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IL DIARIO DI MARCO |
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DIARIO A NEW YORK
26 Dicembre 2003
Sono trascorse da poco le 7,30 e siamo davanti al banco Alitalia : la nostra destinazione è New York. Il volo è tranquillo e atteriamo al JFK alle 13,30 ora locale; ritiriamo i bagagli , eseguiamo le formalità per l’ingresso negli Stati Uniti e ci dirigiamo alla stazione dei taxi. Percorriamo grandi arterie stradali dalle quali vediamo piccole case di legno più o meno tutte uguali e gli squadrati edifici di terracotta e mattoni, bassi e sporchi, sormontati da grandi insegne luminose che pubblicizzano qualsiasi cosa: stiamo percorrendo il Queens, l’esteso ed irregolare sobborgo di New York dove vivono vari gruppi etnici, il distretto popolato da immigrati di diversa nazionalità, caratterizzato da un misto di zone commerciali e residenziali che offre diverse attrattive fra cui il Museum of Modern Art. Continuiamo l’avvicinamento a Manhattan e costeggiamo l’aeroporto La Guardia a Nord di Long Island: sullo sfondo, a destra, cominciamo ad intravedere grandi ponti e la baia che separa Long Island dal Bronx e, a sinistra, scorgiamo i grattacieli della Big Apple. Oltrepassiamo l’East River
attraverso il Triborough Bridge al termine del quale, tra decine di svincoli, prendiamo la Franklin D. Roosevelt Drive dove svoltiamo sulla 65th tagliando le grandi vie che corrono longitudinalmente lungo tutta Manhattan: entriamo nella 65th str.Transverse di Central Park fra piccole colline, laghetti e i grattaceli di Central Park South. Percorriamo per un tratto la 7th, dove notiamo il tipico edificio in terracotta e mattoni in stile Rinascimento italiano della Carnegie Hall, la prima grande sala da concerti di New York. I sobri addobbi natalizi e le sfavillanti vetrine dei negozi rendono le strade eleganti ed orgogliose, semplici e dignitose nonostante il grande traffico, la moltitudine di gente e le molte limousine che vediamo transitare. Entriamo nella 56th ed il taxi si ferma all’entrata de Le Parker Meridien, il nostro albergo. Siamo un po stanchi ma abbiamo voglia di uscire alla scoperta di questa metropoli, grande, imponente, alta, elegante e scintillante. Dall’uscita del Meridien sulla 57th.,ci dirigiamo verso la 5 Avenue., ed entriamo immediatamente da Tiffany con gli splendidi e sfarzosi addobbi natalizi. Le grandi ascensori portano curiosi ed acquirenti ai diversi piani ed ovviamente anche noi saliamo: “face on the door” è l’ordine che il liftman impartisce agli occupanti che, diligentemente, lo eseguono. Dieci piani di gioielli per tutti i gusti e per tutte le tasche, oggetti classici e moderni, oro argento e pietre preziose, ma non solo…ci sono le penne, le borsette, i piatti, i profumi, le saponette…non resistiamo e usciamo con la shopper contenente la scatolina azzurra ben infiocchettata: non male per essere appena arrivati !! Continuiamo la nostra passaggiata sulla 5Av.: entriamo da Takashimaya uno store giapponese che vende articoli per la casa, biancheria, prodotti di bellezza, borse e articoli antichi oltre a diverse qualità di tea. Siamo un po stanchi e decidiamo di andare a cena: ci fermiamo sulla 57th da Shelly’s una steakhause vicina al nostro albergo….ceniamo sforzandoci di tenere gli occhi aperti. Anche se a malincuore, decidiamo di andare in albergo per una sana dormita: domani si comincia il tour e la stanchezza va lasciata a casa.
27 Dicembre 2003
... Primo giorno newyorkese e, come da programma, ci incamminiamo verso il Guggenheim Museum sulla Fifth Avenue di fronte al Jackie Onassis Reservoir a Central Park. Prima di arrivare, facciamo una sosta al Plaza Hotel, l’albergo più lussuoso della città che, con la sua struttura in ghisa di 18 piani, ricorda un castello rinascimentale francese. La Palm court ha ancora pareti ricoperte di specchi e colonne con incisioni italiane raffiguranti le quattro stagioni: recentemente restaurato è ritornato ai vecchi splendori rispettandone le caratteristiche originali. All’uscita le carrozze si mischiano alle lunghissime limousine parcheggiate sulla Grand Army Plaza. Proseguiamo verso il Museo attraverso Central Park da dove usciremo all’altezza del Central Park Zoo Arsenal, riprendendo la Fifth Avenue. Una piccola sosta per il caffè che sorseggiamo camminando, imitando timidamente e un po impacciati gli americani, facendo soprattutto attenzione a non rovesciarlo. Fiancheggiamo
il Metropolitan Museum e poco dopo eccoci al Guggenheim Museum,
progettato da Frank Lloyd Wright che, con la sua riconoscibilissima
forma a spirale, è stato paragonato ad una grande conchiglia bianca.
Mentre si cammina lungo la rampa a spirale che scende dalla cupola e si
entra nella Small Rotunda, si possono ammirare moltissime opere
di artisti del XIX e XX secolo: da Kandinsky a Chagall, Cezanne,
Picasso, Degas e Van Gogh oltre a diverse mostre speciali come quella
dedicata a Federico Fellini. Terminata la visita al museo e dopo aver
acquistato qualche libro, ci dirigiamo verso la Medison Av. per un
pomeriggio dedicato allo shopping. Gli articoli più venduti in questa
zona esclusiva sono pezzi d’arte e antichità, abiti firmati e scarpe,
articoli per la casa; anche le traverse alberate della Medison sono
degne di nota per le eleganti e lussuose dimore che vi si
affacciano. Ci fermiamo da Dean & Deluca a consumare il nostro lunch
alla maniera americana…. insalatona e caffè. Dean & Deluca è un negozio,
con diversi punti in città, di generi alimentari, gastronomia,
pasticceria e bakery oltre ad articoli per la casa: un luogo raffinato
ed elegante e questo è dimostrato anche dai prezzi che vengono
praticati e dalle persone che lo frequentano.
Finito il nostro
frugale lunch continuiamo la nostra visita lungo la Medison a caccia
di occasioni: ci fermiamo in diversi stores tra cui Barney’s , Banana
Republic, Armani e Crate & Barrel. Le illuminazioni delle strade e le
luci delle vetrine ci avvisano che è quasi ora di rientrare in albergo:
stasera andiamo a cena a Soho in un ristorantino Thai, L’Eat Rice sulla
Spring, consumando ottimi nudols accompagnati da Singa. Dopo cena
giriamo a piedi per le vie di questo quartiere ed andiamo in uno dei più
frequentati bar di Chelsea l’XL: ascoltiamo un po di musica, beviamo
qualcosa ed osserviamo le persone.
28 Dicembre 2003
E’ domenica e si va ad Harlem ad assistere ad una funzione religiosa con cori gospel. La funzione inizia alle 9,00 e con un taxi
ci muoviamo lungo Central Park in direzione Nord, verso Harlem. La
nostra meta è l’Abyssinian Baptist Church sulla 138th Str., fondata nel
1808 da un gruppo di afro americani e di mercanti etiopi contro la
segregazione e la schiavitù. Arriviamo appena in tempo e ci sistemiamo
alla bene meglio: la funzione inizia quasi subito con l’introduzione del
reverendo. I cori, posti sopra l’altare, sono costituiti da gente di
colore, uomini e donne: sono vestiti con lunghe ed ampie tonache rosse
dai colletti bianchi e azzurri, le loro voci sono potenti, le loro
braccia oscillano ed i loro corpi ondeggiano con grazia, seguendo il
ritmo della musica. Guardando avanti si possono notare moltissimi volti
curiosi, abiti particolari e divertenti cappellini: insomma sembra di
essere in un film. La funzione continua con lunghe omelie e
ringraziamenti a persone appartenenti alla Chiesa, con interventi da
parte del pubblico, che applaude e ride “a scena aperta”:in effetti è
una vera e propria comunità che si riunisce e la Chiesa rappresenta la
loro vera casa, il loro punto di riferimento, l’elemento portante della
vita di Harlem.
La Chiesa intesa
come centro di aggregazione ed interazione sociale, dove si aiutano i
disagiati, dove si istituiscono corsi di danza e musica, dove si
ricordano gli ammalati e dove si augura pronta guarigione a chi è stato
male o a chi è prossimo ad un’operazione. E’ bello vedere tanta fede
mischiata alla musica e alla vita di tutti i giorni: la funzione dura
circa due ore, fra canti, omelie e inni a God.
A fine funzione il coro scende ed ordinatamente sfila lungo le navate fermandosi all’estremità opposta rispetto all’altare congedandosi dai sacerdoti e dal pubblico con un ultimo coro gospel. All’uscita, una folla di persone si raduna chiacchierando ed aspettando il reverendo che, come tradizione vuole, si intrattiene con loro salutando e stringendo mani.
I buffi copricapo e
le lunghe palandrane delle signore e i visi e le espressioni dei signori
sono oggetto di reale curiosità da parte nostra: gli scatti della
macchina fotografica non si risparmiano e ci divertiamo a immortalare i
personaggi più strani e caratteristici, talvolta rincorrendoli per non
perderli, talvolta nascondendoci per riprenderli… lungo la strada ci
fermiamo ad una bancarella dove David King vende CD masterizzati: non
talto alto, occhiali scuri, cappello, cappotto bianco e nero, voce
profonda e roca, David ci racconta di essere stato un famoso cantante
jazz e ci mostra una sua foto ed un suo CD. La bancarella è dotata di
un grosso registratore dove David ci fa ascoltare i CD che vogliamo
comprare. Ne acquistiamo alcuni al prezzo di 10 dollari ciascuno e
contenti ci incamminiamo lungo la Malcolm x Boulevard per dirigerci
verso L’Apollo Theatre sulla 125th. La geografia dello spettacolo
popolare, ad Harlem, risaliva up-town lungo la 7 Avenue (che qui prende
il nome di Adam Clayton Powell Boulevard), dalla 125th alla 144th
Street, formando il famoso quadrilatero dove, negli anni ’20, i bianchi
facoltosi venivano ad ascoltare le jazz bands nere e alcune esordienti
cantanti come Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Dinah Washington.
Gli anni della
depressione fecero aumentare la disoccupazione e deteriorarono la
condizione sociale ed economica delle
famiglie nere di Harlem, come nel resto della metropoli; molti negozi chiusero e l’aumento della criminalità e della droga trasformarono ogni abitante in una vittima e Harlem diventò un’area nella quale nessun turista bianco si avventurava più. Gli anni ’80 danno un barlume di ripresa: il reddito medio degli abitanti aumenta, molti grandi edifici in arenaria vengono ristrutturati, aumentano gli affitti e la quota di unità immobiliari sfitte scende ai minimi storici. Anche l’Apollo Theatre, uno dei simboli storici di Harlem, viene sottoposto ad un radicale restauro e riportato in attività: molti grandi nomi aprono i loro negozi e un numero consistente di edifici viene destinato ad accogliere esposizioni permanenti di alto profilo sulla vita dei neri a New York. …Avremmo voluto rimanere più a lungo ad Harlem, ma il tempo stringe e dobbiamo andare….prendiamo un taxi che velocemente ci porta al Broadway market a Chelsea. Uno spazio non grandissimo con tante bancarelle di tutti i tipi: dalle vecchie copertine dei giornali agli oggetti in Silver, dai capi di abbigliamento ai mobili “old america”: insomma un gran bazar ma, tutto sommato, niente di così interessante e paragonabile ai bellissimi mercatini londinesi o parigini.
Decidiamo così di
andarcene, anche perché il freddo è pungente e ancora molto dobbiamo
fare in questa nostra seconda giornata: ci riscalda un buon caffè che
consumiamo seduti ad un tavolino in un bar sulla Broadway. La nostra
prossima tappa è Chelsea,ed in particolare l’Empire State Building,
Herald Square e Macy’s. Dalla 23th percorriamo un tratto della Broadway,
con il suo traffico e le sue insegne, e andiamo verso il Flatiron
Building: il triangolo fra la Fifth Avenue , la Broadway e la 23th è la
sede di questo grattacielo del 1903, uno dei primi costruiti a New York,
all’epoca il più alto del mondo. Percorriamo ancora un tratto della
Broadway e ci dirigiamo verso la 29th dove incontriamo
la Marble Collegiate Reformed Church una chiesa della metà ‘800 in stile revival gotico; preseguiamo sulla Fifth Avenue e giriamo subito sulla 30th. Intanto dall’alto l’Empire State ci osserva: si vede ovunque ed è impressionante la sua imponenza. Raggiungiamo Greeley Square con la statua di Horace Greeley, fondatore del quotidiano Tribune: più che una piazza è uno spartitraffico fra la Sixth Avenue e la Broadway. Da qui giriamo sulla 32th. ed entriamo a Little Korea dove vivono e gestiscono i loro esercizi commerciali i Coreani. Passeggiando lungo queste vie, tutte trafficate e piene di negozi di qualsiasi tipo, è frequentissimo vedere le pubblicità incise sui mattoni dei palazzi, a grandi caratteri bianchi e neri o giganteschi cartelloni pubblicitari.
Finalmente
arriviamo all’Empire, il grattacielo più famoso di New York e simbolo
della città . Dopo una lunghissima coda, entriamo nell’atrio dove una
bellissima immagine in rilievo del grattacielo è sovrapposta a una
mappa di New York. Circa due ore di coda ed eccoci agli ascensori che,
in meno di un minuto, ci portano all’86° piano: un percorso obbligato ci
conduce alle piattaforme di osservazione che danno su Manhattan. La
vista, grazie alla giornata tersa e limpida, è spettacolare e tutti gli
edifici ai piedi del colosso sembrano piatti, le auto dei puntini e
perfino il grande fiume Hudson sembra un ruscello; a Nord i grattacieli
del Theatre District, Central Park e Harlem a Sud Il Financial District,
la Statua della Libertà, il Manhattan Bridge ed il Brooklyn Bridge a Est
il
Queens e Long Island a Ovest il Fiume Hudson, con i moli per l’attracco delle grandi navi, ed il New Jersey. Insomma lo scenario è straordinario e lo è ancora di più perché il sole sta tramontando: il cielo si pittura di pennellate arancioni , gli aerei in atterraggio a Newark brillano nel cielo e le calme acque dell’Hudson, dell’East River e dell’Upper New York Bay si tingono di un pallido e argentato celeste. Ormai buio decidiamo di scendere e guardiamo in alto per vedere dove, pochi minuti prima, eravamo: ora l’Empire è illuminato di verde e rosso ed è davvero alto.
Percorriamo la 34th
e ci dirigiamo verso Herald Square, un piccolo triangolo verde che si
trova dove la Broadway incrocia la Sixth Avenue: il suo ornamentale
orologio è tutto ciò che rimane del vecchio Herald Building. Di fronte
vediamo il più grande magazzino del mondo: Macy’s, occupa un intero
isolato e nei suoi scaffali si può trovare tutto e a tutti i prezzi.
Particolari sono le scale mobili e gli ascensori ancora in legno. La
facciata sulla 34th presenta le cariatidi originali a guardia
dell’entrata ed una targa commemora il proprietario e la moglie, morti
durante il naufragio del Titanic, nel 1912. Usciamo da Macy’s e
cerchiamo un taxi per tornare in albergo: andremo a cena all’Harbour
Lights, al Pier 17, a South Street Seaport. Il Molo 17è costituito da
tre
piani
di negozi, ristoranti e bancarelle a fianco del quale ci sono i moli
delle navi storiche fra le quali il Peking, la seconda più grande nave
a vela del mondo. Il nostro ristorante è al 3° piano del Pier 17, dal
quale godiamo una bellissima veduta del Ponte di Brooklyn. Intorno alla
South Street Seaport una serie di negozi, pub e ristoranti affiancano
edifici storici e laboratori di artigianato che hanno trasformato e
rivitalizzato il cuore del vecchio porto di New York anche se a
testimonianza del passato è ancora attivissimo il grande mercato del
pesce di Fulton.
29 Dicembre 2003
Oggi si va al Museum of Modern Art, meglio conosciuto come MoMa, trasferitosi provvisoriamente nel Queens per i lavori di ristrutturazione ed ampliamento che interessano la sede principale sulla Fifth Avenue. Il MoMa Qns è collocato in un contesto semi-industriale e lo stesso edificio che ospita il museo è stato ridisegnato in quella che una volta era una fabbrica. All’interno un’ampia collezione di opere moderne e contemporanee e sezioni speciali dedicate ad artisti contemporanei come Kiky Smith. Molto interessante la rassegna filmata del “trasloco” delle opere dalla sede principale a
questa del Queens: una vera e propria processione lungo le strade di Manhattan fino all’attuale sede, attraverso il Queensborough Bridge.
Una sosta obbligata
al bookshop del museo e con un taxi ci dirigiamo verso Brooklyn,
prossima tappa della giornata: andremo a Dumbo, emergente quartiere dei
borough situato fra il Manhattan Bridge ed il Brooklyn Bridge sulle
sponde dell’East River. Camminiamo lungo Front Street fra vecchi
palazzi in mattoni scuri e i vecchi depositi che una volta ospitavano i
magazzini del pesce ma, che ora, dopo un’attenta opera di
ristrutturazione, sono sede di botteghe d’arte e gallerie. Gli edifici
che si affacciano lungo le scure e vecchie strade in ciotolato grigio
che corrono verso il Brooklin seaport, sono un grande cantiere: nuovi
locali, ristoranti e negozi verranno aperti e si aggiungeranno ai già
tanti e particolari ambienti volti a rivitalizzare i borough esterni a
Manhattan.
Ci fermiamo per il lunch alla Coffee-hause del General Store: un ambiente semplice, pochi elementi d’arredo, qualche tavolo in legno e un piccolo shop di vernici, tempere e pennelli: ai tavoli siedono personaggi particolari appartenenti sicuramente al mondo della pittura o dell’architettura intenti a leggere o a visionare progetti.
Molte gallerie
d’arte sono chiuse e un po delusi ci dirigiamo verso il Brooklyn Seaport
Park con una piccola sosta al West Elm design store dove ammiriamo
oggetti, tessuti e manufatti molto belli e particolari, ma anche molto
costosi. Arriviamo sulle sponde dell’East River da dove ammiriamo il
panorama su Manhattan: di fronte a noi il Ponte di Brooklyn al di la del
quale
vediamo il Pier17 e Lower Manhattan. La giornata è bellissima, quasi
calda, e ne approfittiamo per una sosta dedicata alla fotografia e alla
ricerca di conchiglie.
Dopo una piccola
pausa sulle panchine del piccolo giardino decidiamo di attraversare l’East
River attraverso il Ponte di Brooklyn, che fu il primo grande ponte
sospeso mai costruito ed oggi rappresenta, insieme all’Empire, uno dei
simboli della città. Passeggiamo nella parte pedonale e ciclabile del
ponte e lasciamo pian piano Brooklyn e Dumbo Place, passando sotto la
prima arcata: la successiva sarà a Manhattan. Il Ponte fu concepito per
collegare Brooklyn a Manhattan, ai tempi due cittadine separate, e le
due arcate, in stile gotico, ne rappresentavano le rispettive porte di
ingresso. Intanto sotto di noi il traffico di autovetture e camion è
intenso, come intenso è il numero di persone e ciclisti che come noi
stanno attraversando il ponte, ammirando lo spettacolo che da qui si
gode: osserviamo l’East River, con il suo traffico di barche, navi e
ferry e, da lontano, i grattacieli di Chelsea, l’Empire State Building
e di fronte Lower Manhattan che si avvicina sempre di più con alcune
inconfondibili costruzioni rappresentate dal Woolworth Building in
stile gotico, dal Municipal Building con le sue torri e guglie e dalla
City Hall in stile georgiano ancor’oggi sede dell’amministrazione
cittadina. Attraversiamo Park Row e ci dirigiamo verso Fulton Street
attraverso Nassau Street: piccolissime vie con molti negozi di
abbigliamento, ristoranti e pub quasi tutti gestiti da orientali.
Siamo sulla Fulton
St. e ci fermiamo d’obbligo alla Strand Book Store ,una celebre libreria
che offre una scelta vastissima di libri a prezzi molto buoni e,
approfittando di questo, fra i suoi vecchi scaffali di legno scuro,
acquistiamo diversi volumi. Proseguiamo verso Water Street: la nostra
meta è Abercrombie & Fitch dove acquistiamo alcuni capi di abbigliamento
scontati. Velocemente cerchiamo un taxi… alle 19,00 dobbiamo essere allo
Studio 54: serata dedicata al Musical.
Un veloce cambio
d’abito e a piedi ci dirigiamo verso la 54th, nel cuore della
sfavillante Broadway, illuminata da grandi e variopinte insegne
luminose, con i suoi teatri e negozi. Prima di entrare allo Studio 54
ci concediamo un aperitivo, comodamente seduti sui grandi divani
dell’Hotel Ameritania in stile minimalista molto raffinato ed elegante.
Entriamo a Teatro per assistere a Cabaret, un grande musical che sta per
terminare le sue repliche dopo moltissimi anni. Lo Studio 54 nasce come
teatro poi, nel corso degli anni, si trasforma in una celeberrima
discoteca che fu costretta a chiudere a causa di fatti legati alla
droga. Oggi è nuovamente un importante teatro e l’ambientazione interna
è molto originale: non ci sono le classiche poltrone di platea ma
piccoli tavolini con intorno rotondeggianti seggiole in legno; le luci
sono soffuse e, sopra ogni tavolino, una piccola lampada dalla luce
rossa crea un’atmosfera d’altri tempi rievocando l’ambiente dei locali
di cabaret di un tempo.
Sono quasi le 23 e
rientriamo in albergo facendo una gelida passeggiata sulla 57th, dove
compriamo della frutta che mangeremo in camera.
30 Dicembre
2003
Sono le nove di una mattina grigia e umida e siamo davanti al Metropolitan Museum: la folla assiepata sui gradini ed il gran traffico di taxi e pullman fermi davanti, ci fanno intuire che ci vorrà un pò di tempo prima di entrare e, armati di pazienza, pian piano riusciamo a raggiungere la biglietteria e guadagnare l’ingresso. Il Metropolitan contiene opere provenienti da tutti i continenti ed i periodi storici cui esse si riferiscono datano dalla preistoria ai giorni nostri. Data la vastità delle collezioni esposte decidiamo di visitare solamente alcune sale: ci incuriosisce l’esposizione, realizzata dall’istituto di moda e costume, dedicata “all’uomo in gonnella “. L’esposizione, contenente un centinaio di abiti, passa in rassegna i diversi momenti storici, passati e presenti, nei quali questo capo di abbigliamento si è imposto come fenomeno di costume. ...ovviamente ci perdiamo fra i padiglioni e, dopo una sosta chiarificatrice, ci incamminiamo verso le sale che contengono le esposizioni dedicate all’arte greca e romana, alla scultura e arti decorative europee per concludere con l’arte moderna, le cui sale situate al primo piano, contengono alcune delle più belle opere dei nostri giorni. …è ora di pranzo e dato che siamo nelle vicinanze della Medison ci dirigiamo verso Dean & Deluca, di cui siamo già assidui “clienti”: girovaghiamo per il locale in cerca di qualcosa di buono da mangiare ma alla fine optiamo per insalatona, frutta e un bel bicchierone di caffè, che ci gustiamo seduti di fronte al vetro che guarda la strada…ci sentiamo proprio americani !! Siamo pronti per affrontare il pomeriggio, che trascorreremo a zonzo per la Fifth Avenue, per eccellenza il regno dei negozi di lusso dove acquistare qualcosa talvolta costa molto caro.
Sulla Quinta si
trovano alcune delle più prestigiose e famose boutique del mondo fra le
quali non mancano quelle di firma italiana. Entriamo da Brook Brother,
dal quale usciremo carichi di shopper contenenti scarpe e pantaloni;
visitiamo la Trump Tower un centro commerciale di lusso con tanto di
cascata nell’atrio, affollato di curiosi ma anche di eleganti signore
dell’alta società newyorkese. Passiamo di fronte a F.A.O. Shwarz, il più
grande negozio di giocattoli del mondo, che ci fa tornare alla memoria
il film “Mamma ho perso l’aereo mi sono smarrito a New York” le cui
vetrine non appassionano solamente i bimbi ma anche i grandi così come
quelle di Saks, un altro grandissimo store, che ha realizzato delle vere
e proprie corsie preferenziali per permettere ai passanti di ammirare
l’originalità e la ricchezza dei suoi addobbi: in effetti delle opere
d’arte. …piccola deviazione e fuori programma: andiamo da Bloomingdale’s
sulla 3rd Ave., uno dei più grandi e riforniti negozi della città, dove
è possibile fare dei buoni affari….ed infatti gli affari li faremo anche
qui…le shopper sono ormai tante e si fa fatica a portarle. …è proprio
vero, la frenesia dello shopping è più facile di quanto si pensi ed
è necessaria una buone dose di self-control onde evitare di
trovarsi nel giro di pochi giorni sull’orlo della bancarotta, proprio
come accade alla protagonista del romanzo di Sophie Kinsella “I love
shopping a new York”: in effetti la febbre dello shopping è esasperata
ma, d’altra parte, Manhattan è un grande ed allettante centro
commerciale. Carichi di shopper ed appesantiti dai molti libri
acquistati al Metropolitan ci dirigiamo verso l’albergo tra una folla
disumana di persone,...è l’ora di punta ed il traffico di auto è
spaventoso: tutte le grandi vie sono intasate…vorremmo prendere un
taxi…ma niente da fare… si va a piedi.
E’ ormai buio e, a
differenza degli altri giorni, la penultima sera dell’anno sembra sia
all’insegna del freddo e del
vento…ma, dopo una bella doccia bollente e rigenerante, eccoci nuovamente per strada. Imbocchiamo la Broadway in direzione di Times Square, dove fervono i preparativi per l’ultimo dell’anno: mentre squadre di operai stanno montando pesanti impalcature e i grossi camper delle televisioni di tutto il mondo sono parcheggiati lungo la strada, un terzetto di ragazzi di colore improvvisa uno spettacolo rap in cambio di qualche cents. La serata è tersa ed il vento gelido ci fanno pensare a domani…abbiamo deciso di passare l’ultimo dell’anno per strada… Raggiungiamo la fermata della metropolitana sulla 42th fino a Christofer st., al Greenwich Village, o più semplicemente Village: questo quartiere, in passato un villaggio di campagna, si è trasformato in un paradiso bohémien dove vissero molti artisti e famosi scrittori. Il Village si anima di sera e, ad ogni angolo, ci sono caffè, birrerie, teatri sperimentali, e locali dove si suona prevalentemente jazz. Dopo una mediocre cena in un ristorantino thai, ci incamminiamo lungo le caratteristiche e vivaci stradine di questo quartiere verso il Blue Note, tempio del jazz internazionale.
Lungo la strada,
poco prima dell’ingresso, coloratissimi murales raffigurano le
caricature dei miti intramontabili del jazz; di fronte, alcuni
scalcinati edifici ospitano locali di spogliarello... Nonostante il
freddo, diligentemente ci mettiamo in coda…lo spettacolo ha inizio alle
23 e, davanti a noi, una moltitudine di gente attende infreddolita…siamo
tra gli ultimi ma entriamo: il locale , lungo e stretto è soffusamente
illuminato e la maggior parte dei tavoli è occupato…ci accontentiamo di
una sistemazione non proprio centrale, ma siamo contenti perché questa
sera vedremo il famoso quartetto jazz di Herbie Hancock. L’atmosfera è
molto calda e l’esibizione è notevole… l’unica nota stonata è stata il
costo: 55 dollari esclusa la consumazione… ma ne valeva la pena. …è
tardissimo e rientriamo in albergo: domani è l’ultimo giorno dell’anno.
31 Dicembre 2003
Ci mettiamo in marcia di buon’ora e la nostra meta è Soho (South of Houston): scendiamo alla fermata di Canal St-Lafayette St.. ed entriamo in questo quartiere che, grazie alla particolare architettura in ghisa dei propri edifici, pian piano si è trasformato in un interessante centro artistico e commerciale nell’ambito del quale boutiques, negozi e caffè ben si fondono con le moltissime gallerie d’arte che qui sono nate dopo gli anni ’60. L’aspetto che subito colpisce sono le pesanti scale di ferro esterne che evocano i tempi dei gangsters o i film americani d’azione: ogni edificio, alto o basso, ne è dotato e la visione prospettica, originale e non uniforme, è resa ancor più particolare dal gioco di chiaro-scuro delle case, in una New York che non sempre è sinonimo di grattacieli e opulenza. L’intreccio di strade è reso vivace dalle colorate vetrine dei negozi, dalle bancarelle che vendono vecchi copioni teatrali e spartiti musicali e dal gran numero di persone che qui si affollano, ma anche dai carretti dei venditori di hot dog…che, neanche a dirlo, ci stuzzicano un goloso interesse.
Giriamo tutto il
giorno incuriositi dal numero veramente esagerato di negozi, piccoli o
grandi, lussuosi o modesti; piccole lavanderie dalle cui vetrine si
osservano dimesse donne sedute in attesa del bucato, o disordinate e
sporche macellerie con i barboni come unici clienti, o raffinati atelier
orientali, o freddi locali dove si servono gelati di riso, o sofisticati
negozi di scarpe e di alta moda, o famosi bar dalle frequentazioni vip,
o ampie esposizioni di antiquariato, spesso scadente, più simili a
bazar… Talvolta capita di vedere insoliti personaggi, seduti sulle
panchine agli angoli di buie e strette vie, consumare il proprio lunch
fra scatoloni, immondizia e fumanti tombini… e magari, parcheggiata di
fronte, una lunga limousine in attesa di chissà chi. …è ormai buio e ci
spostiamo a Tribeca: due ragazze con dei colorati palloncini ci chiedono
informazioni…ma abbiamo l’aria di essere americani ? Mah…forse ! Giriamo
per il piccolo quartiere costituito prevalentemente da grandi palazzi,
gallerie d’arte ed esposizioni molto belle di oggetti ed elementi di
arredo.
Fra le finestre
illuminate si scorgono splendidi loft ed appartamenti sicuramente ben
disegnati ed arredati…e cerchiamo di immaginare chi possa vivere li…
Tribeca sinonimo di arte, cultura e modernità ha soppiantato la
confinante Soho in questo ruolo, e sono molte le attività, le
organizzazioni culturali e intellettuali che si sono trasferite in
questo piccolo quartiere che in comune ha forse solamente l’origine
industriale e la forte volontà di trasformazione e rinnovamento. Ci
spingiamo verso West Str. sulle sponde dell’Hudson…le strade sono poco
trafficate e scarsamente affollate…si stanno preparando per il veglione:
fuori dagli alberghi i taxi caricano eleganti signore e signori e nei
locali fervono gli ultimi preparativi per l’ultima notte dell’anno…e
anche noi attendiamo lo scoccare delle 18 per inviare i nostri auguri a
parenti ed amici che in Italia stanno già festeggiando l’anno nuovo.
…rientriamo in albergo per prepararci alla nostra nottata, immaginando e
fantasticando su cosa sia esattamente “the ball”… forse una mongolfiera…
…all’uscita della stazione di Columbus Circle l’atmosfera cambia…la
57th, è transennata e chiusa al traffico, così come tutte le altre vie
attorno a Times Square: gli unici mezzi a circolare sono quelli della
polizia e lo spiegamento delle forze dell’ordine è massiccio sia lungo
le strade che nel cielo. …a fatica riusciamo ad arrivare al posto di
controllo fra la 7Ave. e la 57th: mostriamo la chiave della camera e
dopo essere stati perquisiti riusciamo a passare…l’atmosfera è
inquietante e molto nervosa…ma la gente ha voglia di ridere e
festeggiare comunque. Anche noi abbiamo voglia di festeggiare…e ci
concediamo un aperitivo…compriamo dei tranci di pizza che mangeremo
seduti di fronte alla grande vetrata della nostra camera al
diciannovesimo piano. Ben coperti e con poche banconote in tasca usciamo
senza sapere esattamente dove andare e che direzione prendere: ci
buttiamo tra la folla e camminiamo verso Fifth Av. e poi a Rockefeller
Center con il suo grande albero e la piccola pista di pattinaggio
gremita di gente: la sensazione è quella di un’evacuazione di massa…ma
ci abituiamo subito e ,non avendo una meta precisa ,andiamo a cena da
Cassidy’s sulla 55th, un pub irlandese molto carino. …ma anche stasera
si fa shopping…i marciapiedi sono colmi di bancarelle con la migliore
mercanzia di San Silvestro…compriamo dei buffi occhiali a forma di
“2004” tutti luccicanti tranne uno, più sobrio, a stelle e strisce, che
regaleremo ad un’euforica signora…camminiamo ancora ed eccoci sulla
7Ave.: di fronte, ma lontano, Times Square illuminata a giorno ed un
mare di gente è in strada…ma “the Ball” ?? Dov’è??…lo chiediamo a dei
simpatici signori del New Jersey con i quali chiacchieriamo…sono
chiassosi e veramente divertenti e ci spiegano…ma non capiamo…loro
vedono “la palla”…ma noi no…ma noi siamo in grado di vederla ? chiediamo
nuovamente…Finalmente vediamo il puntino minuscolo che si accende e si
spegne: e noi che pensavamo ad una mongolfiera o ad un’enorme palla o a
chissà ché…non abbiamo l’orologio e fra urla e fischi ecco apparire un
gigantesco cartellone luminoso: dieci secondi al nuovo anno scanditi
dalle voci di 750.000 persone che, al di la del fenomeno molto americano
della “palla”, hanno voluto manifestare contro il terrorismo e la paura
in una città blindata ma festante e per nulla rassegnata. Alle nostre
spalle hanno inizio i fuochi d’artificio di Central Park che illuminano
e rallegrano l’atmosfera…30 minuti di coloratissimi giochi pirotecnici
che vediamo da Central Park South e mentre negli alberghi di lusso
continuano le feste, sui marciapiedi, eleganti signore in abito lungo ed
impeccabili signori in smoking si mischiano a trasandate coppie che
brindano al nuovo anno con un paio di bottiglie di birra.
1 Gennaio 2004
Il primo giorno dell’anno è dedicato ad una bella passeggiata a Central Park il grande polmone verde di Manhattan, progettato
come luogo di relax ed arricchito di campi gioco, piste di pattinaggio,
campi da tennis e football, e aree destinate ad ogni tipo di
passatempo. I 340 ettari del “giardino” della città, una volta
occupati da paludi, cave, allevamenti di maiali e baracche abusive, sono
ben curati e ricchi di laghi, colline e grandi prati piantumati con
alberi ed arbusti. Ci incamminiamo lungo il viale percorso dalle
caratteristiche carrozze: la giornata è bellissima e il parco è pieno di
gente che passeggia, fa footing o pattina al Wollman Rink, che il
miliardario americano Trump ha voluto per le nuove generazioni di
pattinatori.
Gironzoliamo nel
parco senza una meta precisa e ci troviamo al The Dairy, la vecchia
latteria, dove si possono avere tutte le informazioni e i programmi
delle manifestazioni del parco. Riscaldati dal sole e sorseggiando un
caffè sostiamo sulle panchine del Conservatory Water, uno specchio
d’acqua circolare dove si svolgono le gare di modellini di barche: li
intorno, una scultura di Alice nel Paese delle Meraviglie e di Anderson
ci fanno intuire che questo è l’angolo dei bambini e delle favole.
Passeggiare a
Central Park è anche occasione di vedere divertenti e buffi scoiattoli
in cerca di cibo e per nulla intimoriti dai passanti che si fermano ad
osservarli o, come noi, a fotografarli. Arriviamo al Belvedere Castle da
cui si gode una vista straordinaria del parco, dei bellissimi palazzi
che si affacciano su Central Park West e, in genere, di tutta la città.
Abbiamo percorso ormai quasi la metà del parco e raggiungiamo il
Reservoir, il grande lago che occupa ben 10 traverse, dalle sponde del
quale è ben visibile il Guggenheim Museum. …la nostra passeggiata al
parco termina qui, ma prosegue lungo il grande viale di Central Park
West: fra gli edifici, tutti maestosi ed eleganti, spicca il San Remo
con le sue due torri che ospitò, nei suoi lussuosi appartamenti,
personaggi famosi come Dustin Central Park e il San Remo Hoffman, Paul
Simon ed altri.per le 14 abbiamo riservato un tavolo al Cafè des
Artistes e puntuali svoltiamo l’angolo sulla 67th ed entriamo. Il
locale, molto raffinato, elegante, affollato e vivace è famoso per
l’ottima cucina francese e per gli irresistibili dessert. Dopo questo
tocco di eleganza, siamo a Ground Zero, che raggiungiamo in
metropolitana. Parlare di Ground Zero significare rievocare l’11
settembre e trovarsi a guardare l’enorme cavità, dove una volta
sorgevano le Twin Towers, da un senso di sconforto, impotenza e
smarrimento: osserviamo silenziosamente, senza commenti, i giganteschi
cartelloni che raccontano la storia del World Trade Center, leggiamo la
lapide in memoria degli eroi di quel maledetto giorno.
Non si scattano
foto, non si parla; si osserva e la mente si accende delle immagini di
quella mattina, che tanto hanno cambiato nel mondo e che hanno reso
vulnerabile l’invulnerabile America, colpendone il più significativo e
rappresentativo simbolo: New York. Ci allontaniamo da Ground Zero con
l’animo triste non capendo come, anche in questo luogo, i turisti
giapponesi non possano evitare almeno per una volta di fotografare… non
c’è nulla da fotografare qui… c’è solo da guardare, rispettare,
ricordare, lottare, riconquistare e sperare.
Entriamo nella
piccola Wall Street: siamo di fronte al New York Stock Exchange, il cui
colonnato, ricoperto da migliaia di piccole luci, riproduce una luminosa
bandiera a stelle e strisce. Prima di rientrare in albergo ci fermiamo
da Duane, il supermercato delle medicine…è una catena di “farmacie” dove
si acquistano medicinali senza bisogno di ricetta…faremo scorta di
vitamine, dentifrici ed altri prodotti. Si riprende il metrò…stasera si
cena a Tribeca: questa è la nostra ultima sera newyorkese…entriamo da
Bubby’s ad Hudson Str.: il locale è molto carino, trendy e giovanile,
dalle bianche vetrate di legno bianco e dalle originali panchine
trasformate in comode sedute. Mangiamo tipicamente americano : burger,
bagel, salse messicane piccanti, birra ed ovviamente caffè. …passeggiamo
per Tribeca, c’è poca gente in giro e molti locali sono chiusi…meglio
andare a preparare i bagagli.
2 Gennaio 2004 …a presto New York… |
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