| IL DIARIO DI MASSIMILIANO | |||
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NORD OVEST ON THE ROAD Dopo l’11 settembre l’ingresso negli Stati Uniti sarà forse diventato più sicuro, ma di certo è molto più sfibrante. I controlli di sicurezza che dobbiamo affrontare prima di imbarcarci sul Francoforte – San Francisco ci obbligano ad una fila interminabile, che si conclude con un minuzioso controllo, perquisizione personale inclusa, di tutta l’oceanica folla di viaggiatori. Una volta varcate queste forche finalmente l’aereo e, 11 ore più tardi, l’America. A bordo, naturalmente, il solito modulo dell’Ufficio Immigrazione, che ti chiede se sei un terrorista, se spacci droga o trasporti bombe atomiche. Avendo risposto sempre con grande sincerità, ci hanno fatto entrare tranquillamente. Nei controlli, sembra, sono diventati bravi e puntuali, ma l’organizzazione è sempre la stessa, e così quando mettiamo piede a terra, il nostro bagaglio non c’è. «E’ finito a New York – dicono -, dovete aspettare fino a domani». Poco male, siamo a San Francisco. 23/9, NEBBIA AL GOLDEN GATE Dopo una notte agitata, per forza, in
Italia (e per i nostri corpi) era giorno, ci alziamo presto e partiamo per
la nostra prima effettiva giornata di ferie. Del bagaglio non ci sono
tracce, ma non ci preoccupiamo. Colazione abbondante e molto
Verso le 11.30 approdiamo al Pier 39, sicuramente il molo più famoso del porto, dove ci aspettano, come sempre, negozi e ristoranti, ma anche una vista fantastica: infatti siamo al centro della baia di San Francisco, proprio di fronte all’isola di Alcatraz, una volta sede del carcere, e a sinistra del Golden Gate, forse il più ponte più famoso del mondo. Imbarcazioni non particolarmente costose ma nemmeno particolarmente curate si offrono di portarti a fare un giro per la Baia a prezzi decorosi, e così decidiamo di andare. Circumnavighiamo Alcatraz, scattando un bel po’ di foto ai resti del carcere (non è mai scappato nessuno, raccontano, e non è difficile crederlo), poi raggiungiamo il Golden Gate. La zona del ponte, ma davvero solo lei, è preda di una nebbia fittissima che, quando arriviamo con la barca, ci avvolge completamente. Il sole scompare, il vento si alza e diventa gelido, mentre il suono sinistro di una sirena impazzita ci avverte che il ponte, anche se praticamente non si vede più, è ancora lì, proprio sopra di noi. Conclusa la gita, con mani e nasi congelati torniamo in porto, dove dopo un meritato pasto a base di pesce (ottimo e non troppo caro, 36 dollari in due) scattiamo un po’ di altre foto ai leoni marini che sonnecchiano pigri e litigiosi all’interno dei moli. Prima di salutare il Pier 39 e tornare verso il nostro Hotel, stavolta utilizzando la Cable, ci fermiamo a comprare un po’ di frutta: per 4 pesche, 2 pere ed un grappolo d’uva ci chiedono 15 dollari. Affare fatto, purtroppo. Tornati in albergo ci avvertono che del bagaglio non ci sono tracce: per fortuna che in quello a mano abbiamo tutto l’indispensabile (dentifricio, spazzolini, pettini, ecc.), ed un primo cambio, così possiamo stare tranquilli per qualche tempo. Ma quando anche il giorno dopo non si trova niente, «Spiacenti, non sappiamo dov’è» è la laconica risposta dell’ufficio Lost and found, iniziamo ad innervosirci. Mille telefonate non portano a nulla, quindi decidiamo di non farci rovinare le vacanze e ripartiamo. Di nuovo Union Square, qualche negozio (Niketown, stilisti italiani inavvicinabili, Disney e similari, intanto i soldi cambiano padrone), poi scegliamo di fare un salto nella Downtown, per scoprire com’è la città fuori dai classici itinerari turistici. Prendiamo la metro e andiamo a sud, verso il Golden Gate Park. Poi risaliamo la città a piedi, per oltre un’ora e mezzo. Un tragitto sfiancante, tutto un su e giù per le colline, ma che offre uno spaccato indimenticabile della città: strade drittissime, che si snodano per centinaia di metri tra salite e discese che ti permettono di ammirare chilometri di paesaggio. Stupende anche le case, alcune coloratissime, altre pastello, tutte basse, di legno, con piccolo porticato e scalette d’ingresso. Molte di queste abitazioni, anzi vie intere, esibiscono la rainbow flag, la bandiera dell’orgoglio omosessuale: disegnata nel 1978 da Gilbert Baker, artista gay nato proprio qui, è immediatamente diventata un simbolo della libertà sessuale. Concluso il giro, stanchissimi andiamo a mangiare una pizza e poi torniamo in albergo. 25/9, VERSO L’OREGON Il mattino successivo ancora nessuna notizia del bagaglio: ormai è uno stillicidio e decidiamo di rinunciare. «Mandatelo in Italia, se lo trovate, oppure tenetelo a San Francisco fino al nostro ritorno»: con queste parole ci liberiamo e partiamo. Comprata un po’ di biancheria, due felpe, calzini e magliette, e noleggiata la macchina (una stupefacente Dodge Intrepid con cambio automatico, per circa 50 dollari al giorno) puntiamo il muso verso nord: attraversiamo la città, passiamo sopra il Golden Gate (emozione zero, troppo traffico e nebbia), costeggiamo Oakland e Berkeley (sede della notissima università) e iniziamo la corsa verso la California del Nord e l’Oregon, la nostra nuova meta. Dopo una mezza giornata di macchina e 400 miglia tonde (circa 650 chilometri) arriviamo a Medford, dove dormiamo in un Motel 6 (una catena poco costosa e di discreta qualità). Il mattino successivo, dopo un paio d’ore di una strada magnifica, che si snoda all’interno di un enorme bosco di alberi sempreverdi altissimi, arriviamo al Crater Lake: un gigantesco vulcano spento, il cui cratere è sede di un lago al cui centro c’è un’isola. Il lago, di un blu intensissimo mai visto, ha una profondità media di circa 400 ed al massimo è largo 6 miglia, circa 10 chilometri. Misure, numeri, che non spiegano quanto sia imponente, maestoso, impressionante. Esaurita in mattina la visita ci dirigiamo verso est: saranno altre 400 miglia nell’interno dell’Oregon meridionale. I 650 chilometri più stressanti della nostra carriera di turisti: la prateria, gialla, piatta e sempre uguale, dove le strade drittissime sembrano non finire mai, ti inghiotte letteralmente. Puoi correre quanto voi, e noi lo facevamo, perché niente e nessuno ci intralciava, ma ti sembra di essere sempre nello stesso punto. Chilometri e chilometri così, ore trascorse in questa campagna, senza nulla che rompa la monotonia del paesaggio. Finché, poco prima delle sette di sera, arriviamo ad Ontario, proprio al confine con l’Idaho. Cena, e poi a nanna. Non prima però d’aver regolato gli orologi: infatti abbiamo abbandonato la zona del Pacific Time (nove ore in meno rispetto all’Italia) per entrare in quella del Mountain Time (un’ora avanti). 28/9, GEYSER A YELLOWSTONE Il mattino successivo ci alziamo presto e, dopo una pessima colazione, partiamo: dal parco nazionale di Yellowstone ci separano circa 350 miglia, e siamo ansiosi di arrivare. La strada è buona ed il paesaggio decisamente più vario: ondulato, verde, poi giallo, arancione, pure rosso fuoco: le tinte dell’autunno hanno incendiato la campagna e reso gradevole guidare in questa zona. L’Idaho offre un paesaggio interessante ma nessun posto che valga veramente la pena di visitare: l’unica curiosità è il Crater Moon, il cratere della luna. Una zona dove la terra è completamente nera e friabile, quasi sabbiosa, evidentemente di natura vulcanica. Nel primo pomeriggio entriamo nel Montana, la temperatura e gli alberi sempreverdi testimoniano che cominciamo a salire: alle 15.30 siamo a West Yellowstone, stupenda cittadina che ha sede all’entrata ovest del parco, ad oltre 2.000 metri d’altezza. Altitudine che si sente, anche sulla pelle: il freddo punge. Dopo un rapido giretto alla parte iniziale del parco (20 dollari l’ingresso, ma il biglietto vale una settimana), sufficiente per vedere i primi enormi bisonti americani guadare un fiume, andiamo a cercare un hotel. Scegliamo il Fairfield Inn: molto tipico, di legno, intimo, soprattutto caldo perché nelle camere l’aria condizionata spara aria bollente. Rilassati, andiamo a mangiare. Ci offrono carne di bisonte: è ottima.
Esaurita la visita al parco, che porta ancora le cicatrici di un incendio che nel 1988 ne devastò il 36% della superficie totale, usciamo. Non prima di aver lottato con altri bisonti, che evidentemente ignorano le norme del codice stradale, per avere via libera verso il Gate Ovest. 1/10, ECCO IL NEVADA Il mattino successivo accantoniamo
l’idea di andare ancora verso nord, nel cuore del Montana, per visitare
Little Big Horn, dove gli indiani, alleluia, le suonarono alle
giacche blu di Custer, accoppandone oltre 250. Purtroppo la storia del
bagaglio ci ha fatto perdere tempo, e non possiamo andare ancora ad est.
Così ci dirigiamo verso sud e partiamo per quello che sarà lo spostamento
più lungo di tutto il viaggio: 570 miglia (circa 920 chilometri) sulla
I-15, un’autostrada dritta, veloce e poco trafficata che ci permette di
attraversare nuovamente l’Idaho (ma da nord a sud) e tutto lo Utah
(compresa Salt Lake City, capitale dello stato). Non ci concediamo tappe
intermedie perché lo stato dei mormoni, seppur bellissimo, l’abbiamo già
visitato in un precedente viaggio. Dormiamo a Cedar City, città piccola e
carina del sud dello Utah, e il mattino successivo, dopo aver attraversato
il confine con il Nevada, alle 10.30 ecco Las Vegas. Anche qui eravamo già
stati, ma l’incredibile Las Vegas Boulevard, con i suoi giganteschi e
stravaganti alberghi, non può non stupirci ancora. Decidiamo di
3/10, VIA DA LAS VEGAS
Salutato per sempre Benny lasciamo Las Vegas, stranamente sotto la pioggia. A giudicare dall’arido deserto che circonda la città per centinaia di chilometri, dev’essere un evento raro. Noi ne percorriamo un lungo tratto, costeggiando una Death Valley, così chiamata anche perché è stata la tomba di tanti clandestini messicani che cercavano un passaggio sicuro per arrivare in California, immersa nella nebbia. A mezzogiorno siamo al limitare delle gigantesche zone militari, dove in passato sono stati effettuati anche alcuni esperimenti nucleari. Ad un tratto bassissimo e parallelo alla strada ci viene incontro un enorme aereo militare che porta uno strano dispositivo sotto un’ala. Ma non eravamo noi il suo obiettivo, perché ci sorvola pigro e se ne va. Nel primo pomeriggio raggiungiamo la Sierra Nevada, imponente catena montuosa che separa la California dal resto del continente americano. Il passo che scegliamo è dentro allo Yosemite, un altro parco nazionale. Carino, ma dopo aver visto Yellowstone impallidisce. Qui incontriamo nuovamente la neve, però la temperatura è accettabile. E diventa decisamente gradevole una volta scesi dalle montagne ed arrivati in pianura. Dormiamo a Tracy, in un Motel 6 stranamente sporco, dove un gruppo di messicani, disturbandoci, se la spassa per tutta la notte. La nostra ultima, purtroppo, negli Stati Uniti: il giorno dopo arriviamo a San Francisco, riconsegniamo la macchina (dopo quasi 4.500 chilometri) e andiamo in aeroporto. Il bagaglio è lì che ci aspetta: tornerà a casa con noi, ormai inutile, ma sano e salvo. |
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