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ON THE ROAD ATTRAVERSO CALIFORNIA, NEVADA E UTAH
Prima di cominciare
Con questo racconto vogliamo condividere le emozioni che abbiamo provato
durante il viaggio fornendo qualche utile spunto a chi sta programmando
qualcosa di simile. Il primo consiglio che diamo a chiunque decida di
partire è, però, quello di prendere solo spunti dai racconti pubblicati
in Rete. Il rischio altrimenti è di azzerare l’iniziativa personale
costruendo un viaggio che rispecchia la personalità degli altri, non
quella propria.
L’itinerario che abbiamo percorso è stato decisamente impegnativo e 15
giorni sono stati un po’ pochi anche se, devo dire, sufficienti per
vedere tutto quello che ci eravamo proposti di vedere. Certo, alcuni
luoghi avremmo voluto visitarli con più calma.
Abbiamo percorso 3300 miglia pari a ca. 5300 chilometri, guidando in
due. La maggior parte delle distanze sono servite da strade in perfette
condizioni e con traffico inesistente (grandi città escluse).
L’unica tappa davvero massacrante è stata quella da Pahrump (Death
Valley) a Three Rivers (Sequoia National Park): 480 miglia attraverso
passi montani, valli, deserti. Non è possibile impiegarci meno di 8-9
ore.
Abbiamo speso in tutto ca. 6200 euro di cui 2000 per il volo e 650 euro
per il noleggio dell’auto.
Abbiamo pernottato quasi sempre nei Best Western con una spesa media,
comprese le tasse, di ca 90 dollari a notte. La soluzione non è la più
economica (si possono spendere anche meno di 50 dollari), ma le camere
sono una certezza e la pulizia è assicurata.
Abbiamo utilizzato il Fly & Drive di Hotelplan per la prenotazione dei
voli, dell’auto e di 4 notti (le prime due a Los Angeles e le ultime due
a San Francisco, ossia quelle che non avremmo modificato di sicuro).
Tutti gli altri pernottamenti li abbiamo prenotati dall’Italia via
Internet. Essendo agosto abbiamo preferito fissarle tutte (tranne una).
Con i Best Western è possibile prenotare senza pagare anticipi e disdire
fino a 24 ore prima senza alcuna penale. Quindi qualora avessimo deciso
di cambiare l’itinerario, sarebbe stata sufficiente una postazione
Internet o un telefono. Ci è sembrata una scelta saggia, soprattutto
perché ci ha permesso di risparmiare ogni giorno il tempo necessario per
trovare la sistemazione potendo arrivare a destinazione anche la sera
senza l’incubo di trovare dappertutto la scritta No Vacancy. In molti
posti la prenotazione si è poi rivelata inutile, perché avremmo trovato
comunque posto, in altri, come a Kayenta (Monument Valley), Page (Lago
Powell), Panguitch (Bryce Canyon) e Moab (Arches) alle 6 di sera i posti
nei motel erano praticamente tutti esauriti. Da non dimenticare, poi,
che le tariffe Internet sono sempre le più economiche.
Per il resto, benzina e cibo costano decisamente meno che in Italia,
soprattutto per noi che siamo di Milano.
E allora, ecco quello che io (Fede) e la mia ragazza (Dany) abbiamo
vissuto nei primi 15 giorni di agosto 2004.
2 agosto 2004
Da Milano a Francoforte a Los Angeles
I voli Lufthansa sono puntuali, anzi a Los Angeles arriviamo con un
po’di anticipo, all’una del pomeriggio.
Le formalità all’immigrazione sono rapide. L’unico imprevisto è che una
volta ritirati, i nostri bagagli vengono dichiarati suspect. Insomma io
devo subire una perquisizione approfondita del trolley: mi aprono
persino il barattolo della crema dopobarba. Ovviamente non trovano nulla
di suspect e dopo 20 minuti sono libero di entrare negli States. Non ho
capito la ragione per cui hanno ritenuto che il mio bagaglio fosse
sospetto; credo perché in Italia lo avevo imballato con la pellicola per
evitare che si aprisse o, più probabilmente, perché la regola dei
controlli a campione era toccata a noi!!!
Dimenticato in fretta l’imprevisto prendiamo il pullman della Hertz che
ci porta in un attimo all’ufficio per il ritiro della nostra auto.
Natascha, l’impiegata della Hertz, è gentilissima e quando le diciamo
che avremmo fatto il giro dei parchi nazionali ci dice che ha a
disposizione una macchina di categoria superiore alla B (compatte) e ce
la assegna senza overcharge. Ma che gentili questi americani! Morale ci
consegna una Subaru Outback 4x4, una sorta di station wagon a pianale
rialzato con delle gomme adatte anche allo sterrato!!! Sedili a
regolazione elettrica, cruise control, bagagliaio immenso, anche se noi
abbiamo solo un mini trolley a testa, insomma una gran figata.
Districarsi per le strade di Los Angeles è meno complicato di quanto ci
si aspetti, anche se le strade si intersecano ad angolo retto in una
infinita rete in cui le macchine restano intrappolate. Però la
segnaletica è ineccepibile e le istruzioni che Natascha ci ha dato ci
permettono di arrivare in hotel in meno di un’ora, tanto che un po’ mi
dispiace perché non riesco a provare l’esperienza di sbagliare strada
almeno una volta!
Siamo nel cuore di Hollywood, di fronte al Teatro Cinese, il cinema più
famoso del mondo! Prendiamo possesso della stanza, lasciamo l’auto al
Valet (per 2 notti pagheremo 32 $ di parking + tasse!!) e sebbene cotti
per il viaggio cominciamo il giro di Hollywood Boulevard: la Walk of
Fame, il Teatro Cinese, il Kodak Theatre oggi sede permanente degli
Academy Awards (gli Oscar). Prendiamo uno di quei Bus a due piani che
con 27 $ ci fa fare un giro di un paio d’ore nei luoghi più interessanti
e famosi di Hollywood, compresi gli studios della Paramount e la sede
della CBS. Passiamo anche di fianco al motel dove è stata girata la
scena finale di Pretty Woman, quella della scala antincendio. Non
andateci a dormire, però. E’ davvero mal frequentato.
Dall’alto del pullman ho la prima conferma sullo stile di vita degli
americani: per loro l’auto è la prima casa. Dentro le auto c’è un mondo
fatto di tazze di plastica, sacchetti, block notes, riviste,
ordinatamente sparse su tutte le superfici.
Ceniamo alle 6.30 pm in un tristissimo ristorante fast food di
specialità Mongole (si, a Hollywood c’è) che poi significa mangiare una
insalata di pollo e una coca cola. Siamo davvero distrutti e il vento
gelido che ci siamo presi sul pullman ci ha stesi. Alle 8.30 pm siamo in
camera e in pochi minuti ci addormentiamo. Ci prendiamo anche la
melatonina, che francamente non so se serve, ma male non fa .
3 agosto 2004
Los Angeles - 95 miglia percorse
Alle 7.00 am siamo già a bordo della nostra auto. La prima tappa è al
mitico Denny’s dove intendiamo farci una colazione American style, una
di quelle che ti riempiono fino a sera. La Dany è scettica e sebbene si
dichiari disposta a provare qualcosa di veramente pesante, spera di
trovare cereali e frutta, povera illusa!!
E infatti, visto che siamo entrati nel tempio dell’America unta e grassa
che fa colazione, io mi mangio per 10$ un All American Slam da poco meno
di 1000 calorie (ben specificate) composto da 3 scrambled eggs (uova
strapazzate), bacon, salsiccia, strisce di patate arrostite, pancakes,
burro e marmellata il tutto irrorato da un “ottimo” mezzo litro di
american coffee. La Dany ci prova anche lei, ma prende una versione
ridotta e riesce pure a farsi dare una bacinella di frutta fresca che
consiste in una decina di agonizzanti acini d’uva rossa. Lasciamo la tip
al tavolo e paghiamo il conto alla cassa. Sono felice.
A questo punto siamo pronti per iniziare a girare. Seguendo la cartina
(indispensabile, vista l’estensione della città) arriviamo a Beverly
Hills. Ci facciamo un lungo giro nel quartiere residenziale a monte di
Sunset Boulevard, in mezzo alle villone dei ricconi, tutte precise,
ordinate, pulite. In giro si vedono solo asiatici e afroamericani che
tagliano l’erba, potano le siepi, dipingono i recinti. Girando entriamo
anche a Bel Air, altro quartiere famoso dove vivono i famosi.
Arriviamo a Rodeo Drive dove parcheggiamo l’auto e mettiamo monetine nel
meter sufficienti per un’oretta di passeggiata. È ancora presto, sono le
10.00 am e in negozi stanno aprendo. Rodeo Drive è bella, più per la sua
fama e per la sensazione di trovarsi sul set di qualche film, che per
quello che c’è. In fondo è solo una via ben tenuta piena di negozi
italiani. Ci facciamo un giro nelle toilet del grande magazzino Saks
Fifth Avenue, ci prendiamo un frullatone da Jambo Juice e partiamo per
la nostra prossima tappa: Santa Monica e Venice Beach.
La giornata è fresca e soleggiata. L’oceano pacifico appare
all’improvviso e con lui l’immensa spiaggia dorata patria dei Baywatcher.
La Dany si guarda in giro ma non ne vede: “dove stanno sti belloni?”. Le
guardiole con il salvagente rosso a forma di supposta ci sono, le auto
gialle pure, ma i figaccioni no, o meglio, sono dei ragazzi
normalissimi, annoiati e chiusi dentro e loro casette grigie. Allora il
figaccione lo faccio io: mi tolgo la maglietta e mi metto in posa di
fianco alla supposta rossa. E mi faccio immortalare.
Ci facciamo una lunga passeggiata sulla battigia fino al pontile dove
c’è la ruota panoramica, l’ottovolante degli anni passati, i videogiochi
e tanta tanta gente. Torniamo verso l’auto percorrendo la striscia di
asfalto che corre come un tappeto sulla sabbia di Santa Monica e sulla
quale passano runners, skateboarders, rollerboarders e bikers. Siamo in
America!
Proseguiamo verso Venice Beach patria della beat generation del tempo
che fu. Ancora oggi si incontrano personaggi curiosi, tatuati, pieni di
pircing, palestrati e depilati. L’atmosfera è allegra e lo struscio
avviene tra la spiaggia, una sfilza di negozi che vendono davvero di
tutto e le famose palestre all’aperto. Devo dire che è piacevole
guardare, osservare la gente che qui ama mettersi in mostra.
È ormai pomeriggio inoltrato quando arriviamo agli Universal Studios.
L’obiettivo non è visitarli (io c’ero già stato qualche anno fa oltre ad
aver visitato insieme alla Dany anche quelli di Orlando), ma vogliamo
ugualmente girare nell’area tutt’intorno al parco per comprare qualche
gadget. Prima tra tutti la magliettina dell’Hard Rock Cafè. La Dany è
soddisfatta dell’acquisto, io mi compro una T-Shirt della Billabong (made
in Australia!).
Consiglio comunque la visita agli Universal Studios, che noi questa
volta abbiamo saltato, perché in una mezza giornata almeno, permette di
vedere i veri set di molti film e telefilm che tutti noi abbiamo amato
(biglietto: 50$ a testa). E poi sono gli originali. Tutti gli altri
Universal Studios presenti sul territorio americano (Orlando) e europeo
(a Disneyland Paris) sono delle ricostruzioni.
Usciamo con fatica prendendo una Freeway completamente bloccata (è l’ora
di punta). Ci siamo messi in testa di arrivare fin sotto The Hollywood
Sign la famosa scritta che dalla città si vede solo in lontananza.
Dopo una sosta in un market Seven Eleven per fare scorta d’acqua e
generi di conforto in vista dell’inizio del nostro viaggio on the road
di domani, partiamo alla ricerca di una strada che si avvicini alla
mitica insegna. E la troviamo!
Tutti dicono che è difficilissimo avvicinarsi perché non esiste una
strada di accesso aperta al pubblico, però un modo c’è e permette di
vedere un quartiere abbarbicato sulle colline sopra Hollywood che ha il
sapore d’Europa (a me ha ricordato Lisbona). Basta prendere Hollywood
blv in direzione est. Qualche block dopo il Teatro Cinese si gira a
sinistra in Argyle blv e dopo il ponte della Freeway la strada comincia
a salire. Ci sono un sacco di incorci, ma seguendo l’istinto si arriva
proprio sotto la scritta anche se un vero e proprio accesso non esiste.
Ottime foto al tramonto.
Ceniamo in un Pollo Loco davvero poco raccomandabile dalle parti
dell’hotel e alle 9.30 pm andiamo a nanna. Domani inizia la nostra
4 agosto 2004
Da Los Angeles a Las Vegas – 277 miglia percorse
Bissiamo la colazione al Denny’s (ormai siamo di casa) e alle 9.00 am
siamo pronti per affrontare le 270 miglia che ci separano da Las Vegas.
Inizio a guidare io, per questo troviamo subito la strada che tra una
Freeway e l’altra ci conduce sulla Interstate 15 North, direzione Las
Vegas.
La prima metà del viaggio non offre spunti paesaggistici degni di nota,
ma la felicità che proviamo ad essere davvero on the road è più che
sufficiente a mantenere l’umore alle stelle.
Ci fermiamo dopo 130 miglia a Barstow per una rapida pipì e per comprare
a bag of ice, il ghiaccio per tenere fresche le bevande. La Dany prende
il comando per la parte restante del viaggio: per la prima volta al
volante della nostra Subaru devo ammettere che se la cava bene, anche se
ha la tendenza (che non abbandonerà per tutta la vacanza) a stare un po’
troppo in mezzo alla strada, come se la striscia della corsia fosse la
mediana che taglia in due la macchina. Il cruise è impostato a 75 miglia
all’ora. Procediamo tranquilli e senza traffico mentre il termometro
segna ormai oltre 40° C.
All’1.00 pm passata arriviamo al nostro hotel, l’Excalibur che per chi
arriva da sud è uno dei primi Hotel dello Strip, la via principale di
Las Vegas. Lo stile è quello fiabesco del castello di Re Artù. È enorme
e con le sue quasi 4000 camere era uno dei più grandi 10 anni fa quando
fu costruito. Oggi credo sia uno tra i più piccoli…
Entriamo dopo aver abbandonato l’auto nel parcheggio. Chissà se
riusciremo a ricordarci dove è…il parcheggio contiene non meno di 3000
auto.
Cerchiamo con impegno il banco del check-in (impossibile raggiungerlo se
non si seguono le indicazioni che permettono di orientarsi in mezzo alle
centinaia di Slot Machines) e prendiamo la nostra stanza. Per 66$
abbiamo a disposizione qualcosa come 40 metri quadri di stanza in stile
medioevale con un bagno enorme e dotata di ogni comfort! Davvero niente
male.
In breve siamo pronti per partire alla scoperta di Las Vegas. Per i
casinò abbiamo un budget di 30$ che giocheremo qua e là alle Slot
Machines di ciascun hotel.
Visitiamo il Luxor (quello a forma di piramide), il Bellagio (quello che
ricorda il lago di Como), il Venetian (quello a forma di Venezia), il
New York New York, che vi lascio immaginare a cosa assomigli, il Ceasar’s
Palace, il Circus Circus, il Mirage, il Manadalay Bay, l’MGM Grand e il
Tresure Island. Ogni visita significa prendersi una botta di caldo
assurda quando si esce e una botta di gelo polare quando si entra. Meno
male che la Dany mi ha costretto a portarmi un maglione! Come
prevedibile la parte più bella degli hotel è l’esterno, mentre
all’interno i casinò, i buffet, le attrazioni sono più o meno tutti
uguali.
Questa città è davvero un delirio, ci sono 120 mila stanze, centinaia di
migliaia di slot machines, giochi, cinema, divertimenti di ogni tipo. In
10 anni (ero passato di qui nel ’94) si è trasformata, ingigantita,
immostruosita! Però è davvero divertente e anche un po’ inquietante
vedere la quantità di americani che passano le ore davanti alle Slot,
nella vana speranza di vincere. Credo che anche loro ne siano coscienti,
ma continuano a giocare per non pensare ai loro problemi. Las Vegas vale
assolutamente una visita anche se una notte è più che sufficiente a meno
che non siate fanatici del gioco d’azzardo, dei cinema Imax o degli
ottovolanti. Credo sia la più americana delle città americane.
Ci rifacciamo lo Strip a ritroso dopo il tramonto per goderci l’orgia di
luci che illumina a giorno il cielo. Assistiamo allo spettacolo delle
fontane danzanti di fronte al Bellagio al ritmo di “Con te partirò” di
Bocelli (carino e breve) e in tarda serata rientriamo all’Excalibur dove
ceniamo in 10 minuti da Mc Donald’s, perdiamo qualche altro dollaro alle
Slot e e verso le 10.30 pm, cadiamo distrutti nelle braccia di Morfeo.
5 agosto 2004
Da Las Vegas a Tusayan (Grand Canyon) – 322 miglia percorse
La Dany mi sveglia come al solito all’alba (6.30 am). Facciamo colazione
al Round Table Buffet dell’Excalibur, un all you can eat che con 10$ a
testa ci permette di mangiare una quantità di cibo impressionante. Prima
di partire alla ricerca della nostra auto buttiamo via un altro dollaro
alle Slot e…vinciamo in un colpo “ben” 5$. Che ovviamente riperdiamo
subito.
Carichiamo l’auto (l’abbiamo ritrovata!) con le nostre poche cose e ci
dirigiamo verso l’Interstate 93, direzione Grand Canyon. Facciamo subito
benzina e questa sosta si rivela estremamente proficua, infatti notiamo
che nell’auto di due vecchietti c’è un utilissimo contenitore di
polistirolo che contiene ghiaccio e bevande sempre fresche. Ci
informiamo e la Dany scopre che è in vendita nel minimarket del
benzinaio a 3$. Lo compriamo all’istante. Diventerà il nostro
indispensabile compagno per il resto del viaggio, fonte di bibite e
generi di conforto (frutta e merendine per lo più) sempre fresche.
Miglioriamo ogni giorno!
Poche decine di miglia dopo Las Vegas attraversiamo la Hoover Dam che
oltre ad essere una straordinaria opera di ingegneria (fornisce acqua e
elettricità a milioni di americani) segna anche il confine tra il Nevada
e l’Arizona. La giornata è splendida, non fa caldo, è presto e quindi
decido senza essere disposto a sentirmi dire “no” che la visita alla
diga va fatta (immaginate la felicità della Dany). Con 10$ a testa
assistiamo a una breve presentazione in diapositive sulla storia della
diga e a una rapida visita guidata alla base dove ci sono i generatori
alimentati dalle acque del Lake Mead che poi non è altro che il lago
artificiale a monte della diga formato dalle acque del Colorado River.
La visita a me è piaciuta molto, ma la consiglio solo a chi è
curioso/appassionato di queste cose. D’obbligo invece almeno la
passeggiata sul bordo della diga.
Procediamo verso la nostra meta, ma a Kingman decidiamo di deviare dalla
Interstate per percorrere un tratto di Route 66, fino s Seligman, dove
rientriamo sulla I93 fino a Williams.
A parte la soddisfazione di aver percorso un pezzettino di mito in
totale solitudine, la Route 66 non offre grandi spunti. Qualche paesino
qua e la in cui si celebra il mito di una strada che ormai è stata
soppiantata dalle Freeway e dalle Interstate.
Williams, invece, che dista 50 miglia dal Grand Canyon merita una breve
sosta per visitare i negozietti posti ai lati della via principale che
ha mantenuto un po’ del sapore del vecchio West.
Arriviamo a Tusayan, alle porte del Grand Canyon National Park, alle
4.00 pm sotto un cielo davvero minaccioso e flagellato dai fulmini.
Lasciamo le valige al nostro Rodaway Inn Red Feather e alle 5.30 pm
siamo nel parco dopo aver acquistato il National Park Pass che con 50$
ci permetterà di visitare tutti i parchi nazionali che incontreremo.
Dedichiamo il pomeriggio al West Rim. D’estate la strada che costeggia
il bordo ovest del Canyon è percorribile solo con navette gratuite che
girano di continuo e collegano in 7 fermate il West Rim Interchange con
Hermit Rest (il punto più a ovest). Noi decidiamo di percorrere alcune
tappe con la navetta altre a piedi lungo il sentiero che corre tra la
strada e il ciglio del Canyon. Inutile descrivere la vista: immensa,
infinita. Il temporale ha schiarito l’aria e le nuvole residue fanno
passare i raggi del Sole che illuminano il Canyon a macchia di leopardo.
Vediamo il tramonto passeggiando tra Mohave Point e Hopi Point. In
realtà sarebbe stato meglio fare il contrario, da Hopi a Mohave, perché
così avremmo avuto il tramonto proprio di fronte, ma in fondo bastava
fermarsi e girare la testa. Bellissimo.
La stanchezza e la coda di avventori troppo lunga ci impedisce di cenare
al Yuppy Hee-Hoo, la Steak House più “in” di Tusayan e quindi
ripieghiamo, aihmè, (voglio un T-Bone!) su un più rapido Wendy’s. Sono
le 11.00 pm. Domani ci aspetta l’East Rim. Buona notte!
6 agosto 2004
Da Tusayan a Page (Lake Powell) - 196 miglia percorse
Ci svegliamo (o meglio la Dany mi sveglia) alle 6.30 am. Il
complimentary breakfast del motel è deludente, anzi direi inesistente:
bevande calde, yogurt e pasticcini. Decisamente insufficiente per quello
che ci aspetta, quindi la completiamo con un deluxe Breakfast nel
McDonald’s di fronte. Uova, bacon, toast e marmellata. Così si ragiona!
Rientriamo nel Grand Canyon National Park e prendiamo la strada che
costeggia l’East Rim. Troviamo un piccolo parcheggio sconosciuto ai più
appena fuori da Yaki Point, uno dei primi View Points dell’East Rim.
D’estate anche l’accesso ai singoli View Point dell’East Rim è chiuso al
traffico privato, quindi o si lascia l’auto nei piccoli parcheggi lungo
la East Rim Drive e si fa una passeggiata a piedi o si prendono i free
shuttle che dal Visitors Center percorrono tutto l’East Rim con soste in
tutti i view points. Noi optiamo per la prima alternativa. Arriviamo
così a piedi all’inizio del South Kaibab Trail che da Yaki Point conduce
dentro al Canyon. Abbiamo scelto questo tra i tanti trail perché
permette in ca. un’ora e mezza (a detta della guida, ma noi ci avremmo
impiegato meno tempo) di scendere nel Canyon per ca. 300 metri fino a
Cedar Ridge dove il panorama è davvero mozzafiato. Volendo, poi, si può
proseguire la discesa fino al Colorado, ma è sconsigliato farlo in
giornata sia per la distanza, sia per il caldo.
La mattinata è splendida e al momento non fa poi tanto caldo (i quasi
2000 metri di altitudine aiutano). Il sentiero è ripido e in alcuni casi
sconnesso, ma assolutamente fattibile e le fatiche sono ricompensate
dalle sensazioni che si provano. Scendendo nel Canyon ci si rende conto
dell’immensità del luogo. Rimanendo sul bordo non si riescono a
percepire pienamente le sue reali dimensioni. Invidio quelli che hanno
il tempo di trascorrere una notte in campeggio dentro al Canyon per
raggiungere il Colorado e risalire dal North Rim.
Arrivati in fondo (a Cedar Ridge) ci fermiamo mezz’ora a contemplare il
paesaggio. Non c’è tanta gente, ma noi cerchiamo un posto appartato per
godere del silenzio e dell’immensità del paesaggio. Ora ci tocca
risalire. Sulla guida c’è scritto che per risalire bisogna mettere in
conto almeno il doppio del tempo impiegato per scendere. Sarà che siamo
allenati (nuoto e corsa tutto l’anno) sarà che non fa caldo, ma noi in
meno di 50 minuti siamo già su ossia ci mettiamo lo stesso tempo
impiegato per scendere. Vista la rapidità avremmo potuto continuare la
discesa da Cedar Ridge a Skeleton Point (una tappa intermedia prima
dell’ultimo tratto verso il Colorado), pazienza. In tutto comunque da
Yaki Point a Cedar Ridge e ritorno abbiamo percorso ca. 3,5 miglia in 2
ore.
Breve sosta nell’area del parcheggio per rifocillarci e poi via, verso
gli altri View Points. Ci fermiamo in tutti e arriviamo fino a Desert
View, l’ultima sosta prima di uscire dal parco.
È qui che comincia a diluviare con tuoni e fulmini pazzeschi (il tempo
cambia con una velocità impressionante da queste parti). Ad un certo
punto comincia pure a grandinare. Abbandoniamo il Grand Canyon sotto il
diluvio in direzione Page, Lake Powell e questo tempaccio non ci
abbandonerà per tutto il resto della giornata.
Lungo la strada il panorama è un continuo susseguirsi di gole e canyon.
Vorremmo fermarci ad ogni istante ma dobbiamo arrivare a destinazione.
Arrivati a Page nel tardo pomeriggio prendiamo posto nel nostro Best
Western Arizona Inn. La camera è spaziosa, pulita e con vista sul lago…o
meglio sulla diga del Glenn Canyon e su un’unghia di lago, infatti il
livello delle acque è ai minimi degli ultimi anni a causa della siccità
e quindi il lago è sprofondato per una cinquantina di metri nel Glenn
Canyon, nascondendosi alla nostra vista! Con la pioggia di oggi non si
direbbe proprio che qui ci sono problemi di siccità.
Visto che il tempo non aiuta, ci facciamo un lungo giro in auto: diga
del Glenn, Whawheap Marina (National Park Pass necessario), Antelope
Point dove torneremo domani per visitare l’Antelope’s Canyon che è
chiuso quando piove e le spiagge del lago Powell dove domani spero
proprio di farmi un bel bagno. Il panorama deve essere davvero surreale:
“l’acqua ha invaso il Glenn Canyon per centinaia di chilometri, ma si
sposa perfettamente con le rocce rosse…”ma questo è quello che c’è
scritto sulla nostra fedele guida Routard, perché al momento non si vede
nulla a causa del diluvio universale in corso! Domani è previsto bello,
però!
Ceniamo alla Glenn Canyon Steak House su Lake Powell Blv. Finalmente mi
mangio un T-Bone e mi bevo 2 gelide Budweiser: ottimo! La Dany prende il
filetto e un paio di kg di insalata ed è felice. I 52$ spesi sono del
tutto accettabili. Il posto poi fa proprio West. Notte!
7 agosto 2004
Da Page a Kayenta (Monument Valley) – 204 miglia percorse
Che sole, finalmente!
Facciamo colazione in hotel e alle 7.30 am siamo già per strada.
Rifacciamo, questa volta sotto il sole, il giro fatto ieri sotto la
pioggia e le sponde del lago Powell si confermano perfettamente adattate
all’acqua blu scura che le ha invase da oltre 40 anni. L’effetto
d’insieme è davvero surreale. I punti panoramici lungo la strada che
porta a Wahweap Marina sono tanti.
Arriviamo all’ingresso dell’Antelope’s Canyon intorno alle 10.00 am, in
tempo per entrare nell’ora migliore: tra le 11.00 am e le 2.00 pm,
infatti il sole entra nello strettissimo canyon illuminandolo di un
color rosso ambrato pazzesco. La gita, solo organizzata e carissima (21$
a testa), dura ca.1 ora e mezza. Si arriva all’ingresso del canyon con
dei Jeepponi guidati sullo sterrato rosso dai nativi Navajo. La visita
vale la pena di essere fatta, peccato che ci sia un po’ troppa gente,
vista la ristrettezza dei luoghi, anche se il nostro tour in confronto a
quello successivo di mezzogiorno è praticamente deserto!
La strada che da Page porta a Kayenta (I160), anticamera della Monument
Valley, è davvero magnifica; ad ogni miglio i colori cambiano e il
panorama passa da piatto a frastagliato in continuazione. Le avvisaglie
della Monument sono numerose: monoliti che si stagliano nel blu
circondati da distese di “bush” verde e giallo a perdita d’occhio.
Breve sosta al nostro Best Western Weather Hill di Kayenta (ottimo) e
via verso l’ingresso della Monument lungo le 25 miglia di Scenic Route
163. Il Visitor’s Center offre già di per sè una vista mozzafiato sui
tre monoliti più famosi i “Mitten”, quelli che ricordano i guantoni da
box. Paghiamo 10$ d’ingresso perché siamo in terra Navajo (che sono
nulla in confronto a quanto speso all’Antelope’s Canyon) e partiamo
sulla nostra auto per le 17 miglia di strada sterrata che si snoda
attraverso i punti più scenografici della valle.
L’ora è quella migliore, sono quasi le 5.00 pm e il sole conferisce al
paesaggio un caldo colore rosso. Direi che il sole del tardo pomeriggio
è un elemento essenziale per vedere questi luoghi. Tutt’intorno a noi la
vista è indimenticabile e ci lascia impresse nella mente alcune delle
immagini più belle di questo viaggio. La gente che gira in auto si
disperde quindi di fatto non c’è la ressa che temevo di trovare e
riusciamo spesso ad ascoltare…il silenzio!
Terminiamo il giro pochi minuti prima del tramonto. Ce lo godiamo dalla
terrazza del Visitors Center che, ripeto, ha una vista eccezionale.
Molte guide indicano il John Ford Point come il punto migliore da cui
assistere al tramonto, ma a quell’ora è totalmente all’ombra e noi
preferiamo starcene al sole.
Consiglio: la strada sterrata è in buono stato ed è percorribile anche
con il camper. Le visite guidate a bordo delle Jeep Navajo, oltre ad
essere più costose hanno lo svantaggio di essere affollate (10 persone
per jeep) e le soste sono predefinite anche nella durata, solo il tempo
di fare una foto e via. Se potete evitatele, oltretutto mangereste anche
un sacco di polvere.
Ceniamo sul tardi all’Amigo Cafè di Kayenta consigliato dalla nostra
Routard che offre piatti della cucina messicana/navajo. Pulito,
economico (14$), gestito da donne (si vede l’efficienza) e rapido.
Peccato che è un po’ tardi (le 9.00 pm) e siamo tra gli ultimi avventori
del locale. Kayenta di sera si addormenta davvero presto. Da provare gli
Hamburger serviti nel pane fatto in casa, una sorta di enorme panzanella
toscana. Buona notte!
8 agosto 2004
Da Kayenta a Moab (Arches e Canyonlands) – 341 miglia percorse
La giornata inizia con un sole fantastico! Alle 8.00 partiamo sulla I163
North, verso Moab. Ripassiamo vicino alla Monument. Anche con il sole
del mattino presto…che bello!
Ad un certo punto dallo specchietto retrovisore mi rendo conto che
abbiamo appena percorso il tratto di I163 il cui panorama costituisce il
mio Wallpaper del Pc di casa da anni! Si, è il famoso tratto di strada
che dritto fino all’ultimo sembra infilarsi nella Monument Valley per
poi girare bruscamente a destra. Inchiodo, tanto non c’e’ nessuno, e ci
fermiamo per fare la foto che sognavo! Diventerà il mio wallpaper.
Questa volta pero’ la foto l’ho fatta io! L’ora migliore per fotografare
questo tratto e’ il mattino, perchè il sole illumina i monoliti.
Arriviamo in un baleno a Mexican Hat un paesino minuscolo famoso perché
si affaccia sul San Juan River e perché a poca distanza c’è la famosa
roccia a forma di cappello messicano in equilibrio precario da cui
prende il nome. Ad un certo punto, poche miglia dopo la roccia
messicana, troviamo l’indicazione per la Valley of Gods. Le guide non ne
parlano però io avevo letto qualcosa su Internet, quindi decidiamo di
deviare e provare a percorrerla in auto.
Decisione che consiglio caldamente! La deviazione porta via ca. 1 ora
(17 miglia su una strada sterrata in buono stato). Incontriamo solo un
paio di auto in tutto il tragitto. Il panorama è mitico: è una valle
piena di fitto “bush” verde bassissimo, circondato dalle alte Mesas che
si vedevano in lontananza dal Visitors Center della Monument. Qui c’è
qualcosa di mistico, ecco perché l’hanno chiamata valle degli dei!
La ciliegina sulla torta è che il giro termina sulla 261. Prendendola in
direzione est, nel tratto che porta alla I95 si “scala” nel vero senso
della parola la Mesa che fa da cornice alla Valle. La strada, asfaltata
solo in corrispondenza dei tornanti, è in buone condizioni tanto che
incontriamo anche un camper (per quanto sia sconsigliato). In cima la
vista è spettacolare.
Con la devizione nella Valle degli Dei abbiamo bypassato la cittadina di
Bluff, definita molto carina dalle guide, ma non ci sentiamo per nulla
in colpa a non esserci passati. Quello che abbiamo visto è stato
fantastico.
Arriviamo a Moab intorno alle 2.00 pm. Sosta di una manciata di secondi
al nostro Best Western Greenwell Inn e poi partiamo alla volta di
Canyonlands, dove staremo fino al tramonto.
Canyonlands è un parco immenso, diviso in tre sezioni lontanissime tra
loro e non collegate. Una di queste è accessibile solo con i
fuoristrada. Ci rimane da scegliere tra The Needles e Island in the Sky.
Optiamo per la seconda che dista solo 40 miglia da Moab. Una decina di
miglia a Nord di Moab si devia verso il Parco per una strada molto
scenografica. Prima ci fermiamo a Dead Horse Point che è un parco
statale vicino a Canyonlands (ingresso 7$) famoso, oltre che per il
paseaggio, anche perché è stato il set della scena finale di “Thelma &
Louise” quella della macchina che precipita nel vuoto.
In entrambi i Parchi si può girare comodamente in auto fermandosi nei
punti più suggestivi e percorrendo una infinità di trail di poche o
molte miglia.
Noi ne facciamo 2 brevi ma di grande effetto.
Il primo è il Walheap Dome (1 miglio allungabile fino a 3) che porta a
un belvedere con vista su un cratere coperto di sale di origine
vulcanica o “meterorica” (ancora non si è capito). Il secondo è il Mesa
Arch Trail (1 miglio) che conduce all’omonimo arco naturale a strapiombo
sulla mesa con una vista spettacolare sui canyon sottostanti.
Devo dire che quello che si può vedere a Canyonlands e a Dead Horse
Point non ha nulla a che invidiare al Grand Canyon, anzi la varietà di
paesaggi, l’orizzonte a perdita d’occhio e i colori più intensi mi hanno
fatto un effetto più forte (opinione personalissima, però). In serata
rientriamo a Moab e andiamo a colpo sicuro alla Moab Brewery una Steak
House dove fanno pure la birra (provate la Dead Horse). Io mi mangio un
NY Steak e la Dany insiste con la sua tristissima Chiken Ceasar’s Salad.
Si cena all’aperto e il clima caldo secco è l’ideale (vade retro aria
condizionata!). la vista non è gran che perché la terrazza dà sulla
strada principale. Devo dire che Moab è una cittadina molto allegra e
piena di giovani americani che amano passare qui le vacanze, tra una
discesa di rafting sul Colorado, gite in Mountain Bike e serate
divertenti.
Ci guardano tutti: siamo sporchi (di sabbia rossa), scottati (sole a
picco a 2000 metri di altitudine) e affamati.
È deciso: domani mattina noleggeremo anche noi le Mountain Bike e ci
faremo un easy trail tutto intorno al confine di Arches National Park.
Sono quasi le 11.00 pm. Notte!
9 Agosto 2004
Moab – 96 miglia percorse
Dopo un’abbondante colazione da Denny’s andiamo a noleggiare le due
bici. Non è un problema scegliere dove. È pieno di negozi e, come ci
hanno detto al Visitors Center, i prezzi si equivalgono dappertutto. Il
prezzo cambia in base al modello.
Ci fermiamo da Slicky Rocks Bikes dove per 75$ prendiamo due ottime bici
con doppio ammortizzatore e freni a disco (si esistono le bici con i
freni a disco). Ci montano il Bike Racks ossia il porta bici e dopo un
breve test di collaudo dell’attrezzatura ci facciamo consigliare un
percorso di media difficoltà. Optiamo per il Klondike Bluffs Trail che
si trova 16 miglia a nord di Moab poco dopo il bivio per Canyonlands.
È lungo ca. 16 miglia a/r e la meta è il confine nord di Arches National
Park da cui, ci assicurano, c’è una magnifica vista sul Parco.
Alle 9.00 am siamo pronti a…pedalare! Ci portiamo 3 litri d’acqua a
testa che consumeremo fino all’ultima goccia. Il trail per metà è easy,
leggera salita verso il confine con il Parco. Poi comincia la parte
difficile sulle Slicky Rocks, ossia su vere e proprie distese di roccia
bianca. La salita si fa faticosa e la Dany si blocca ogni volta che per
terra c’è un po’ di sabbia (con gridolini che ben si confondono con i
versi della fauna locale). Ai lati del percorso è pieno di impronte di
dinosauri risalenti a più di 65 milioni di anni fa. La fatica si fa
sentire e il caldo arriva in breve a 38°C. Ma siamo attrezzati e pieni
d’acqua, quindi proseguiamo senza esitare.
In due ore arriviamo alla meta. La rete che segna il confine con Arches.
ha un piccolo passaggio dedicato a chi arriva fino a qui e in 10 minuti
di cammino arriviamo a vedere la valle oltre la quale Arches si presenta
i tutta la sua bellezza! Siamo solo noi due! Che silenzio! Che caldo!
Che panorama!
Ci fermiamo un bel po’ a goderci questa pace (e a riprenderci) e poi
iniziamo la discesa. Mitica, divertentissima. Ci impieghiamo ca. 1 ora e
mezza. Arriviamo all’auto devastati, assetati e sudati, ma esaltati per
aver fatto una cosa davvero divertente e fuori dai soliti itinerari
strabattuti dai turisti.
Riconsegniamo le bici, ci facciamo un bagno decongestionante nella
piscina del nostro Best Western, ci mangiamo una pizza da Pizza Hut e
alle 4.00 pm entriamo, questa volta in auto, ad Arches National Park.
Cartina alla mano, scorrazziamo lungo tutta la strada del Parco e ci
fermiamo, oltre che nei punti più panoramici (che bella la vista di Park
Avenue!), in corrispondenza dell’inizio dei trail più famosi. Ne
facciamo quattro:
• il Devil’s Garden trail che dura un’oretta a/r e conduce in prossimità
di tutti gli archi naturali più belli, primo tra tutti il Landscape Arch
simbolo del parco oltre che l’arco più lungo del mondo, ma anche il
Tunnel Arch e molti altri;
• il Balanced Rock trail, brevissimo, attorno all’omonima celeberrima
roccia in equilibrio precario e il Double Arch Trail che arriva fin
sotto un imponente arco doppio. Per la cronaca entrambi i siti sono
stati teatro dei primi 10 minuti del film Indiana Jones e L’ultima
Crociata;
• il Delicate Arch Upper View Point Trail che facciamo al tramonto. Non
c’è niente da fare, il sole del tardo pomeriggio conferisce al paesaggio
un non so che di mistico.
Non ce la facciamo a fare il trail che arriva proprio sotto al Delicate
Arch (3 miglia) perché siamo davvero troppo stanchi.
Purtroppo abbiamo visitato il parco in meno di 4 ore (un po’ troppo in
fretta) e ci è dispiaciuto non arrivare fin sotto il Delicate Arch (che
è il più bello del parco), ma siamo felici di aver dedicato la mattinata
al giro in Mountain Bike perché la soddisfazione e la ricompensa per la
fatica sono stati uno dei momenti più belli del nostro viaggio.
Fatto sta che dopo una rapida spesa al Market e una cena abbondante alla
Moab’s Brewery (troppo simpatici!), torniamo in motel e alle 10.30 pm
crolliamo sotto il peso di 16 miglia by bike e 4 miglia by foot. Notte!
10 agosto 2004
Da Moab a Panguitch (Bryce Canyon e Zion) – 349 miglia percorse
Oggi è San Lorenzo (per la cronaca).
Facciamo colazione al Moab’s Jail House Cafè, un posticino scovato dalla
Dany che serve la colazione all’aperto. Ottima la qualità, americano lo
stile. Dopo aver fatto il pieno (cibo e benzina), partiamo alla volta di
Panguitch nostra base per la visita al Bryce Canyon.
Avevo calcolato poco più di 150 miglia, ma evidentemente ho sbagliato
clamorosamente visto che ci facciamo 250 miglia (e non abbiamo sbagliato
strada!). Percorriamo la I70, lungo la quale per oltre 100 miglia non
esiste alcun insediamento umano (il cartello all’inizio è chiaro: No
Gas, Food or Lodging for next 106 miles). In compenso il panorama è
spettacolare. Da desertico lentamente il paesaggio diventa montano con
foreste di pini tutt’intorno. Usciamo dalla I70 West e imbocchiamo la 89
South per un sessantina di miglia, fino a Panguitch.
Prendiamo la stanza al solito Best Western (New Western Motel) e alle
2.00 pm siamo all’entrata del Bryce Canyon. La strada che percorre il
parco è lunga 18 miglia (solo andata). Ci fermiamo nei punti più
significativi e percorriamo numerosi Trails a piedi, il più bello dei
quali è il Navajo Trail che da Sunset Point penetra nel profondo dell’Amphitheatre
la parte più spettacolare del parco, dove gli Hoodoos, i pinnacoli rossi
spolverati di zucchero a velo, dominano il paesaggio. E’ un trail
piuttosto faticoso, percorribile anche a cavallo. Al tramonto, terminata
tutta la visita, sporchi di sabbia rossa fino al midollo, torniamo a
Sunset Point: Che colori, oltretutto un temporale poco lontano ha
disegnato un’arcobaleno enorme! E poi l’altitudine (2500 metri) rende il
clima davvero piacevole. Tutto sommato la giornata è stata meno
stancante del previsto, anche se i paesaggi sono stati ancora una volta
indimenticabili.
A sera inoltrata torniamo a Panguitch, che per inciso è una cittadina
molto tranquilla, fuori dal caos turistico di Ruby’s Inn, che è appena
prima dell’entrata del parco. Ceniamo al Cowboy’s Smoked House sulla
Main Street.
Ottima la mia bistecca cotta in una stufa alimentata con legno Mesquites.
La Dany insiste con la sua Chicken Ceasar’s salad…
11 agosto 2004
Da Panguitch a Las Vegas – 263 miglia percorse
Oggi ce la prendiamo con calma, la Dany mi concede di stare a letto fino
alle 7.30.
Decidiamo che prima di partire alla volta dello Zion National Park è il
caso di fermarci a fare una passeggiata nel Red Canyon, appena prima del
Bryce. C’eravamo passati ieri senza fermarci, ma ci aveva colpito il
colore rosso intenso dei pinnacoli. Facciamo una passeggiata di 45
minuti (sono anche riuscito a perdermi) in totale solitudine, vista
l’ora. E’ il Pink Cliffs Trail.
La tappa per raggiungere lo Zion è breve, 60 miglia. L’altitudine lungo
la strada diminuisce e la temperatura aumenta insieme all’umidità. La
strada che dall’entrata del Parco porta al Visitors Center è
incredibile: tortuosa e stretta, circondata da altissime montagne rosse,
in alcuni punti a senso unico alternato. In più è dipinta di rosso, per
non contrastare con il paesaggio circostante. Ci sono 37°C.
Dato l’alto numero di turisti, da aprile a ottobre, il Parco, che poi è
un profondo Canyon solcato dal Virgin River, può essere visitato solo
utilizzando gli Free Shuttle che lo percorrono in tutta la sua
lunghezza, fino al Tempio di Sinawava. Perciò percorriamo con lo shuttle
tutto il Canyon perché abbiamo deciso di percorrere la River Side Walk
che inizia alla fine della strada carrozzabile e si insinua dove il
Canyon è così stretto che ad un certo punto per proseguire è necessario
camminare nel fiume (se volete inoltravi nel torrente consiglio di
portarvi i sandali “tedeschi” che si asciugano in fretta di cui noi
eravamo sprovvisti).
Al rientro percorriamo alcuni tratti a piedi, per godere appieno del
paesaggio, e altri in shuttle. C’è un caldo umido e soffocante! Vorremmo
avventurarci anche sul sentiero che conduce alle Emerald Lower and Upper
Pools, ma un temporale si sta avvicinando e non è consigliabile stare
sotto gli alberi. Facciamo quindi una sosta al Lodge del Canyon.
Lo Zion è un bellissimo parco anche se, devo dire, piuttosto caotico in
agosto e tutto sommato non tanto diverso da molti paesaggi che possiamo
trovare da noi in Europa, sulle dolomiti, per esempio.
È pomeriggio inoltrato e per questa sera non abbiamo prenotato nessun
hotel. L’idea è quella di avvicinarci il più possibile a Las Vegas per
spezzare il lungo tragitto che ci separa dalla Death Valley. Proviamo a
fermarci a St. George, 120 miglia a nord di Las Vegas, ma ci rendiamo
conto che si tratta di una grande città caotica e per nulla in grado di
incuriosirci, quindi seppure sia un po’ tardino decidiamo di fare uno
sforzo e di arrivare fino a Las Vegas. In fondo è una città divertente e
l’idea di passarci un’altra notte magari in una super stanza super
economica in un super hotel ci piace. E infatti…troviamo posto al primo
colpo al Luxor, quello a forma di piramide. Con 89$+tax ci danno una
mega stanza al 19esimo piano, al 19308. Ci riposiamo un po’, anche per
goderci la stanza, e poi ci tuffiamo nel Pharao’s Buffet, un all You can
eat che con 16$ a testa ci riempie all’inverosimile! Fuori ci sono oltre
40° C e sono ormai le 8.00 pm passate.
Ci rendiamo conto di aver chiuso il cerchio. Eravamo partiti da Las
Vegas una settimana fa alla volta del Grand Canyon e ci troviamo di
nuovo qui, un po’ tristi, dopo aver visto posti indimenticabili! Ma
niente malinconia, abbiamo ancora un sacco di cose da vedere!
12 agosto 2004
Da Las Vegas a Pahrump (Death Valley) – 323 miglia percorse
Questa mattina decidiamo di fare le cose con estrema calma. Il check-out
al Luxor va fatto entro le 11.00 am (tra l’altro se si paga con carta di
credito si può fare direttamente dalla stanza tramite la TV evitando le
code dei banchi) e fino a all’ultimo ce ne stiamo in piscina (o meglio
nelle piscine) a prendere il sole e a fare il bagno. Già dopo le 8.00 am
ci sono oltre 35°C., ma stando in acqua proprio non si sente.
Partiamo alla volta di Pahrump, nostra base d’appoggio per la visita
alla Death Valley, visita che faremo tra oggi pomeriggio e domani
mattina, per sfruttare le ore meno calde. Il percorso lungo la I95 North
prevede di costeggiare fino a Indian Springs la celeberrima Base 51
l’immensa area militare in cui si dice siano custodite navicelle aliene
(chi è fan di X-Files sa di cosa parlo). Niente di particolare, visto
che anche se la base confina con la Freeway, i militari si guardano bene
dal lasciare in vista cose sospette.
Giriamo sulla 160 West e nel giro di un’ora arriviamo alla nostra meta.
Prendiamo posto al nostro Best Western Pahrump Station (nuovissimo,
carino e pulitissimo, anche se inserito in una cittadina tristissima) e
partiamo subito alla volta della Death Valley. Ci vogliono una 40ina di
miglia per arrivare all’ingresso del Parco, dove ci fermiamo per fare la
foto al cartello che delimita l’ingresso.
Lasciamo a domani la deviazione per Dante’s View e arriviamo
direttamente a Zabriskie Point. Comincia a fare caldo, molto caldo 110°F
ossia 42°C, e siamo ancora a quasi 1000 metri di altitudine. Il
paesaggio è lunare e in lontananza, laggiù in basso, s’intravede la
depressione salata a -86 metri slm. La sosta successiva è al Visitors
Center di Furnace Creek, dove con il nostro National Park Pass ci danno
la mappa del Parco. Dovendo percorrere un tratto molto lungo (finora
abbiamo fatto Pahrump-Shoshone-Zabriskie Point-Furnace Creek e ci manca
ancora Furnace Creek-Bad Water-Shoshone-Pahrunp) non perdiamo tempo e
dopo la visita al museo partiamo su un tratto di strada lungo 57 miglia
in cui il nulla più totale sarà padrone. Il termometro raggiunge il
nostro record personale: 122°F ossia 50°C tondi. La nostra auto regge
perfettamente e noi possiamo goderci questo nulla affascinante fatto di
distese salate circondate da montagne aride e dai colori del ferro e del
manganese. Facciamo il loop Artists Palette che s’inerpica sulle
montagne e comporta una mezz’oretta abbondante di deviazione, arriviamo
al Devil’s Golf Corse per vedere da vicino le concrezioni salate
modellate dal vento e a Bad Water dove raggiungiamo lo stagno di acqua
salata a -86 metri sul livello del mare. Ogni volta che scendiamo
dall’auto un vento a 50°C, ci investe in pieno facendoci sudare
all’istante in modo impressionante. Devo dire, però, che è un’esperienza
fantastica sperimentare queste temperature estreme (qui il record è
stato di 57°C in passato)! La giornata è nuvolosa e il sole che traspare
contribuisce a dare al luogo un aspetto infernale. Il tramonto è a dir
poco surreale. Da Bad Water (ultimo luogo per la sosta) a Shoshone
mancano ca. 45 miglia che percorriamo al crepuscolo in totale
solitudine. Intorno a noi solo distese di sale e la strada, a tratti
accidentata e tortuosa (seppur pianeggiante). Dentro di noi s’insinua
una sottile ansia dovuta al fatto che il buio totale e l’assenza di
altri umani (non incrociamo neanche un’auto) fa dubitare di riuscire ad
arrivare da qualche parte. Sembra proprio non esista una destinazione
finale. E invece, ben oltre le 9.00 pm ecco in lontananza le luci prima
di Shoshone e poi di Pahrump con le rassicuranti insegne di McDonald’s
(per la cena) e del Best Western (per il riposo). Siamo salvi e domani
si replica una parte del percorso. Arrivati a Furnace Creek, però,
proseguiremo verso nord-ovest verso Three Rivers.
13 agosto 2004
Da Pahrump a Three Rivers (Sequoia N.P.) – 480 miglia percorse
La tappa di oggi è la più lunga del viaggio. Dobbiamo arrivare al
Sequoia National Park. Percorreremo ca. 400 miglia più le 26 della
deviazione per Dante’s View, il picco di 1700 metri con una vista
affascinante su tutta la Valle della Morte. Fa “fresco” perché è presto
e siamo in montagna.
Proseguiamo dopo Furnace Creek sulla I190 in direzione ovest fino a
Olancha per poi procedere prima verso sud sulla 395, poi verso ovest
sulla 178 e poi ancora verso nord sulla 65. Una distanza che in linea
d’aria non supererebbe le 80 miglia si traduce sulla terra nella
circumnavigazione della Sierra Nevada. Il viaggio è pesante anche perchè
i tratti di Freeway sono pochi e i passi da superare sono tanti. Però è
un tragitto davvero affascinante: in 8 ore di viaggio passiamo dal
deserto di sale infuocato a -86 metri a deserti di dune sabbiose, fino
ad avvicinarci al Monte Whitney, la cima più alta d’America (4400 m) con
fitti boschi di pini. Le temperature che attraversiamo passano dai 40°C
della Death Valley alle 9.00 am ai 25°C del Towne Pass per poi tornare a
35°C nel deserto della California.
Arriviamo al Best Western Holiday Lodge di Three Rivers (poche miglia a
sud dell’ingresso di Sequoia National Park) a pomeriggio inoltrato.
Siamo distrutti, ma intenzionati a visitare subito la Giant Forest
dimora dell’essere vivente più grande del mondo: la sequoia gigante
General Sherman, 2700 anni di vita, 84 metri di altezza, 31 di
circonferenza alla base e una rapidità di crescita impressionante
(dicono le guide).
La strada che dall’ingresso del Parco porta alla Foresta, la Generals
Highway, è lunga 25 miglia, ma ci vuole ca. 1 ora per arrivare la
cospetto del Generale perché è davvero stretta e tortuosa. La meta si
trova a 1600 metri di altitudine.
Il paesaggio è magnifico: la Giant Forest è popolata soprattutto da
sequoie millenarie. Ci sentiamo così piccoli…una sensazione che non mi
era mai capitato di provare.
È un po’ tardi, sono le quasi le 7.00 pm e il sole non illumina più
l’enorme massa del Generale tranne i rami con le foglie che sono a non
meno di 50 metri di altezza, ma abbiamo il vantaggio di essere quasi da
soli. Mi fermo a toccare il tronco di una sequoia non tanto più piccola
(Lui è inavvicinabile) e mi fa quasi impressione, è viva, il tronco è
umido, traspira! È davvero un posto incantato e, senza voler essere
banale, sembra che da uno dei tanti buchi nei tronchi delle sequoie
debba uscire da un momento all’altro uno gnomo o un elfo! Le passeggiate
da fare sono tante e tutte bellissime, noi ne facciamo solo un
pezzettino, perché ornai è quasi sera.
Ceniamo sul tardi al River’s View Restaurant sulla strada del ritorno.
Ci sistemiamo all’aperto, al margine del fiume, un gruppo di giovani
americani suona musica di sottofondo. Una stellata magnifica ci fa
capire che è ora di andare a dormire.
14 agosto 2004
Da Three Rivers a San Francisco – 266 miglia percorse
Oggi ci aspetta l’ultima tappa on the road, 260 miglia fino a San
Francisco. Partiamo rigenerati da un bagno nella piscina dell’Holiday
Lodge. La pausa balneare ci permette di accorgerci che per un errore
nostro o dell’agenzia di Milano dovremo consegnare l’auto il giorno
della partenza a mezzogiorno e non alle 6.00pm come previsto. Provo a
telefonare alla Hertz per chiedere il cambio del luogo di consegna
dall’aeroporto di San Francisco a Downtown per evitare di dover arrivare
in aeroporto 9 ore prima del decollo.
L’inglese lo parlo e lo capisco, ma con il call center della Hertz è
stato impossibile districarsi. Il servizio è automatico, bisogna premere
1 se sei straniero, 2 se vuoi sapere questo, 3 se vuoi chiedere quello,
insomma non riesco a parlare con l’operatore giusto. Decidiamo così di
passare all’ufficio di San Francisco di persona, sarà senz’altro tutto
più semplice.
Percorriamo la I99 West fino a Visalia, poi la 152 west infine la 5 e la
580 North. Il paesaggio diventa interessante a 70 miglia ca. da Frisco,
dove le infinite colline bruciate dal sole hanno un colore giallo oro.
Intanto la temperatura esterna comincia inesorabilmente a calare: alle
2.00 pm, quando arriviamo a Oackland, alle porte di Frisco, ci sono
68°F, ossia ca. 20°C. il freddo vento della Baia, comincia a farsi
sentire.
Entriamo a Frisco dal Bay Bridge, il ponte che lo collega a Oakland. È
un ponte lunghissimo inaugurato nel ’36, un anno prima del Golden Gate,
ma la fama del suo antagonista lo rende poco interessante per i turisti.
La temperatura è ormai sotto i 20°C e la famosa nebbia rende tutto
grigio. Troviamo relativamente in fretta il nostro Best Western Tuscan
Inn. È a Fisherman’s Wharf, il quartiere affacciato sulla Baia e vicino
a North Beach. È noto per essere il posto più animato di Frisco, grazie
ai suoi Piers (i più famosi sono il 41 da dove ci si imbarca per le gite
nella Baia, Alcatraz tra tutti, e il 39 una sorta di enorme centro
commerciale fatto di decine di negozi, ristoranti, fast food). La
posizione è ottima, siamo a un passo dal capolinea dei Cable Cars i
tram/funicolare che portano verso Union Square, la piazza principale
della città.
Per prima cosa decidiamo di farci una lunga passeggiata su Mason Street,
fino all’ufficio Hertz, passando per il centro, testando le nostre gambe
sulle incredibili salite e discese che rendono Frisco unica nel suo
genere e visitando il museo dei Cable Cars che poi è anche il luogo da
dove partono tutti i cavi che trascinano su e giù per la città i
trenini.
Alla Hertz in 30 secondi capiamo che non c’è alcun problema, né alcuna
overcharge, a cambiare luogo di consegna. Perfetto!
Nel frattempo si è fatta sera e torniamo (a piedi) a Fisherman’s Wharf,
dove ceniamo alla Crab House un ristorante sul Pier 39. Mi pappo un
intero granchio cucinato al loro modo in un ottimo sughetto a base di
aglio. Non mangiare il granchio a Frisco è un po’ come non mangiare la
pizza a Napoli!
Passeggiata in notturna tra gli inutili (ma tanto apprezzati dalle
donne) negozietti di souvenirs e poi a nanna!
15 agosto 2004
San Francisco – 51 miglia percorse
Alle 8.00 am siamo già in auto, ci fermiamo da Starbucks per una
colazione europea, giusto per cominciare a riabituarci al sapore del
cappuccio classico e delle Brioches che ci attenderanno al nostro
rientro in Italia.
Dedichiamo tutta la mattina a visitare i punti più interessanti della
città:
• Lombard Street, che percorriamo in auto da soli, vista l’ora e visto
che è domenica
• Chinatown
• North Beach, il quartiere italiano
• Telegraph Hill con la Coit Tower
• Twin Peaks con la relativa vista sulla città
• Il Golden Gate Park, dove ci facciamo una passeggiata di un’oretta in
mezzo ai residenti che trascorrono la domenica all’aperto tra una corsa,
un corso di Yoga e un Barbecue.
Visitiamo, sempre in auto, il Presidio la vecchia zona militare oggi
National Recreation Area che, appunto, presidiava la Golden Gate, lo
stretto tratto di mare che permette l’ingresso alla Baia che oggi è
dominato dal Golden Gate Bridge.
Arriviamo al cospetto del Ponte quando il sole comincia a spuntare dalla
nebbia, che in breve si dissolve completamente. Non c’è che dire, è un
Ponte decisamente fotogenico, sarà per la location, all’ingresso di una
baia solcata da venti gelidi e potenti, sarà perché è rosso, ma è
veramente un bello spettacolo, tanto che lo percorriamo a piedi fino al
centro della campata (ingresso a piedi gratis). Sotto il Ponte, sul lato
di Frisco c’è Fort Point l’avamposto per la difesa della baia, salvato
dalla demolizione grazie alla volontà dei progettisti.
Nel primo pomeriggio, attraversando questa volta in auto il Golden Gate,
arriviamo a Sausalito, il paesino marino che sorge appena dopo il ponte.
Pranziamo al sole e ci facciamo un giretto. Il paesino è carino, ed è un
luogo di villeggiatura esclusivo, ma non merita una sosta troppo lunga.
Riattraversiamo il Ponte, pagando il pedaggio di 5$ e ci rendiamo conto
che a questo punto la nostra fedele e amata Subaru Outback non ci serve
davvero più. I punti più lontani li abbiamo visitati e per girare in
città sono meglio i mezzi o i piedi, oltretutto Frisco soffre di una
carenza cronica di parcheggi (carissimi) che incrementa la sua
somiglianza con la vecchia Europa.
Quindi, dopo 3281 miglia (5250 km ca.), dopo migliaia di chilometri
d’asfalto e decine di chilometri di strade sterrate, la riconsegnamo
alla Hertz. È come se avessimo abbandonato un cane sul ciglio della
strada. Ci sentiamo spaesati senza la nostra cuccia dove abbiamo
trascorso tante ore di viaggio ridendo, cantando, mangiando,
programmando l’itinerario, ammirando gli infiniti paesaggi, scrivendo
questo racconto e anche rischiando qualche colpo di sonno lungo gli
interminabili rettilinei che attraversano il mitico West! Oregon 505BBF
questa è la sua targa.
Ci consoliamo con una gita in traghetto nella baia (saltiamo Alcatraz,
già visitata una decina d’anni fa) per approfittare della bella e
tiepida giornata, per ammirare lo skyline e, ancora una volta, il Golden
Gate.
Ceniamo per la prima volta da quando siamo negli States, all’Hard Rock
Cafè, in fondo è un locale che è parte della storia dell’America in
Rock.
Qui a Frisco ci si sente un po’ a casa nella nostra vecchia Europa. A
chi ha viaggiato e visitato le capitali europee, passeggiando per le sue
strade sembrerà di essere ogni tanto a Londra ogni tanto a Parigi, ogni
tanto a Lisbona. Poi basta entrare nei negozi, nei fast food, nei
ristoranti per rendersi conto che anche qui l’american style, sebbene
più discreto, regna sovrano.
16 agosto 2004
Da San Francisco a Monaco a Milano
Manca ancora mezza giornata abbondante prima di dover partire per
l’aeroporto. Decolleremo alle 9.00 pm, ma andremo in aeroporto intorno
alle 6.00 pm viste le scrupolose operazioni di check-in dovute
all’innalzamento da giallo ad arancione del livello di rischio attentati
terroristici.
Prendiamo di buon ora il Cable Car, la linea che da Fisherman’s Wharf
porta alla Powell Station passando per Union Square. Facciamo colazione
da Lori’s Dine, un locale anni 50 con le poltrone rivestite in skay
rosso. Dedichiamo tutta la mattina allo shopping. Visitiamo Macy’s,
Levi’s Store, Nike Town, Timbelrand, ecc… io mi compro un paio di jeans
che a detta della Dany son troppo fighi e poi comunque costano meno
della metà rispetto all’Italia (35 euro contro oltre 80).
Ci fermiamo a prendere il sole (anche oggi la nebbia è in vacanza) sulle
gradinate di Union Square proprio all’ora in cui gli impiegati della
città escono dagli uffici per la pausa pranzo. Ci godiamo le loro
abitudini alimentari, rigorosamente praticate all’aperto: regnano le
“insalatone” (donne) e i panini (uomini) oltre ovviamente al mezzo litro
di caffè.
Torniamo a Fisherman’s Wharf passeggiando attraverso Chinatown entrando
dal Chinatown Gate poco distante da Union Square. Qui vive la più grande
comunità cinese degli Stati Uniti.
Siamo un bel po’ melanconici, come è normale dopo un viaggio di oltre
5000 chilometri attraverso alcuni dei luoghi più belli della Terra.
Disegnamo sulla cartina con il pennarello, seduti al sole della baia,
l’itinerario che abbiamo percorso in 15 giorni e siamo davvero
orgogliosi. Le immagini di questo viaggio non ci abbandoneranno mai.
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