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UNA SETTIMANA A NEW YORK SENZA ROVINARSI
Complice una tariffa
aerea “da urlo” trovata via internet con Delta, e l’euro forte io e
Ludovico quest’anno abbiamo deciso di regalarci quel ritorno negli USA
che sognavamo dai tempi del viaggio di nozze.
Dopo aver visitato la prodigiosa West Coast nel 2002 ora è arrivato il
momento di scoprire la grande mela!
Come dicevo, questo viaggio è stato “fai da te”: abbiamo prenotato “on
line” il volo Delta Venezia – JFK (diretto, € 330,00 A/R a persona tasse
incluse) e l’albergo “Park Central”. Ci siamo poi muniti
dell’immancabile guida Routard (New York 2005) e di una indispensabile
assicurazione sanitaria.
DOMENICA 6 MARZO 2005: il volo è discreto. I sedili non hanno gli
schermi singoli ma proiettano un paio di film vedibili. Anche le
poltrone sono abbastanza comode; certo, l’aereo non è nuovo di pallino
ma pazienza.
La tratta fino a New York non è delle più brevi e quindi diventa ancor
più importante poter sedere in posti spaziosi, dunque ecco qua un
piccolo trucco per i volatori Delta.
La compagnia Americana dopo l’11 Settembre ha iniziato ad assegnare i
posti vicino alle uscite di emergenza (più ampi) solamente a persone in
grado di comprendere (in Inglese) ed eseguire tutta la serie di manovre
di evacuazione che comportano l’apertura dei portelloni. Quindi,
soprattutto partendo dall’Italia è molto probabile che questi posti non
siano ancora stati assegnati all’atto dell’imbarco. Richiedeteli senza
timore, evitate di farlo solo se vi manca totalmente una seppur minima
conoscenza dell’Inglese; -infatti, una volta a bordo le hostess verranno
a sincerarsi della vostra capacità di comprendere l’inglese
sussurrandovi qualche parola e studiando la vostra reazione-. Ludovico
ha vantato al check–in cuor di leone e conoscenze da madrelingua per
avere l’agognato posto e se l’è poi cavata a bordo con qualche frasetta
elementare ed un po’ di faccia tosta..
Atterriamo in orario, le valigie arrivano a tempo di record e,
archiviate a gran velocità le formalità di ingresso (incredibile, non
c’è nessuno! Mi ricordo che a Los Angeles tre anni prima ero stata in
fila una vita…) con tanto di impronta digitale e foto ricordo, usciamo
dal gigantesco JFK in cerca dello shuttle gratuito per la Metro di cui
ci parla la Guida.
Macché, non esiste (oppure siamo troppo fessi noi, eppure l’inglese lo
mastico bene e chiedo informazioni anche ad un agente…): bisogna
prendere l’Air-Train che passando attraverso i vari terminal giunge a 2
possibili stazioni della metro: a noi viene consigliata la stazione
Sutphin Boulevard/Archer Avenue/JFK Airport, perché ci avrebbe
consentito un viaggio più breve verso l’hotel, appena a sud di Central
Park. Se invece alloggerete a downtown (per intenderci, nella parte sud
della penisola di Manhattan) forse vi conviene prendere la Metro ad
Howard Beach – JFK Airport.
Il biglietto dell’Airtrain costa 5 $; poi bisogna pagare l’ingresso
della metro, 2 $ a corsa oppure l’ abbonamento settimanale a 24 $ (Metrocard)
che ci sentiamo di caldeggiare, Manhattan è enorme e le corse in
metropolitana si sprecano.
Per usare la metro (ci sono davvero un sacco di linee che si intersecano
e vi portano dappertutto) basta ricordarsi che per andare verso nord
bisogna prenderla Uptown, per andare verso sud Downtown: facile no?
Viaggiare in Metro è sempre folkloristico: a parte il crogiuolo di razze
che si può ammirare, si trovano ragazzi di colore che accendono le loro
grosse radio e ballano l’hip hop, predicatori che parlano dell’imminente
fine
del mondo e chi più ne
ha più ne metta! Dal finestrino attraversiamo il Queens con le sue casette
di legno tutte attaccate…tipica ambientazione di film con eroi di
periferia…
Arriviamo tranquillamente al nostro Hotel: fatto il check-in portiamo
tutte le nostre masserizie in camera, che ci sembra soddisfacente (costa
150 euro a notte, ma è grande, il letto è ampio e comodo, il bagno
spazioso e pulito) e decidiamo di uscire subito anche se è già buio e
siamo un po’ provati dal viaggio e dal fuso.
Beh, noi immaginavamo che a New York il 6 marzo fosse ancora inverno, ma
un freddo così no…da morire…
Intabarrati come in alta montagna, iniziamo a percorrere la settima, nel
cuore del Theatre District (Broadway, in poche parole) verso sud (come è
noto le strade di NY si intersecano ortogonalmente e ciascun indirizzo è
indicato citando il più vicino incrocio tra 2 strade, es.7th and 42nd.)
fino a Times Square, illuminata da decine di insegne luminose, schermi al
plasma ecc. Quando iniziamo a non sentire più le gambe (non si sa se per
la stanchezza o il gelo) ci infiliamo allo Stage Deli, uno dei tipici
Newyorkesissimi locali dove puoi sbizzarrirti tra giganteschi hamburger,
sandwich e deliziosi cheescake: l’attacco al fegato è iniziato! Allo
“Stage” pare bazzicassero Joe Di Maggio ed altre celebrità assortite ed
infatti il conto alla fine è abbastanza salato (circa 20 $ a testa per
l’Hamburger ed il cheescake poi spenderemo sempre di meno).
Una nota, non confondete i Deli tout-court con i Delicatessen che invece
sono gli altrettanto diffusi alimentari che vendono specialità ebraiche
kasher –cioè “permesse” dalla legge ebraica).
Torniamo in Hotel e cerchiamo di addormentarci gustandoci un po’ di TV
made in Usa: a parte il canale che trasmette solo previsioni del tempo 24
su 24 (the weather channel: e ci azzecca nel dettaglio!) c’è la Fox che dà
solo telefilm (Simpson, Friends, ER ecc) e poi la CNN, film a
volontà…insomma, una goduria!
LUNEDI’ 7 MARZO: oggi, come previsto (ma va?) splende il sole. C’è un
freddo allucinante, però!
Ricominciamo a bighellonare per le vie della città, con ancora cumuli di
neve ai margini. Ci dirigiamo verso un localino citato dalla Guida per
fare un’abbondante colazione; è un posticino grazioso, Ludovico ordina
un’abbondante american breakfast (avete presente? Frittata, patate alla
piastra con cipolle –le hash browns- ecc) ed io mi butto sui pancakes con
lo sciroppo d’acero.
Nota bene: per chi non è mai stato negli USA ricordatevi la mancia del 15%
sul conto finale!
Oggi, visto che il cielo è terso, cominciamo (che banalità!) con la Statua
della Libertà. Scendiamo dalla metro a Ground zero e proseguiamo verso sud
ed il mare. Un paio di foto a “the sphere”, ammaccato reduce dell’attacco
alle torri, e poi verso il molo dove, gratuitamente, si può prendere il
traghetto verso Staten Island e che passa “a portata” di foto accanto alla
Signora. L’avrete sulla destra, prendete i posti giusti sul ponte!
Beh che dire…la statua della libertà è davvero fotogenica, le foto si
sprecano! Arrivati a destinazione si esce dal ferry, si fa il giro e si
risale di nuovo per tornare; durante il tragitto di ritorno ecco che si
offre all’obiettivo lo skyline più famoso del mondo!
Alternativamente si poteva fare a pagamento il giro di Liberty Island che
ti porta ai piedi della statua della libertà ma pare che da dopo l’11
Settembre sia proibito salire sulla sua corona e questo secondo noi
privava il tour di quasi tutto l’interesse
(e in più non era
regalato).
Una cosa che non abbiamo fatto ma che un po’ rimpiango è il Museo
dell’Immigrazione ad Ellis Island.
Al rientro dalla gita in traghetto, continuiamo percorrendo le vie che
costeggiano il mare…all’improvviso iniziamo a scorgere il ponte di
Brooklyn ed arriviamo al South Street Seaport, che altro non è che una
deliziosa piazzetta (Fulton Market) piena di negozi ed un vicino centro
commerciale dalla cui terrazza ammirare da vicino il ponte. Ad uno dei
piani del Centro Commerciale è possibile scegliere tra moltissimi
chioschetti etnici e poi sedersi al centro nei vari tavolini: proprio una
cosa simpatica! Io agguanto un hot dog e poi cedo al fascino di una
porzione di cibo cinese, ma c’è il messicano, l’italiano, il tutto pizza,
il tutto granchio, l’oyster bar (ostriche… e nient’affatto care) il
giapponese, l’indiano, l’arabo…insomma ce n’è per tutti i gusti!
A questo punto, è ormai pomeriggio, si impone l’attraversamento del ponte
di Brooklyn! E’ lunghissimo, un po’ impressionante perché sotto i tuoi
piedi (e te ne accorgi, ci sono grosse fessure tra un’asse di legno ed
un’altra!) corrono le auto e soprattutto…c’è il vuoto, il mare! Il ponte
vibra un po’ e per chi soffre di vertigini (mio marito, per dirne uno) può
essere un problemino…invece gli altri pattinano, vanno in bici ecc.
Alla fine del ponte riprendiamo la metro e torniamo a casetta. Ancora
lontani dal digerire le “porcherie” del pranzo, rinunciamo di buon grado
alla cena e ci concediamo uno strameritato riposo. The weather channel
avverte che domani è prevista una tempesta di neve…noi, ingenui, speriamo
ancora che non ci azzecchi!
MARTEDI’ 8 MARZO: il mattino ci accoglie con un cielo piuttosto coperto;
tuttavia quanto meno la temperatura si è leggermente alzata e della neve
prevista nessuna traccia.
Prima tappa: una abbondante colazione all’Art Cafè, a Broadway, dove con
una deliziosa fettona di apple pie (avete presente quella che nonna papera
mette a raffreddare fuori dalla finestra?) mi preparo ad affrontare
qualsiasi intemperie meteorologica.
Ci avviamo, baldanzosi, a zonzo per la quinta strada, che straripa di
negozioni ultralusso. Passiamo davanti alla Cattedrale di Saint Patrick,
al Rockfeller Center…
Dopo pochi minuti ecco che cade il primo timido fiocco di neve…basta un
secondo e si scatena una tempesta pazzesca! Siamo davanti alla Biblioteca
Pubblica (The Public Library) e ci sembra di essere stati catapultati nel
film (piuttosto cretino, in verità) “L’alba del giorno dopo”, quello in
cui a seguito delle mutazioni climatiche gli Stati Uniti vengono avvolti
dal gelo primordiale e i nostri eroi si salvano rifugiandosi proprio nella
Public Library e bruciano tutti i libri per scaldarsi…ritenendola una
similitudine significativa entriamo e cerchiamo di riprenderci al
calduccio delle grandi sale della Biblioteca.
Non sapendo cosa fare, decidiamo di navigare gratis su Internet per un
po’.
Certo che dopo un po’ la noia prende il sopravvento…fuori il fioccare non
si placa e decidiamo di uscire lo stesso: l’unica meta possibile è la
vicina Grand Central Station, ambientazione di migliaia di arcinote scene
cinematografiche e soprattutto munita di decine di punti ristoro etnici.
Arrivati mezzi congelati, ci accomodiamo sui tavolini e ci pappiamo io un
pasto cinese niente male e Ludo un piatto kasher che si chiama pastrami
(deliziosa carne di manzo tipo roast-beef caldo che pare venga conservata
sotto sale).
Oggi non è giornata, meglio
pianificare i prossimi
giorni e non rischiare di essere sepolti vivi dalla neve. Per fortuna che
negli Stati Uniti non ci si annoia, perché veniamo avvicinati da una
graziosa anziana signora del Connecticut (secondo noi assolutamente
sciroccata) che spacciandosi per milionaria ci intrattiene per un bel po’
raccontandoci le cose più disparate.
Beh, la tempesta ci ha davvero provati, meglio recuperare le forze in
vista di tempi migliori: in effetti the weather channel da una parte ci
rassicura (domani sole) dall’altra ci terrorizza (ormai abbiamo imparato a
credergli ciecamente): domani ci saranno tipo 18 gradi Farenheit ossia
l’inferno!
(nota dell’autore: volete trasformare i gradi Farenheit in Celsius in modo
non precisissimo ma rapido? Ebbene, posto che 32 F è lo 0 Celsius, data
una temperatura in gradi Farenheit togliete 30, dividete per 2 ed
aggiungete il 10%: quindi 18 F sono…circa –5 gradi Celsius!)
MERCOLEDI’ 9 MARZO: un cielo terso rischiara la metropoli; noi siamo in
tenuta da battaglia tipo Totò a Milano: calzamaglia, doppia maglia della
salute e siamo lì lì per metterci un doppio berretto, ormai l’estetica è
andata a farsi benedire.
Fuori dire che c’è molto freddo è riduttivo, ogni tanto mi volto indietro
per verificare che a terra non siano rimasti pezzi del mio corpo
staccatisi da me come stalattiti di ghiaccio. In più ci si mette un
venticello gelido che fa solidificare le lacrime (lacrime da freddo!)
prima che tocchino terra.
Certo, visitare il Greenwich Village e Washington Square con una
temperatura un po’ più gradevole sarebbe stato davvero auspicabile,
cominciamo a capire che forse c’è un motivo per cui i voli in questa
stagione sono molto convenienti…
Ma niente paura! Dopo una colazione molto lunga (non avevamo il coraggio
di uscire fuori dal locale) al Washington Square Diner decidiamo che oggi
ci dedicheremo allo shopping, passando da un centro commerciale ad un
altro: ah ah ah, che idea geniale!
La giornata passa così molto lieta, tra Macy’s, OMG (negozio di jeans ad
ottimi prezzi -attenti alla corrispondenza tra i prezzi indicati nei capi
e quelli battuti alla cassa, ma comunque i jeans Levis a 40 $ e Calvin
Klein a 60$ da noi ce li sogniamo ), Century 21 (vicino Ground Zero),
librerie varie (Barnes & Noble e Strand Books -un TEMPIO con kilometri di
scaffalature colme di libri di seconda mano a prezzi stracciati non so se
a voi piaccia il genere ma io avrei potuto passarci tutta la vacanza,),
GAP, Banana Republic, J.P.Crew, Fao Shwarz (giocattoli), Crate & Barrel
(arredamento), Bloomingdale’s e chi più ne ha più ne metta! Il problema è
che siamo così intabarrati che per provarci un vestito ci vuole mezz’ora
per spogliarci e altrettanto per rivestirci; inoltre i negozi sono a tipo
28 gradi –celsius-, (i commessi girano in camicia), e l’escursione termica
fra dentro e fuori è allucinante facendoci sudare copiosamente appena
entriamo …
Un momento positivo è stato il pranzo (avete notato? Mangiamo a colazione
più un pasto solo tipo i cani, perché le vivande sono abbondanti,
ipercaloriche e super-sazianti forse perché difficili da digerire) al
“Corner Bistro”, con un ottimo hamburger, la Routard lo segnala tra i
migliori burgher della Grande Mela e secondo noi non si sbaglia, Ludovico
ne mangia due meritandosi all’uscita l’interessamento del cortesissimo
gestore.
Comunque la giornata prosegue in allegria ed alla fine ci siamo così
acclimatati che decidiamo di restare fuori per la serata, andando al
cinema.
(9 $ al Cineplex 34th
street dalle parti del Madison Square Garden).
GIOVEDI’ 10 MARZO: oggi il clima è leggermente più clemente; dopo
colazione (torniamo all’Art Cafè) ci dirigiamo verso il Central Park ove
ancora si stagliano titanici migliaia di cancelli arancioni dell’artista
Christo, quello che impacchetta i palazzi, e che sono vissuti dalla città
come un evento memorabile per la storia dell’arte contemporanea (contenti
loro!)
Il Parco è davvero bello, c’è ancora molta neve per terra e gli alberi
sono spogli, è già notevole così ma in primavera deve essere magnifico,
anche perché oggi è un giorno lavorativo e per di più freddo, quindi non
vediamo molte persone che fanno jogging, pedalano e simili.
Passeggiamo a lungo, e dopo 2 ore siamo ancora a meno di un terzo del
parco. Passiamo sul celebre bow bridge e fotografiamo gli scoiattoli (sono
tanti, grossi, e si avvicinano parecchio in cerca di cibo). Il laghetto
dove nei film si vedono le barchette con gli innamorati oggi è ghiacciato!
Comunque è davvero suggestivo! La giornata è bella quindi è il momento di
vedere la città dall’alto dell’Empire State Building.
Dimenticate la scena finale di “Insonnia d’amore”, per salire sull’Empire
si paga (ingresso 14 $) e si fa pure la coda (anche se la nostra è stata
rapidissima attraversiamo una struttura tipo ingresso degli Uffizi che è
evidentemente dimensionata per file kilometriche). Dopo saliamo con questi
mega ascensori fino in cima e lo spettacolo è decisamente grandioso, la
calotta del bellissimo Crysler Building risplende al sole e il panorama è
all’altezza delle aspettative!
Decidiamo di dare al nostro stomaco una pausa dagli hamburger e ci
avventuriamo per la pittoresca Chinatown; vogliamo mangiare cinese e ci
accomodiamo in Mott Street, all’Evergreen Shangai Restaurant: mangeremo
uno dei migliori cinesi in assoluto della nostra vita: piatti deliziosi di
lo mein, ravioli al vapore squisiti, gamberoni a cocco e mandorle da
paura, il tutto con modica spesa e quantità industriali.
E così, satolli, torniamo in Albergo soddisfatti: domani è il giorno che
dedicheremo ai Musei.
VENERDI’ 11 MARZO: che cos’è una vacanza senza un poco di cultura? New
York offre tra i migliori Musei al mondo e noi, pur senza passarci
giornate intere, abbiamo le migliori intenzioni a riguardo.
Stamattina colazione di fronte all’Hotel con french toast & co, poi ci
dirigiamo verso l’imponente costruzione del Metropolitan Museum, MET per
gli amici.
Entriamo pagando il biglietto con la sensazione che sia più una donazione
che un obbligo, infatti si può chiaramente accedere alle sale del museo
senza alcun tipo di controllo. L’atmosfera è calda ed avvolgente; ci
aggiriamo ammirati tra le meraviglie egizie (fantastico il tempio di
Dendur e i modellini trovati nella tomba di Meketra), medievali, i dipinti
di Van Gogh, dei maestri italiani ed europei, l’arte asiatica, le armi e
le armature, l’ala americana con le vetrate di Tiffany.
Prima di aggredire rapidamente il Museum of Modern Art (MOMA per gli amci)
ci concediamo un pasto in un posto davvero originale: Big Nick, nell’Upper
West-Side, con un menù che ha qualcosa come 50 pagine!
Al MOMA (recentemente ritornato a Manhattan dopo un periodo di
trasferimteno al Queens per un pesante restyling) facciamo una breve
incursione nel tardo pomeriggio, l’ingresso qui sarebbe a pagamento ma
dopo una certa ora del venerdì pomeriggio è gratuito e ne approfittiamo.
La visita è piacevole, ci sono molti pezzi di design
e soprattutto opere
famose come la Marilyn e la Campbell Soup di Andy Warhol, la scultura di
Boccioni che sta sui nostri 20 centesimi …
E’ stata una giornata impegnativa, domani è l’ultimo giorno e quindi
decidiamo di riposarci, non prima di aver acquistato i biglietti per il
Musical “Mamma mia!” al Cadillac Winter Garden Theatre, ad un passo dal
nostro hotel. Sono cari (100 USD a testa) ma i posti sono ottimi e poi…è
lo spettacolo del sabato sera! Per i biglietti dei Musicals: ci sono 2
posti dove cercare le occasioni, uno in Times Square ed uno al South
Street Seaport, trovate un’insegna con scritto “TKTS”, tuttavia non è
detto che si trovi lo spettacolo che si desidera, quindi noi siamo andati
direttamente al botteghino del teatro.
SABATO 12 MARZO: Stamani, per non sbagliare, torniamo all’Art Cafè per la
colazione. Oggi è una giornata da ri-dedicare ad un po’ di sano shopping,
anche per portare a casa un i regali. Torniamo in alcuni negozi che ci
erano piaciuti: Crate & Barrel, Macy’s, Century 21; visitiamo Toys ‘R Us
dove compriamo un po’ di giocattoli per il nipotino (costano una miseria
rispetto all’Italia) il negozio Polo Ralph Lauren (attenzione, questo non
è un outlet, quindi è molto caro), il Virgin Mega Store (i CD non costano
meno che da noi, e così la tecnologia: l’I-Pod ad esempio in Italia costa
uguale.). Ritorniamo anche al Fulton Market, quella piazzetta vicino al
Brooklyn Bridge. Facciamo infine una capatina nel quartiere della Borsa, a
Wall Street.
Da un paio di giorni le giornate sono quasi tiepide ed è un piacere
bighellonare senza battere i denti. Un desiderio ci è rimasto: tornare a
China Town all’Evergreen Shangai, e così ci facciamo un secondo lauto
pasto cinese davvero delizioso.
Alle 20.00 ci avviamo verso il teatro, è davvero bellissimo e pienissimo.
Gli attori del Musical sono bravissimi, hanno voci notevoli, le musiche e
la storia sono davvero godibili; insomma Mamma Mia è un musical allegro
che vi consigliamo, certo se si mastica l’inglese è meglio…
All’uscita del teatro ci fermiamo allo Stage Deli perché mi era rimasto
nel cuore un pezzettino di cheescake con le fragole…
Domani si parte, ma abbiamo intenzioni bellicose: non vogliamo
assolutamente perderci la Messa Gospel ad Harlem, quindi ci alzeremo
prestino perché la guida ci avverte che queste funzioni sono assaltate dai
turisti, e che raggiunto un certo numero di “intrusi” chiudono le porte.
DOMENICA 13 MARZO: Di buon ora partiamo per Harlem prendendo la Metro. Non
facciamo neppure colazione per non rischiare di perdere tempo, o oggi
o…mai più!
Nonostante l’impegno e pur arrivando alle 9.00, all’Abyssinian Baptist
Church non c’è trippa per gatti…poi abbiamo saputo che essendo questa la
chiesa più famosa, molti posti sono prenotati dai Tour Operator con
anticipo, quindi è inutile anche correre! Un po’ sconfortati, decidiamo di
non arrenderci, prendiamo la Metro, torniamo un po’ indietro ed arriviamo
alla Canaan Baptist Church (all’altezza della 116 strada). Qui un solerte
e anziano fedele ci accoglie con grande cortesia, dicendoci che la
funzione inizia alle 10.45 ma che ci conviene presentarci non più tardi
delle 10.00. Evviva! Abbiamo anche una mezz’ora per la colazione proprio
di fronte, in un localino carinissimo che si chiama Amy Ruth’s.
Alle 10.00 ci prepariamo ad entrare in Chiesa, ci muniscono di busta per
le offerte e prendiamo posto in galleria (già… il tempio ha la struttura
di un cinema). Sotto di noi l’altare e poi tante
panche dove si vanno ad
accomodare ragazzi e bambini che compongono il coro giovanile. La chiesa
si riempie via via dei fedeli, tutti di colore, di ogni età, con l’abito
della festa, le signore con il cappello e la veletta…fantastici!
Beh, che dire di questa esperienza? In primo luogo che è davvero
suggestiva, merita TANTISSIMO. Il coro si può definire solo eccezionale
così come i ragazzi che cantano da solisti. L’atmosfera in cui si svolge
la funzione è di allegria, gioia, ed enorme partecipazione… La messa della
settimana è una sola perché deve essere il momento in cui tutta la
comunità parrocchiale si riunisce intorno al suo predicatore che la
stimola con un sermone (non troppo ortodosso) ad avere pensieri elevati e
buoni sentimenti verso il prossimo. Poi si parla di tutto … dai successi
scolastici dei parrocchiani, chiamati sul pulpito per i complimenti, alle
preghiere per i malati ed i carcerati (con nome e cognome); per noi è
stato proprio coinvolgente. Attenzione però: anche se non vi obbligano
certo a restare la nostra messa è durata oltre 4 ore, siate preparati ma
se accettate un consiglio … cercate di andarci!
Elettrizzati ed un pochino provati, torniamo al nostro hotel, dove avevano
provveduto a custodirci i bagagli (il check out avevamo dovuto farlo di
mattina prima di uscire). Una rapida conta dei bagagli (enormemente
aumentati per via degli acquisti: pensate che abbiamo viaggiato nel
periodo di massimo apprezzamento dell’euro, ben 1,36 USD, una bella
fortuna!) e poi via verso la Metro, l’Air Train e l’aeroporto JFK.
C’è da dire che siamo decollati da un terminal veramente sfigato (2 bar in
croce e zero negozietti) per cui abbiamo consumato un pasto squallidino
(un hot dog). L’aereo era strapieno (c’era gente in lista d’attesa) e con
tanti madrelingua veri il giochetto dei posti vicino all’uscita di
sicurezza non ci è proprio riuscito, in compenso il volo è partito
puntuale.
A bordo hanno cercato di proiettare un paio di film ma appena cominciavi
ad appassionarti alla storia un guasto li costringeva a cambiare pellicola
(assurdo!) ma tra pisolini e pasti orrendi siamo arrivati (tra l’altro al
ritorno ci mette meno…): è già domenica mattina, se teniamo duro fino a
sera ci rimettiamo n pari con il fuso italiano!
CONCLUSIONI: New York è una città che non lascia indifferenti, bisogna
vederla, anche se ti sembra di conoscerla da sempre: le enormi vie piene
di taxi gialli, i baracchini che vendono gli hot dog all’angolo delle
strade, i mega grattacieli, la metropolitana e persino la statua della
libertà sono ormai un patrimonio comune dovuto a tanti e tanti film che
sono ambientati nella grande mela.
Secondo noi una settimana è un periodo adeguato per farsi un’idea
abbastanza completa della città (cioè di Manhattan). Noi abbiamo trovato
un clima davvero rigido, ma è probabile che la sfortuna ci abbia messo lo
zampino perché ci raccontavano che non sempre l’inizio di marzo è così
freddo.
A New York ci si muove con facilità, la città è molto sicura (almeno
Manhattan, a parte –dicono- Harlem di notte), non carissima (molte le
occasioni di shopping, almeno finchè regge bene il nostro euro) sempre
piuttosto vivace e non troppo affollata almeno in questo periodo …anche la
bassa stagione insomma ha i suoi vantaggi!
Consigliamo questo viaggio un po’ a tutti, di organizzatelo da soli e,
magari, effettuatelo in primavera o in autunno. Certo costa di più… un
esempio: noi abbiamo speso 330 euro di volo e 540 euro di hotel a testa
(ossia 870 euro circa) - oltre a circa 500 USD (370 euro) a testa
di extras- . Una coppia di amici che è partita pochi giorni fa per la
stessa cosa (volo, ma con scalo a Francoforte e 7 notti in un hotel di
identica categoria) ha pagato 1150 euro a testa (ed era un’occasione su
Expedia!): un sacrificio economico di quasi 600 euro per godere di un
clima infinitamente migliore (ora a NY ci sono 20 gradi) ma probabilmente
di una città invasa dai turisti. Voi che dite?
Un saluto ed al prossimo racconto
Eva e Ludovico.
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