| IL DIARIO DI GASPARE | |||
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LA MIA AMERICA Per
lungo tempo ho sognato un viaggio negli States. Non il solito viaggio
organizzato, come ad esempio a New York, quale tappa principale e più
gettonata, magari con la solita visita alla statua della Libertà, una foto
alle famose “Torri gemelle” (…sigh!), un pomeriggio al Central Park etc.,
ma qualcosa di personalizzato, fatto a misura per me, ricco d’incognite e
magari, perché no… con qualche imprevisto. Certo gli imprevisti
cominciavano a farsi vedere già mentre sognavo questo viaggio. Problemi
economici, logistici, familiari e chi più ne ha, più ne metta. C’è stato
un momento in cui, grazie a qualche Santo cui sono risultato al quanto
simpatico, sono scomparsi questi problemi ed io mi sono trovato con tutte
le carte a mio favore ( in termine marinaresco “ COL VENTO IN POPPA “ ).
Senza farmi molti scruopli, mi sono messo con la cartina stradale degli
U.S.A. davanti, e ho iniziato a pianificare un percorso che attraversasse
le zone più selvagge e pittoresche, ovvero, per i miei gusti, il
Sud–Ovest Americano, che comprende gli stati della California,
Arizona, New Mexico,
Dopo questi preparativi, non mi rimaneva altro da fare che mettere insieme queste tessere del mosaico e organizzare il mio viaggio per renderlo finalmente reale. La parola d’ordine era una sola: “ On the road – La mitica Route 66 “ o la “ Mother Road “ come la chiamano gli americani. Un’ultima cosa rimaneva ancora in sospeso: l’acquisto del biglietto aereo e il noleggio dell’auto. Ora potevo mettere piede sul suolo americano. Ciò è stato possibile il giorno 11 maggio 2005 dopo un volo Air France di circa 13 ore da Torino a Los Angeles con scalo a Parigi. Da quel momento, dopo aver ritirato l’auto poco distante dall’aeroporto di Los Angeles, mi trovavo in balia di me stesso; dovevo cavarmela da solo. Dando fondo alla mia conoscenza della lingua inglese (di tipo scolastico) e all’arte di arrangiarsi (nella mia adolescenza sono stato anche un valoroso Boy Scout), sono riuscito sempre a districarmi in ogni situazione, al punto che mi sono meravigliato di me stesso per quelle capacità che non pensavo di possedere (perdonatemi questo pizzico di narcisismo), ma questo è stato possibile anche grazie alle persone incontrate lungo il percorso; non mi aspettavo di trovare cortesia e amicizia a questi livelli. Sembrava quasi che fossi un loro vecchio amico che non vedevano da molto tempo e quindi si mettevano a disposizione per non farmi mancare nulla. Tutto ciò mi è stato utile per godere appieno delle bellezze sia storiche sia paesaggistiche dei luoghi che ho visitato e anche per esorcizzare quella paura che ogni tanto s’impadroniva di me pensando che se mi fosse successo qualcosa lungo il viaggio, non avrei avuto certo un soccorso immediato. Sicuro, questo rischio era sempre presente, ma il fatto di pensare che tutto in ogni modo sarebbe andato per il meglio mi è stato di buon auspicio. Infatti non mi sono imbattuto in nessun inconveniente se non per un piccolo problema inerente la strada; infatti per raggiungere il parco nazionale di Yosemite in California, provenendo dalla Death Valley, non ho potuto percorrere la strada che avevo pianificato perché, nonostante il mese di maggio, era chiusa per neve. Quindi ho dovuto effettuare una deviazione di circa 300 km. Ciò mi ha dato modo di vedere dei paesaggi non indifferenti che altrimenti non avrei visto. Le condizioni climatiche sono state sempre ottime. La temperatura più alta in assoluto, non solo di questo viaggio, ma di tutta la mia vita, è stata di 120° F ( corrispondenti a circa 50° centigradi ) nella Valle della Morte in California. Sembrerebbe una cosa al quanto normale tenendo presente che mi trovavo in una depressione del suolo a circa 50 metri sotto il livello del mare: ma questa temperatura è stata rilevata alle 21,00 mentre fumavo un buon sigaro dopo una fresca doccia e una cena a base di frutta e verdura. La cosa bella era che dalla mia pelle non usciva una goccia di sudore per il bassissimo tasso di umidità. In compenso ho dovuto attraversare dei passi montani dove la quota variava tra un minimo di 2000 metri e un massimo di 3500 metri. In ogni caso il sole non ha mai lasciato il cielo ( con ovvia eccezione delle ore notturne ). Concludendo, come una famoso slogan di un cartone animato degli anni ’70, posso dire che “tutto è bene quel che finisce bene”. Alla fine di questo viaggio ho imparato tantissime cose tra cui: chi vuol trovare degli amici, si comporti da amico, perché “chi è ricco di amici è povero di guai”; in ogni situazione bisogna prevedere sempre le cose più brutte, non per pessimismo ma per precauzione; - sull’aereo mai portare limette, taglia-unghie, forbicine etc. per evitare inutili perdite di tempo al momento dell’imbarco (mettetele nel bagaglio che va nella stiva); - attenzione all’alimentazione locale ( noi italiani rimaniamo sempre i numeri uno ). E per finire ……non dimenticate lo spazzolino da denti! Gaspare Giardina (alias Geronimo)
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