivono circa 18.000 Amish.
Un po’ di storia. Gli Amish sono un gruppo che discende dalla comunità
religiosa dei Mennoniti ( nel 1693 il vescovo svizzero Jakob Amman vi si
separò, dando origine appunto alla comunità Amish ). Le loro origini sono
quindi europee, più esattamente tedesche : Pennsylvania Dutch sarebbe in
realtà Deutsch = Tedesco.
Dal XVII il loro tempo si è quasi fermato. Non solo gli Amish in America
hanno mantenuto gli usi e i costumi tradizionali, ma hanno anche rifiutato
di far entrare nelle loro vite e nelle loro case alcune delle maggiori
"conquiste" della società moderna: l'elettricità, l'automobile, la radio e
la televisione. Hanno riscaldato le loro case con la legna, le hanno
illuminate con lampade a olio, hanno conservato i loro cibi in ghiacciaie
raffreddate da acqua corrente, hanno utilizzato l'energia eolica come
forza motrice, per muoversi si sono serviti di piccole carrozze trainate
da cavalli, aggiungendo solo un triangolo fosforescente come unica
concessione al codice della strada. In altri termini gli Amish hanno
cercato di vivere le loro vite con semplicità, onestà e in armonia con
loro stessi, con la loro comunità e con l'ambiente circostante.
All'origine di questo comportamento schivo e isolato possiamo ritrovare
secoli di persecuzioni religiose perpetrate in Europa.
Sono soprannominati anche “plain people” per la loro estrema semplicità,
che si nota anche dal modo di vestire ( camicie bianche e pantaloni neri
con bretelle per gli uomini, e abiti lunghi neri o blu per le donne –
sulla testa cappello o cuffietta ). Alcuni di loro lavorano nella cucina
del ristorante che frequentiamo e si intravedono di quando in quando; il
contatto diretto con gli avventori è riservato a cameriere simpatiche e
carine.
2 AGOSTO 2002 LANCASTER (PENNSYLVANIA)
Venerdì. Trascorriamo la giornata a girovagare in auto per le numerose
strade secondarie che si
diramano nella Dutch
County alla scoperta degli angoli più inesplorati e fuori mano. Qui il
turismo di massa non è ancora sbarcato, per fortuna.
Nel ristorante ci troviamo molto bene e lì vi trascorriamo tutti i momenti
dedicati ai pasti ( dalla colazione alla cena – gli orari sono molto
rigidi e spesso c’è talmente tanta gente che siamo obbligati ad attendere
il nostro turno ). Inutile dire che diventando degli abitueé, sia le
cameriere che alcune famigliole americane, ospiti del vicino albergo, ci
salutano con simpatia e scambiano volentieri con noi alcune battute; oltre
a bersagliarci di domande sul Belpaese, naturalmente. In fondo, di turisti
italiani non se ne vedono mai da queste parti …
Fa un caldo terrificante. Le prime pagine dei quotidiani locali riportano
a caratteri cubitali la temperatura record di 101°F ( 38,3°C ) - era dagli
anni ‘60 che non si registrava una simile calura; resa insopportabile
dall’alto tasso di umidità …
Visitiamo alcuni ponti coperti ( meno interessanti di quelli visti nel New
England ) e passiamo davanti a numerose fattorie Amish, dove si possono
intravedere tutti i membri della famiglia ( che qui sono molto numerose !
) intenti a lavorare la terra, rasare il prato, governare gli animali,
pulire l’aia, stendere i panni su stenditoi lunghissimi ( a carrucola ), …
La nostra passione è la fotografia, ma qui dobbiamo fare molta attenzione
a non farci notare troppo. Quasi sul genere paparazzi … Fortunatamente i
teleobiettivi agevolano il nostro lavoro e ci permettono di immortalare
questa gente meravigliosa durante i molteplici aspetti della loro
giornata. Forse questa particolare attenzione nel cercare di essere più
discreti possibile, ha reso ancora più “gustosa” questa esperienza, anche
se sono le emozioni che qui la fanno da padrone. Ci hanno spiegato che gli
Amish essendo un popolo schivo non ama farsi fotografare… Nel limite del
possibile, i nostri reportage fotografici cercano di non essere importuni
ed irriguardosi nel rispetto di questa loro necessità.
Ogni tanto gli Amish emergono alla ribalta: nelle foto di una cartolina,
in un film ( ricordate WITNESS con Harrison Ford ? ), in un articolo di
giornale. I media si occupano di loro solo per descrivere un modello di
vita "curioso", quasi una ricostruzione, visibilmente diverso dal nostro e
distante nel tempo. Un mondo che poi è facile incontrare superficialmente
nei tour organizzati che portano i turisti all'interno di case in cui
viene artificialmente ricreato il loro modo di vita e dove si ritrovano
gli oggetti della loro esistenza, ma è certamente un incontro più
difficile se si è interessati ad approfondire lo studio della loro
cultura, a causa della forte chiusura che attuano nei confronti del mondo
esterno.
La sera, terminato di cenare, decidiamo di fare una passeggiata nei
dintorni. Mettiamo via le macchine fotografiche e decidiamo di concederci
un po’ di relax, senza la tensione e l’ansia di essere pronti a scattare
questo o quello… Quella serata ce la ricorderemo a lungo…
Passano numerose carrozze, alcuni salutano. All’improvviso ne arriva
un’altra; ci giriamo per fare un cenno
con la mano ed accade che l’uomo rallenta e fa fermare il cavallo vicino a
noi. Non ci sembra vero e siamo agitatissimi … vuole fare conversazione e
si presenta. Ancora increduli per il singolare incontro, lo bersagliamo di
domande. James capisce che desideriamo conoscere qualcosa di più degli
Amish e ci offre un occasione unica
per
farlo: salire con lui in carrozza ed andare a vedere la sua fattoria ed il
suo laboratorio artigiano. I nostri compagni ci seguono in macchina.
Durante la visita alla fattoria appare anche una bimba scalza, bellissima.
E’ Catherine la sua nipotina. Ci descrive la sua famiglia: nove figli e
numerosi nipoti. Ci mostra la stalla, l’orto ed il laboratorio ma è quasi
notte e i nostri occhi non sono abituati alla scarsità di illuminazione.
James è molto abile a descriverci le sue attività quotidiane che, per
capire, non è proprio indispensabile vedere.
Ci salutiamo, lui ci porge il suo biglietto da visita e ci invita a
scrivergli una lettera, una volta ritornati in Italia. “Mi raccomando non
mandatemi e-mail, perché non ho il computer !”: questa è la sua battuta
con sorriso sbarazzino, prima di entrare in casa. Saliamo in auto
esultanti e felici, consci di aver fatto un incontro ed un’esperienza
unica nel loro genere. Stanchi e felici ce ne ritorniamo in motel, oramai
è buio pesto ma ritrovare la strada del ritorno non sarà un problema.
3 AGOSTO 2002 LANCASTER (PENNSYLVANIA)
Sabato. La giornata si preannuncia afosa, come ieri. Dopo aver fatto una
nutriente colazione a base di toast e pancakes, decidiamo di andare alla
scoperta degli altri luoghi incantati nella Lancaster County.
Ripercorriamo con la memoria l’episodio accaduto ieri e li per lì
rimpiangiamo di non aver fatto qualche foto a James … Sappiamo benissimo
che gli Amish non gradiscono affatto essere fotografati poi, in quel
frangente, la nostra mente era attenta alle meticolose spiegazioni sulla
vita ed il lavoro in fattoria. La cosa importante durante i viaggi è anche
capire quando è il momento di fermarsi. La frenesia di scattare fotografie
toglie spesso il piacere di assaporare momenti di intimità come quello
avuto con l’amico Amish. Le immagini sono comunque vive nella nostra
memoria e raccontare di questa avventura sarà sempre affascinante.
Dopo pranzo, decidiamo di andare nella città di Lancaster, che si trova a
pochi chilometri da noi. Parcheggiamo l’auto in un garage a pagamento e,
cartina alla mano, cominciamo il giro turistico del centro. Sarà a causa
la forte calura che sta opprimendo la zona in questi giorni o non so
cos’altro, fatto sta che non vediamo l’ora di ritornarcene ad Intercourse.
Osserviamo frettolosamente alcuni edifici storici ed il famoso mercato (
che sta per chiudere ! ), quindi facciamo dietro-front. Il blitz a
Lancaster è durato meno di un’ora …
Il cielo si sta diventando cupo e nubi minacciose cariche d’acqua si
stanno preparando per riversare la loro furia. Con il temporale in arrivo,
ci rifugiamo in un shopping center. Vi sono numerosi negozi outlet
mono-marca ed anche in questa occasione non resistiamo alla tentazione di
fare nuovi acquisti ( e questa volte senza pagare le tasse ! ) nello
spaccio di TOMMY HILFIGER. Inutile dire che qui i prezzi sono nettamente
più bassi che in Italia ed i prodotti sono di ottima qualità.
Comincia a diluviare e facciamo ritorno in hotel. Tempo di entrare in
camera e si scatena un nubifragio di proporzioni mai viste, complice anche
il vento che spira con forza e senza tregua. La burrasca si esaurisce dopo
venti minuti; noi ce ne rimaniamo in stanza a riposare ancora un po’ fino
all’ora di cena.
Ritorniamo al nostro ristorante e, dopo un po’ di attesa, ci fanno
accomodare. Attorno a noi, oltre alle famigliole americane in vacanza (
che già conosciamo ) numerose tavolate di mish
riempiono la sala. Il loro contegno introverso e silenzioso rende molto
quieto l’ambiente, persino i bambini sono tranquilli e rimangono ai loro
posti. Non ci sembra vero di essere circondati da così tanti marmocchi … e
di mangiare in santa pace !
Questa è la nostra ultima serata in Pennsylvania e già ne sentiamo la
mancanza.
Buonanotte !
4 AGOSTO 2002 LANCASTER - WASHINGTON D.C.
Domenica. Per la comunità Amish è una giornata di festa ed il FAMILY
CUPBOARD RESTAURANT, per rispetto a questa tradizione religiosa, è chiuso.
Per la nostra colazione dobbiamo quindi ripiegare su un’anonima tavola
calda fuori città.
Lasciamo definitivamente la Lancaster County e il suo splendido paesaggio
di praterie. Alcune mongolfiere colorate stanno volando sopra di noi e
sembrano salutarci; la fitta cortina di nebbia mattutina che avvolge tutt’intorno
si sta pian piano dissolvendo.
La nostra destinazione è la capitale degli Stati Uniti Washington D.C. (
che sta per District of Columbia ). Rispetto alla nostra attuale
posizione, dobbiamo spostarci a sud di circa 200 km. Percorriamo quindi la
I-83 fino a Baltimora e poi la I-95 che ci porta diritti a destinazione.
Arriviamo a Washington alle 10:00 circa e troviamo subito una stanza all’
hotel RAMADA sulla New York Avenue. Siamo a pochi minuti d’auto dal centro
città, per fortuna oggi è domenica quindi il traffico non è molto caotico.
Parcheggiamo in un garage custodito che ci costerà un occhio della testa,
poi ci dirigiamo a piedi verso la WhiteHouse al 1600 di Pennsylvania
Avenue. Il caldo soffocante dei giorni scorsi è arrivato anche qui, ma
questo non sembra fermare le orde dei turisti: ce ne sono tantissimi.
Attraverso le inferriate di un cancello si vede in lontananza la residenza
dell’uomo più potente del mondo: il presidente degli Stati Uniti.
Rimaniamo delusi; forse anche a causa dei numerosi film che hanno
stuzzicato la nostra fantasia. Oltretutto un’enorme gru, piazzata davanti
all’ingresso principale, ne rovina il già anonimo aspetto e così non
riusciamo a scattare nemmeno una foto-documento … in fondo è solo una Casa
Bianca.
Attraversiamo il grande parco in direzione del imponente obelisco dedicato
a George Washington. Questo è il centro “virtuale” della città ed si trova
nel bel mezzo del Mall ( la lunga spianata fatta di giardini, viali
alberati pedonali, laghetti e fontane – ricordate Forrest Gump ? - ), alle
cui estremità si trovano rispettivamente il Campidoglio ( Capitol Hill ) e
il Lincoln Memorial.
Facciamo una pausa-pranzo molto veloce a base di patatine fritte e
sandwiches. Nonostante l’afa, ci incamminiamo verso il Lincoln Memorial
dove si trova anche il Vietnam Veteran Memorial: una lunghissima lapide
nera con incisi migliaia di nomi… impressionante ! Siamo vicini al fiume
Potomac; il famoso cimitero di Arlington si troverebbe giusto al di là del
ponte, ma siamo già stanchissimi e così decidiamo di ritornare al
parcheggio. In auto, il climatizzatore ci aiuta a riprendere le forze.
Facciamo un giretto al Campidoglio, con sosta per ammirare i splendidi
giardini: c’è anche una coppia di sposini che si sta facendo fotografare
sul bel prato…
Qui ci sono tantissimi luoghi che varrebbe la pena di visitare (
Smithsonian Institution, Natural History, Holocaust e Jewish Museums, il
Giardino Botanico e la National Geographic Society, … ), il tempo a nostra
disposizione, però, è veramente scarso, quindi ci precipitiamo ad
Arlington ( Virginia
) che si trova a pochi minuti di macchina. Il
District of Columbia è il piccolo stato che ingloba solamente la città di
Washington e viste le sue ridotte dimensioni si può transitare in men che
non si dica nel Maryland, o come detto, in Virginia.
Il cimitero di Arlington è molto vasto e le semplicissime lapidi bianche
disposte in maniera geometricamente perfetta lo rendono immacolato. La
nostra passeggiata ci conduce fino alla collinetta dove si trova la tomba
del presidente J.F. Kennedy e della sua amata Jaqueline: ogni giorno
numerosi americani vengono qui per rendere omaggio al loro adorato
presidente… Mi chiedo quanti italiani farebbero lo stesso con il loro … io
compresa !
Il nostro giretto si conclude un’oretta più tardi. Stanchissimi per la
giornata appena trascorsa, raccogliamo le forze restanti per cercare di
raggiungere il Pentagono. Non troviamo la segnaletica che ci aiuta a
capire dove dirigerci; sappiamo che deve essere qui nelle vicinanze...
Siamo troppo spossati e gettiamo la spugna. La nostra ricerca ha quindi
esito negativo.
E’ quasi ora di cena e decidiamo di spostarci verso l’hotel. In K Street
ci sono alcuni ristoranti, ma quello che attira la nostra attenzione è il
LEGAL SEA FOODS. Molto famoso quello di Boston, ora è una catena di
ristoranti sparsi soprattutto nella East Coast. Decidiamo di fermarci e,
dopo quasi un’ora di attesa, riusciamo a prendere un tavolo. Il locale
pullula di bella gente e le portate che vengono servite hanno un
buonissimo aspetto.
Ritorniamo in hotel. La notte non sarà tranquilla: la nostra camera si
affaccia sulla ferrovia e molti treni sono in transito, poi …
5 AGOSTO 2002 WASHINGTON D.C. – NEW YORK CITY
… quella appena trascorsa è stata una notte “di terrore”. A mezzanotte e
mezza siamo stati svegliati di soprassalto da dei forti colpi sulla porta
della nostra stanza e dalla voce di un uomo che sbraitava “close the door
.. ehi sirs, close the door !! ”. Siamo rimasti zitti nel totale panico.
Ho provato a chiamare la reception… nulla ( Immagino già l’addetto al
turno di notte legato ed imbavagliato da delinquenti che cercano di
entrare nelle camere per derubare i turisti ). Al secondo tentativo
qualcuno mi risponde. Nella totale agitazione chiedo se per caso sta
girando qualcuno della sicurezza, perché c’è un uomo che bussa e tenta di
aprire le porte ( anche di altre stanze ). La risposta è NO, ma mi dice di
stare tranquilla e di dormire… Non so a che ora mi sono assopita ma, con
la fifa che avevo, di sicuro ho impiegato un bel po’.
Il mattino, alla reception scopriamo che durante la notte qualcuno della
sicurezza ha fatto la ronda di controllo ai piani … questo mi rassicura,
ma non me lo potevano dire subito ???
Fatta colazione in hotel, partiamo verso NYC. Percorriamo la I-295 e
passiamo nei dintorni di importanti città come Baltimora e Philadelphia.
Arrivati nel New Jersey, facciamo una sosta per il pranzo e per il pieno
di benzina. Abbiamo ancora un’ora abbondante di strada prima di arrivare
all’aeroporto JFK per riconsegnare la macchina all’autonoleggio e la
nostra impazienza di vedere La Grande Mela comincia a farsi sentire.
Dopo aver riconsegnato l’auto, saltiamo sull’autobus e poi su un taxi.
Verso le 16:30 arriviamo in hotel. E’ il BEST WESTERN MANHATTAN ed è
ubicato sulla 42.ma Strada; siamo proprio nel cuore della city e sopra di
noi svetta il grandioso Empire State Building. Sistemati bagagli in
stanza, la voglia di scoprire la città ci
assale immediatamente,
nonostante la stanchezza per la trasferta e la nottata “in bianco” .
La nostra passeggiata a NYC comincia girato l’angolo. Siamo sulla 5th Ave.
e qui esordiscono lo stordimento e l’eccitazione nel vedere tutto quello
che ci circonda: i grattacieli, il traffico dell’ora di punta, le vetrine
dei negozi, la gente ed il suo parlottio multilingue… Per noi ( io ed il
mio neo-marito Alex ) è la seconda volta a New York, per i nostri compagni
di viaggio Giuliano e Ornella, invece, è la prima esperienza. Comunque
sia, ogni volta, questa città ti entra dentro e ti lascia delle sensazioni
inimmaginabili… Ogni tanto scruto le loro espressioni per carpire il loro
stato d’animo. Dall’inizio di questo viaggio, li avevamo preparati ed
“indottrinati” su Manhattan, e non solo dal punto di vista turistico. A
volte, ho creduto di aver creato in loro delle aspettative smisurate, ma
per fortuna la delusione non ha mai oscurato i loro sorrisi, anzi …
Per cena ci affidiamo al caso ed entriamo al TUSCAN SQUARE sulla W 51.ma
strada. Il ristorante non è molto affollato, ma decidiamo comunque di
fermarci a mangiare. Il locale è molto elegante ed il cibo che scegliamo
ci soddisfa molto; restiamo della stessa idea anche quando ci portano il
conto…. Salatissimo !
E’ ancora presto, ma decidiamo di andare a riposarci. Domani mattina
vogliamo essere in piena forma per iniziare il nostro giro alla scoperta
di Manhattan.
6 AGOSTO 2002 NEW YORK CITY
Ci svegliamo abbastanza presto e ci attrezziamo per la nostra spedizione a
Lower Manhattan. Saliamo su un taxi ed, in un batter d’occhio, siamo a
Battery Park ( situato all’estremità meridionale della City ). Qui partono
i traghetti per Ellis Island e Liberty Island ( per i turisti che vogliono
ammirare più da vicino la Statua della Libertà ).
Il parco è bello e pulito; l’unica presenza è quella di clochard
addormentati sulle panchine. Questo è senz’altro uno degli aspetti della
vita di una metropoli; i senza-tetto sono moltissimi qui e si possono
vedere ad ogni angolo, ma non devono mettere paura.
A piedi ci dirigiamo verso Ground Zero. Arrivarci a piedi è un po’ meno
difficoltoso che con altri mezzi. Alcune strade nella zona del World Trade
Center, sono ancora chiuse causa il crollo delle torri gemelle e degli
edifici adiacenti; l’area in questione, poi, è ridotta ad un immenso
cantiere dove centinaia di operai e macchine sono al lavoro per sistemare
le fondamenta. Vedendo oggi quanto rimane del WTC, riesce difficile
immaginare come potesse essere prima, anche per noi che New York l’avevamo
vista “tutta d’un pezzo”. Ground Zero è comprensibilmente transennata; una
viewing area è stata allestita per i numerosi turisti e tutte le persone
che vengono qui a chiedersi “perché ?” e a pregare per le migliaia di
vittime.
Ci dirigiamo poi verso il distretto finanziario, dove ha sede la borsa (
NY Stock Exchange ) e la famosa statua che raffigura il toro (simbolo di
un’economia forte e solida ). Oggi è una giornata lavorativa, quindi si
possono vedere ovunque uomini d’affari o impiegati che si affrettano nei
loro spostamenti. Per pranzo facciamo anche noi una pausa in un
self-service frequentato soprattutto dal dinamico popolo di Wall Street.
Oggi la giornata è meravigliosamente serena e la temperatura molto
gradevole. Ci avviamo, sempre a piedi, in direzione del Brooklin Bridge,
passando per South Street Seaport che in quel momento brulica di gente in
pausa pranzo; si sta tenendo
anche un concerto di
musica anni 60-70, e per un po’ ci fermiamo anche noi ad ascoltare la band
e ad osservare la gente.
Il ponte di Brooklin signoreggia davanti a noi ma, a causa della sua
imponenza, impieghiamo non poco per raggiungerlo. La passerella, cui si
accede a est della City Hall in Park Row/Centre Street e che è situata al
di sopra del nastro stradale destinato alla circolazione automobilistica.
, permette di attraversare il ponte a piedi e offre, in particolare nelle
ore notturne, una suggestiva veduta di Manhattan e dei suoi grattacieli,
oltre che della Upper Bay con, sullo sfondo, l’inconfondibile sagoma della
Statua della Libertà.
Scavalcando l’East River il Ponte di Brooklyn collega i due distretti
newyorchesi di Manhattan e di Brooklyn. Sorretto da due imponenti piloni
in granito con doppia arcata neogotica (alti 89 m), che lo tengono sospeso
a circa 40 m sul fiume, il ponte ha una lunghezza di 1052 m ( senza
contare le rampe d’accesso) e una larghezza di circa 26.
La passeggiata è talmente rilassante che i sintomi della stanchezza
spariscono ed ogni tanto si trova anche una panchina dove sostare per
“prendere fiato”. Superata ben oltre la metà del punte decidiamo di
tornare indietro. Oramai sono quasi le 16:00
Facciamo sosta in un fornitissimo negozio di materiale fotografico dove
acquistiamo una scorta di pellicole; poi prendiamo un taxi e rientriamo in
hotel.
Dopo una rinfrescata ed un po’ di relax, usciamo nuovamente. La giornata
di oggi è magnifica e domani il tempo potrebbe peggiorare; quindi
decidiamo di salire sull’Empire State Building. Si avvicina l’orario del
tramonto quindi troviamo una lunghissima fila alle biglietterie; noi siamo
pazienti ed aspettiamo il nostro turno. Le code qui in America sono molto
ordinate e nessuno spinge e fa il furbo per passare avanti …
Con i suoi 407 metri d'altezza e i suoi 102 piani, questo grattacielo
realizzato in 18 mesi , è dal 1931 uno dei simboli di New York, e dopo la
tragedia dell'11 Settembre è tornato ad essere il grattacielo più alto
della città. Di notte i piani più alti sono diversamente illuminati a
seconda delle circostanze, (il 4 luglio, per esempio, giorno di festa
nazionale, si illuminano di blu bianco e rosso). Un po’ di storia. Gli
scavi delle fondamenta di questo prestigioso edificio iniziarono poche
settimane prima del terribile crollo della borsa dell'ottobre 1929 e i
lavori furono ultimati nel 1931, non molti mesi dopo l'inaugurazione del
Chrysler, a cui rubò il primato di edificio più alto del mondo,
superandolo di circa 60 metri.
L'inaugurazione avvenne il 1° maggio del 1931 anche se meno della metà
degli spazi erano già stati affittati, cosa che gli valse il nomignolo di
Empty (vuoto) State Building. Ma il vero successo dell'edificio, che si
affaccia sulla Fifth Avenue, furono le terrazze panoramiche aperte al
pubblico.
Per cena facciamo una sosta in un Deli ( cucinano la pizza ed è pieno di
turisti italiani ! ).
7 AGOSTO 2002 NEW YORK CITY
Data la sfacchinata di ieri, decidiamo di concederci un sonno più lungo.
Facciamo colazione nella super affollata saletta dell’hotel e ripartiamo
alla scoperta della City.
Il taxi ci porta a Washington Square e da qui inizia la visita al
Greenwich Village, il quartiere più elegante di Manhattan. Peccato che di
mattina non ci sia un granchè da vedere ! Di sera, invece, quando gli
uffici del Financial District si svuotano e le orde di turisti abbandonano
la 5th Avenue, i riflettori
della "città che non
dorme mai" si spostano sul Village. Qui, dopo le 8, le strade si
riempiono, il traffico si moltiplica, i negozi, che restano aperti fino
all'alba, cominciano a riempirsi, la musica dei locali invade le strade e
scandisce il ritmo della notte. Quando l'ora di cena si avvicina, non c'è
posto migliore del Village. Qui i ristoranti si toccano uno dopo l'altro
senza soluzione di continuità e spesso, d'estate, quando i tavoli
all'aperto affollano i marciapiedi, si riesce a stento a distinguere quali
appartengano ad un ristorante e quali a quello attiguo.
Sempre a piedi, ci dirigiamo verso il Flatiron Building, situato al n° 175
della Fifth Avenue, all’incrocio con Broadway e la 23rd Street, è un
grattacielo di 22 piani che raggiunge l’altezza di 95 metri. L’edificio è
stato il primo grattacielo autonomo fornito di un sistema antincendio e
dotato di una centrale termica per la produzione di energia il cui vapore
residuo viene utilizzato per riscaldare gli ambienti interni e per
alimentare l’originale meccanismo di funzionamento dell’ascensore. Il
Flatiron venne edificato nel 1902; all’epoca della sua costruzione era il
più alto edificio di New York e detenne il primato fino al 1909, quando
venne superato dalla Metropolitan Life Tower. Il nomignolo successivamente
affibbiatogli (in italiano, palazzo ferro da stiro) è dovuto al suo
particolare aspetto: il corso diagonale della Broadway costrinse infatti
l’architetto Burnham a disegnare un edificio dall’insolita e originale
forma a triangolo, una caratteristica che ne fece, a inizio secolo, un
simbolo di New York oltre che un soggetto particolarmente ricercato dai
fotografi e dagli artisti. Bellissimo … Inutile dire che qui mi scateno
scattando fotografie in b/n !
Lasciamo quindi il Flatiron Bldg., facciamo una pausa-pranzo in un
ristorante sulla Avenue of the Americas poi puntiamo verso il Grand
Central Terminal.
Si sono dovuti rimuovere 2 milioni e mezzo di metri cubi di terra, posare
25 km di rotaie e impiegare 18 000 tonnellate di acciaio per costruire,
nel 1913, una stazione degna di New York.
Dietro la facciata, di stile francese secondo l'Ecole des Beaux-Arts, si
apre una hall più grande della navata centrale della chiesa di Notre Dame
a Parigi, con una volta che offre la suggestiva visione di un cielo
notturno, punteggiato da 2500 stelle. L'illuminazione proviene da immense
aperture, poste a 25 m di altezza. Ai treni si accede scendendo ai due
piani sotterranei; oggi sono in funzione solo i treni suburbani che
collegano la metropoli con la Westchester County e il Connecticut, ma è
allo studio un progetto di ripristino della grande stazione.
Siamo a Midtown ed al 425 di Lexington Avenue c’è il Chrysler Building in
stile inconfondibilmente Art Decò. La guglia in acciaio inox, le sue
campate a tre archi e le finestre triangolari ( che riprendono il motivo
dei radiatori delle auto dell'epoca ), lo rendono sicuramente uno dei
grattacieli più caratteristici di New York. La parte più alta del
grattacielo, prima della punta in acciaio, è ornata agli angoli da enormi
doccioni che riproducono una testa d'aquila, anch'essi in acciaio inox.
Tutta la parte alta del grattacielo è rivestita in acciaio inox ed ha una
forma tanto caratteristica da essere unica.
Purtroppo si può visitare solamente l'atrio, ma ne vale la pena. Infatti
se l'esterno di questo prestigioso edificio è tanto particolare, l'interno
non può essere da meno.
L'atrio fu progettato come un immenso salone
per esporre le
automobili, nel 1978 fu restaurato e ancora oggi si possono ammirare le
decorazioni in marmo, granito e acciaio cromato.
Notevoli sono i 18 ascensori le cui porte sono in legno pregiato decorate
a intarsio con motivi che ricordano un loto stilizzato.
La storia del Chrysler Building, inizia agli albori della fortuna di
Walter Percy Chrysler, che da apprendista presso i laboratori della Union
Pacific Railroad, divenne uno dei più famosi produttori di automobili. Nel
1925 fondò la compagnia che ancora oggi porta il suo nome e per dare alla
società una sede degnamente rappresentativa, decise di riprendere una
vecchia idea costruendo un grattacielo sulla Lexington.
Il Chrysler Building è alto 319 m e ha 77 piani, oggi è la costruzione
cittadina più alta soggetta a vincolo monumentale.
Ritorniamo sulla 5th Avenue e la ripercorriamo in direzione nord, verso
l’hotel.
Dopo un bella doccia rigenerante, siamo di nuovo pronti per affrontare
Manhattan di sera. Ceniamo in un “brutto” self-service sulla Broadway,
dopo di che ci dirigiamo verso Times Square, la “piazza” più viva della
city. Di notte, le enormi insegne pubblicitarie si accendono di mille
colori e le scritte al neon lampeggiano impazzite. Questo turbinio cattura
i pedoni che, volgendo il loro sguardo all’insù, rimangono quasi
ipnotizzati… Come nei notiziari della CNN, anche a Times Square scorrono
velocemente, su una banda luminosa, le news dal mondo della politica,
dell’economia, dello sport …
Entriamo a fare un giro nel grande negozio di giocattoli TOYS ‘R US e poi
nel mega-store della VIRGIN dove rimaniamo per un’ora abbondante a girare
per i piani; curiosando qua e là nei vari reparti di dischi, facciamo
anche qualche acquisto.
Ritorniamo in hotel ovviamente in taxi.
8 AGOSTO 2002 NEW YORK CITY
Oggi, tempo meraviglioso, decidiamo di dedicare l’intera giornata alla
visita di Central Park, ovvero il “polmone verde” di NYC. Il Parco è
ubicato al centro di Manhattan, ci facciamo quindi accompagnare da un taxi
fino ad uno degli ingressi sulla Fifth Avenue ( angolo East 70th Street ).
Central Park è delimitato a nord dalla 110th Street, che in corrispondenza
prende il nome di Central Park North, a sud dalla 59th Street o Central
Park South, a ovest dalla Central Park West e a est dalla Fifth Avenue.
Il parco occupa una superficie di circa 5 ettari e, visto dall'alto,
seguendo il disegnarsi netto e squadrato dei suoi confini, si intuisce la
sua origine studiata a tavolino ( progettato nel 1844 da William Cullen
Bryant che, prima di poterlo realizzare, si dovette scontrare con
l'amministrazione cittadina e le lobby dei costruttori che volevano
impedirne la realizzazione, in quanto significava sottrarre spazio
prezioso all'edilizia ). Fu inaugurato nel 1876, con grande pompa, Central
Park si presentava come un oasi di campagna immersa in una città già
allora densamente popolata.
Il merito comunque della sopravvivenza nel tempo di Central Park è dovuto
anche alla lungimiranza dei suoi progettisti e ideatori, che previdero una
serie di arterie stradali, a un livello più basso, e perfettamente
integrate con l'insieme, che attraversavano il parco, permettendo così il
traffico automobilistico.
Passeggiamo sul The Mall che è il viale alberato circondato dalle statue
di grandi uomini del passato e fiancheggiato da oltre 150 olmi.
Il primo luogo interessate che incontriamo è la Bethesda Fountain and
terrace. La si raggiunge dal belvedere passeggiando
in direzione di Central
Park South. E' la fontana pubblica ancora in funzione, più antica della
città, fa parte del progetto originario del parco e fu inaugurata nel
1873. Al centro della fontana c’è la statua "Angel of the Waters" (angelo
delle acque), che risale al XIX secolo.
Tutt’intorno si possono ammirare le terrazze con le scalinate che sono
considerate uno dei luoghi più tranquilli del parco. In inverno quando
nevica diventa una delle mete preferite dei cittadini per la sua
spettacolare bellezza.
Seguendo l’itinerario proposto dalla cartina, arriviamo al Bow Bridge uno
splendido ponte in ghisa che attraversa il laghetto. Qua trascorriamo un
po’ del nostro tempo a contemplare il bellissimo paesaggio rilassante:
barche che navigano, oche, cigni e perfino un airone catturano la nostra
attenzione ( fotografica ). In lontananza si possono ammirare le cime dei
lussuosi palazzi della 5^ Strada.
Camminiamo ancora per un bel po’ fino a Strawberry Fields. Il giardino è
abbellito da piante provenienti da oltre 160 paesi del mondo, ma la sua
notorietà è dovuta al caratteristico mosaico pavimentale con la scritta
Imagine, dedicato alla memoria di John Lennon, il musicista dei Beatles
ucciso da un folle nel 1980 nei pressi del Dakota Building, dove abitava.
E’ quasi ora di pranzo. Ci spostiamo su Central Park West - 79th Street
dove troviamo un bel ristorante. Mangiamo divinamente e ci rilassiamo
nella bella sala accogliente. Terminato il convivio, Giuliano ed Ornella
fremono per visitare l’ American Museum of Natural History che è lì a due
passi; così, per la prima volta ci separiamo in due gruppi dandoci
appuntamento a qualche ora più tardi.
Io e Alex, quindi, che per i musei non abbiamo molta simpatia, ce ne
ritorniamo a Central Park.
Il nostro giretto “in solitaria” ci porta a The Sheep Meadow dove una
siesta è d’obbligo. E' uno dei prati più famosi di Central Park. Era il
vecchio pascolo, ora è il punto di ritrovo di tutti i newyorkesi che
vogliono prendere il sole, fare pic-nic, giocare a pallone o suonare e
cantare in compagnia…
La nostra passeggiata ci porta poi verso the Carousel la famosa giostra di
Central Park. L’ambiente è molto vivace e colorato; i venditori ambulanti
di popcorn, hot dogs e bibite ricordano l’atmosfera di una festa di paese.
La prima giostra risale al 1870 e, per farla girare, venivano impiegati un
mulo ed un cavallo. Quella di oggi ha lo stesso charme dell’epoca ed ogni
anno quasi 250.000 “fantini” volteggiano sui suoi magici destrieri.
Qui, complice il caldo pomeriggio, acquistiamo un gelato e ce ne stiamo
seduti su una panchina ad osservare il frenetico gioco di alcune squadre.
Il baseball, si sa, è uno degli sport più praticati negli States. Dopo
quasi un’ora di attenta analisi, non siamo riusciti a capirne il
meccanismo … nonostante tutto ci ha molto coinvolto l’accesa tifoseria
sugli spalti.
Il resto del pomeriggio trascorre con estremo relax; io mi faccio
coinvolgere da un giretto in altalena: bellissimo ! Erano decenni che non
provavo l’ebbrezza di questo gioco.
Poi passeggiamo in direzione sud-est verso il Grand Army Plaza. Qui
sostano in fila numerose carrozze trainate da cavalli che offrono, non
proprio a buon mercato, il tour di Central Park. Vari “cocchieri” si fanno
avanti per convincerci a salire, ma noi oramai il parco lo abbiamo
visitato quasi del tutto… Sul marciapiede ci sono bancarelle che vendono
ogni sorta di articoli a stelle e strisce, ciò che attira la nostra
attenzione
sono soprattutto le bellissime fotografie su New York prima
e dopo l’11 settembre. Sicuramente quelle in bianco/nero creano un pathos
unico e, anche se la nostra vacanza volge al termine, traggo ugualmente un
po’ di ispirazione per i miei prossimi scatti.
Dopo l’ennesima sosta su una comoda panchina vicino a the Pond, ci
incamminiamo verso il museo, dove è previsto l’appuntamento con gli altri
due cicisbei.
Il sole è in fase calante e una luce così bella ci invoglia a camminare
verso il Guggenheim. Dalla parte opposta rispetto a dove siamo ora !
Il Solomon R. Guggenheim Museum, che fa parte del cosiddetto Museum Mile,
è ubicato appunto nell’Upper East Side, al n. 1071 della Fifth Avenue, tra
la East 88th e la East 89th Street. Nel 1937 l’industriale del rame e
collezionista Solomon R. Guggenheim, un ebreo di origine svizzera, istituì
una fondazione finalizzata ad accogliere la sua collezione privata (la
Guggenheim Collection of Non-Objective Paintings). Nel 1943 il celebre
architetto Frank Lloyd Wright fu incaricato di progettare per la
Guggenheim Foundation una sede adeguata. Inaugurato nell’ottobre del 1959,
anche dopo i lavori di ampliamento e di ristrutturazione ultimati nel
1993, l’edificio appare esternamente come una spirale rovesciata in
cemento bianco a quattro anelli che sale fino a una cupola di vetro a ca.
30 m d’altezza. Non ci è possibile entrare a causa dell’orario, tuttavia
ci togliamo la soddisfazione di ammirare almeno le sinuose curve
architettoniche che lo rendono così particolare.
Stanchissimi, prendiamo un taxi e torniamo in hotel.
9 AGOSTO 2002 NEW YORK CITY
Anche la giornata di oggi è splendida. Che fare, allora ? I luoghi di
grande interesse li abbiamo praticamente visti tutti, ma la Grande Mela,
si sa, è un polo di attrazione soprattutto per gli amanti dello shopping.
Prima di dedicarci, però, agli acquisti pazzi vogliamo dare un’occhiata ai
quartieri newyorkesi di Chinatown e Little Italy.
Il taxi ci accompagna fino a Canal Street. Il tragitto fino a qua è
rallegrato dalla loquacità dell’autista ( un colombiano ); vista la sua
disponibilità avanziamo la richiesta di farci prelevare domani dall’hotel
per accompagnarci all’aeroporto JFK; lui ci assicura di sì, annotando
qualcosa sulla sua agenda …
Dopo pochi minuti ci troviamo nel bel mezzo della piccola Cina. I
marciapiedi sono ampi ma brulicano di gente che va di fretta. Le attività
commerciali hanno le loro insegne incomprensibili ( ogni tanto, oltre agli
ideogrammi compare qualche scritta in inglese ), le bancarelle ed i negozi
alimentari hanno in vendita prodotti gastronomici bizzarri, per non
parlare di vegetali e radici mai visti ! Insomma, quello che si intuisce è
che la “way of life” americana non ha intaccato più di tanto le abitudini
di questo popolo, persino i quotidiani e le riviste sono in mandarino…
Girando per le vie, curiosiamo per i mercatini; ovunque l’aria è satura
del forte aroma di spezie, di cucina e di fritto …
Lasciamo pian piano ChinaTown e gradualmente le scritte in cinese sono
rimpiazzate da altre, a noi più familiari: siamo a Little Italy. Come
emerge anche dalla guida, negli ultimi decenni l’area del quartiere cinese
si è molto allargata a scapito del “settore” italiano. Quest’ultimo,
oramai ridotto a pochi isolati, è un concentrato di ristoranti, trattorie
e cafeterie ( a quest’ora quasi tutti con le serrande abbassate ! ).
Percorrendo Mulberry Str., una delle vie più importanti,
si possono notare gli addobbi ed i festoni
tricolori appesi come luminarie natalizie… A differenza della confusione e
della vivacità che caratterizzavano le strade di ChinaTown, qui sembra di
essere a “Ghost-Town”. Non avremo possibilità di ritornarci, ma
probabilmente questo è uno di quei quartieri, come il Village, che si
anima solo di sera.
Lasciata Little Italy, sempre a piedi arriviamo a SoHo (acronimo per South
of Houston), altro celebre quartiere trendy di Manhattan e centro
residenziale della nuova avanguardia culturale e artistica. Oltre ad
essere sede di nuovi musei, molte maisons della moda hanno scelto SoHo
come centro delle loro attività commerciali. E' qui che sono nate molte
tendenze stilistiche e di costume.
Qua comincia la nostra
febbre da shopping… Trascorriamo almeno un’ora all’interno del bellissimo
negozio di GUESS ( al 537 di Broadway ). Mentre io ed Alex ce ne stiamo
comodamente seduti ( a riposare ) sulle panche del reparto calzature,
Ornella e Giuliano sono accalappiati da una zelante commessa che fa
provare loro una serie infinita di capi e relativo abbinamento di
accessori… Se a quell’ora ci fosse stata ressa, non ci saremmo rilassati
così tanto !
A piedi percorriamo ancora un pezzo di Broadway; fatta una sosta per
ammirare lo stupendo e gigantesco murales in bianco/nero di DKNY,
decidiamo di prendere un taxi per tornare in hotel a depositare quanto
acquistato.
Pranziamo nel ristorante all’interno della “dorata” Trump Tower. Diamo una
sbirciatina alle lussuose vetrine delle boutiques ubicate sui 5 piani, poi
ci “tuffiamo” sulla 5th Avenue. L’obiettivo è quello di acquistare
qualcosa ( abbigliamento ) anche se qui i prezzi sono alle stelle. Se
fossimo in via Montenapoleone, un po’ di esitazione nell’entrare l’avremmo
di sicuro; sempre con quel modo di squadrarti dalla testa ai piedi. Ma qui
no ! Nelle boutiques semi-deserte, numerosi commessi vestiti con eleganza,
sono allineati perfettamente come soldatini. Sono discreti e gentili e non
ti osservano con quell’aria snob … Entriamo da TOD’S e CALVIN KLEIN. Poi
da CLUB MONACO. Qui i prezzi sono molto più abbordabili, così Giuliano ed
Ornella fanno i loro acquisti. Alex vuole comperare dei capi da indossare
al lavoro o alle riunioni e, su mio consiglio, entra da BROOKS BROTHERS.
La vastissima scelta ed i buoni prezzi favoriscono l’incetta delle
prestigiose camicie e delle bellissime cravatte…
L’unica a non avere ancora comperato nulla è la sottoscritta. Ma ho
intenzione di rifarmi.
Anche fare shopping è stancante, così verso le 17:00 ce ne ritorniamo in
albergo. Bisogna cominciare a preparare i bagagli e così facciamo i primi
test per verificare se le valige riescono a contenere anche i recenti
acquisti !
Ci rilassiamo un po’ e poi usciamo per un’ultima occhiata a new York by
night.
10 AGOSTO 2002 NEW YORK CITY
Abbiamo ancora qualche ora per dare “un morso” alla Grande Mela. Questa
mattina detto legge io, perché mi voglio togliere lo sfizio dello shopping
a Manhattan.
Prendiamo un taxi e dopo 10 minuti siamo all’ 867 di Madison Avenue dove
si trova RALPH LAUREN. La boutique apre da lì a pochi minuti e per un po’
giriamo in solitaria per i piani per ammirare gli splendidi ( e costosi )
articoli. Attraversiamo la strada ed entriamo nella boutique RALPH LAUREN
SPORT. Qui ci sono parecchi capi estivi in saldo ma nulla attrae la mia
attenzione… I miei compagni assecondano i miei bisogni “di spendere” e mi
seguono dentro
tutti i negozi fino al
megagalattico BARNEY’S NEW YORK. Barney's è uno dei più famosi store
multipiano di abbigliamento e non solo ( accessori, profumeria, … )
situato al n° 600 di Madison Avenue. Salire e scendere i cinque piani ci
costa un po’ del nostro prezioso tempo; solo quello, perché di dollari non
ne spendiamo nemmeno uno !
Usciti da Barney’s, la nostra marcia continua imperterrita… visti i prezzi
( gli stessi articoli li trovi in Italia a molto meno ! ) decidiamo di
ritornare alla boutique di CLUB MONACO sulla 5^Strada. Qui finalmente
provo alcuni articoli ed entusiasta decido di acquistarli ( due maglie,
una gonna ed un cappello ): me li vuole regalare Alex e la cosa mi rende
ancora più felice.
Ora è meglio fare ritorno in hotel e sistemare le ultime cose.
Lasciamo la stanza per le 12:00; il taxista di ieri dovrebbe passare a
prenderci alle 12:30 così lo attendiamo sul marciapiede. Il tempo passa e
molti taxi in transito ci “corteggiano” per accompagnarci ( dalle valigie
intuiscono che dobbiamo andare in aeroporto ). Dopo mezz’ora di paziente
attesa, decidiamo di prendere il primo che passa – in realtà lo stesso
taxi aveva fatto il giro dell’isolato, svariate volte !! -
Il nostro volo è previsto per le 17:55; non c’è fretta e quindi siamo
tranquilli. Poi, arrivati al Terminal della KLM e controllati i voli in
partenza, constatiamo con disappunto che il nostro aereo per Amsterdam è
in ritardo di circa due ore ….
A questo punto non ci resta che aver pazienza e farsela passare. Dopo un
simil-pranzo a base di schifezze indiane, girovaghiamo per i vari
duty-free shop, finchè il nostro volo non viene chiamato.
Se la nostra sosta forzata nel terminal del JFK sembrava non finire mai,
il volo ha dato l’impressione di essere breve ( nonostante le oltre 10 ore
effettive ).
Ad Amsterdam una hostess ci attende noi quattro con i biglietti già
preparati per il volo per Malpensa, che sta per decollare … una folle
corsa verso il terminal opposto, ci permette di non perdere la
coincidenza, ma ci fa restare senza fiato. Chissà se le nostre valige sono
state trasferite su questo aereo con la stessa velocità ?
Stanchi ma felici arriviamo a Milano. Un’inutile attesa alla
consegna-bagagli fa presagire il peggio. A quanto pare sono moltissime le
persone nella nostra stessa situazione; e pensando al detto “mal comune,
mezzo gaudio”, ci mettiamo pazientemente in coda al banco “bagagli
smarriti”.
Accanto a noi centinaia di valige non ritirate; pensare alle nostre
abbandonate a loro stesse ( con dentro tutto quel ben di dio che abbiano
comperato ! ) mi fa stare male.
Dove sono andate a finire le nostre ? A questa domanda, l’addetta ci
avvisa prontamente che i nostri bagagli sono rimasti all’aeroporto di
Schipol ( Amsterdam ) – dice che lo vede dal computer -, e a questo punto
ci viene rilasciato un rapporto di smarrimento.
Ce ne ritorniamo a casa. Questo avvenimento ha sciupato un po’ la
conclusione della nostra avventura americana; di buono c’è che, stanchi
come siamo, non dovremo subito disfare le valige e procedere alle
lavatrici di rito ! Magra consolazione.
PS Le tre valige rigide ci vengono consegnate dopo cinque giorni. Lo
zaino, invece, subisce una sorte a dir poco infausta e torna in mano ai
legittimi proprietari dopo oltre un mese di vagabondaggio in luoghi
sconosciuti ! In quei giorni, oltretutto, scoppia il caso “furti dai
bagagli” perpetrati proprio allo scalo milanese ed il solo pensiero che
abbiano aperto le
valige e frugato fra le nostre cose, ci terrorizza.
Fortunatamente tutto si risolve per il meglio !
A questo punto la nostra
vacanza si può considerare finita.
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