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HOTEL CALIFORNIA
Parigi, 26.07.2003
Sono sull’aereo che porterà me e Mauro alla conquista dell’West; guardo
fuori dal finestrino per ingannare l’attesa e scopro, con meraviglia,
che sta piovendo; non una pioggerellina leggera, una pioggia insistente
e decisa.
Il cielo è d’un grigio melanconico, potrei quasi illudermi di essere nel
bel mezzo dell’autunno, di un qualsiasi pomeriggio novembrino.
All’improvviso mi viene voglia di una tazza di cioccolata; chissà cosa
avrebbe fatto, in una giornata simile, Virginia Woolf? Eppure, in Italia
c’era un sole scintillante e caldo da far invidia ai Tropici.
Mi piace questo tempo, m’invoglia a scrivere e mi concilierà il sonno.
Attorno a me brulica la vita; io, forse a causa della sinusite, mi
limito ad osservare; l’aereo non è ancora decollato, ma ormai è
questione di pochi minuti.
Non mi sembra vero di essere qui a godermi un sogno che si realizza;
nemmeno i frenetici ritmi lavorativi protratti fino a ieri mi hanno
ostacolato nella preparazione di questo viaggio; tra un impegno e
l’altro, ho trovato il tempo di organizzare le mie idee e di comporre
l’itinerario di questa vacanza errante.
I LEFT MY HEART IN SAN FRANCISCO by Frank Sinatra
San Francisco, 26.07.2003
Finalmente a destinazione.
Il viaggio non è stato affatto male: Milano Linate-Parigi-SFO, totale 12
h e 30; nessuna turbolenza.
All’aeroporto abbiamo immediatamente recuperato l’automobile prenotata
in Italia: io avrei scelto una decappottabile alla Thelma & Louise, o in
alternativa una Cherokee, ma erano entrambe al di sopra del nostro
budget, così ho dovuto accontentarmi di una berlina, una Alero (qualcuno
sa dirmi qualcosa circa questa ignota vetturina?).
L’automobile è dotata di ogni confort: apposito spazio ove riporre le
bevande, comandi al volante e dispositivo per fissare la velocità di
crociera.
Ci salgo e inspiro profondamente, inalando il profumo che ci
accompagnerà per le prossime due settimane di vita sulla strada.
Sento crescere l’adrenalina.
Mauro al volante, io nell’improbabile ruolo del navigatore ci spostiamo
“per le strade di San Francisco” fino a scovare il Carlton Hotel, in
Sutter street (tra la Hide Avenue e la Larkin), l’unico prenotato
dall’Italia.
Trovare l’albergo si rivela abbastanza semplice , più complicato è il
reperimento di un parcheggio .
Frisco ha una mappatura reticolare; la città è stata costruita sulla
bellezza di 43 colline, il che la rende unica e meravigliosa,
Non per parcheggiare, però!
E’ umanamente impossibile trovare un parking lot, almeno di godere di
una situazione astrale particolarmente favorevole; dopo mezz’ora di
infruttuose peregrinazioni lungo gli isolati prossimi al Carlton, ci
arrendiamo ad un parcheggio a pagamento per la non modica cifra di 18
dollari al giorno.
Cominciamo bene!
L’albergo, esternamente molto carino, disattende un pochino le nostre
aspettative: l’angusta stanzetta si rivela vecchiotta, ammobiliata con
mobili di arte povera, copriletto a florilegi e bagno con doccia dall’
impercettibile getto unidirezionale.
Per vincere il fuso, decidiamo di uscire per una passeggiata nella
vicina Union Square, cuore della cittadina.
La piazza è bellissima, vivace e animata come quella delle nostre
metropoli europee; la illuminano tutti i più lussuosi mega stores
americani da Macy’s a Sarks.
Sfidando i 15° centigradi, gironzoliamo per il quartiere dell’alta moda;
naturalmente noi italiani in questo settore siamo insuperabili, il che
per una fashion victim come la sottoscritta, è un gran bel motivo
d’orgoglio!
San Francisco è una città affascinante, profondamente diversa da tutte
le altre città statunitensi, non a caso è definita “l’europea”; la sua
conformazione geofisica la rende alquanto originale.
Purtroppo è, altresì, caratterizzata da un clima freddo, assai poco
californiano, come disse Mark Twain: “l’unica cosa più fredda
dell’inverno di San Francisco è l’estate di San Francisco”. Soprattutto
la sera, dalla baia spira un vento gelido che rende proibitivo indossare
abiti primaverili.
Per scaldarci un po’, ci rintaniamo in una pasticceria di ispirazione
italiana; al riparo dal vento, mi concedo una cioccolata calda, la
cioccolata di Virginia Woolf.
Alle 10 p.m., esausti e infreddoliti, torniamo in albergo e rapidamente
scivoliamo in un sonno profondissimo.
San Francisco, 27.07.2003
Per quanto minimale, questa stanza oggi mi è tanto cara; Frisco è
incantevole con i suoi continui saliscendi, ma è fredda e nebbiosa.
Stamane ci siamo diretti a North Beach, il quartiere italiano.
Fino ad un secolo fa, questo era il quartiere italico per eccellenza;
risiedevano qui tutti gli immigrati provenienti dal Belpaese.
Oggi, la maggior parte di essi ha fatto fortuna e si è trasferita
altrove, ma North beach è rimasto italiano nella
configurazione:innumerevoli bar, ristoranti, negozi si snodano lungo la
Columbus Avenue.
Ad ogni pilastro sono affisse bandierine tricolore (questo, per la
verità, è assai poco in italian style…).
Soprattutto, però, North Beach è il quartiere della City Lights
Bookstore, la storica libreria che diede diffusione del pensiero Beat :
Kerouac, Borrough, Ferlinghetti frequentarono usualmente questo luogo
facendo sì che, con il tempo, divenisse una meta di culto.
A pochi passi dalla libreria, divisi da uno stretto viottolo malodorante
intitolato all’autore de “On the road”, c’è il caffè Vesuvio, mitico bar
beat; anche ai nostri giorni gli esponenti dell’intellighenzia
nord-californiana si ritrovano in questo posto.
Per la nostra colazione, noi optiamo per lo storico caffè Trieste,
altrettanto noto, altrettanto “beat”, ma considerato altresì il più
“preppy” della città.
Il locale è tutto un fermento, sulle mura scritte di illustre testoline,
fotografie e ritagli di giornale ne fanno un reale caffè letterario.
Rifocillati dal mega croissant e dal bicchierone di cappuccino (quanto
magnano questi yankees!) ci dirigiamo in Lombard Street, la via che per
la sua strabiliante pendenza è tra le più suggestive del mondo.
Le automobili la percorrono scendendo lentamente e serpenteggiando tra
variopinti cespugli di ortensie; il colpo d’occhio è incredibile.
Scattate le foto di rito, partiamo alla volta del Golden gate.
Quale delusione nel scoprirlo parzialmente coperto da una folta coltre
di nebbia1 Aargh!
Il ponte d’oro, laddove si riesce ad intravvedere è spettacolare; il suo
color rosso vivo, la Baia e la struttura rimarranno a lungo impressi
nella mia memoria.
Decido di non imprecare e di non disperare (tornerò un altro girono) e
proseguiamo per Sausalito.
Il quartiere di Sausalito, oltre la famosa baia, ha l’aspetto di un
villaggio di pescatori del Nord America (non che io ci sia stata!).
Pur essendo domenica, negozi e ristoranti sono aperti il che rende più
divertente la mia promenade (ogni strada diventa più interessante se c’è
un negozietto da adocchiare, giusto?); lasciamo l’auto in un parcheggio
e pranziamo in un ristorante dall’ottima cucina americana.
Quando fuoriusciamo, scopriamo di aver preso una multa per aver lasciato
l’auto senza il parchimetro (‘azz!).
Dovendo pagare la multa all’ufficio postale, o all’ufficio della Polizia
(entrambe chiusi nel dì di festa), ci toccherà tornare domani.
La mia sinusite, intanto, non accenna a migliorare nonostante
l’antibiotico; e, certamente, il clima freddo di Frisco non è congeniale
al mio disturbo.
Le orecchie turate e il peso a livello occipitale mi mettono ko.
A metà pomeriggio, lasciamo Sausalito e puntiamo verso il quartiere di
Castro ove risiede la comunità gay più popolosa del mondo; la tolleranza
e l’evoluzione di questa città ne hanno fatto la residenza di un numero
sempre crescente di persone omosessuali.
Dalle finestre sventolano bandiere arcobaleno; cartelloni pubblicitari
reclamizzano l’amore diverso e coppie gay passeggiano serenamente, mano
nella mano, libere da ogni pregiudizio.
E’ una specie di villaggio nella città.
Torniamo al nostro albergo, lasciamo la macchina nel solito esoooso
parcheggio e, approfittando della giornata soleggiata (sapremo poi
insolitamente) imbocchiamo Powell street la via dei mitici Cable-car,
sempre pieni zeppi di tranquilli cittadini e di turisti sovragitati.
Rimaniamo estasiati ad osservare quest’agorà in fermento, finche ci
arrendiamo al flusso ed entriamo in uno shopping center.
Da più parti ho letto che , in questa cittadina di 750.000 abitanti si
incontrano le due culture occidentali: il mondo Vecchio e quello Nuovo;
la grandezza americana e la dimensione europea.
E’ indiscutibilmente vero, ma questo connubio non riesce a conquistarmi.
San Francisco diventa ai miei occhi un ibrido, non totalmente americana
e poco europea.
Non c’è il fermento culturale di New York, né l’arte di una qualsiasi
capitale europea.
San Francisco, 28.07.2003
12-13° centigradi
Questa mattina, dopo colazione, facciamo un altro tentativo al Golden
Gate.
Di vedere il meraviglioso ponte rubino, non se ne parla nemmeno; una
heavy fog ostruisce la visione dell’agognata struttura metallica (che
fine ha fatto la California dei soleggiatissimi american movies?!)
Delusa e con il naso gocciolante come neanche fosse inverno, ci
dirigiamo a Sausalito per saldare il nostro debito con la giustizia.
Il porticciolo con tutte le barchette attraccate, mi ricorda molto il
Maine… cioè, non è che io l’abbia visto, però non mi sono persa neanche
una puntata dè “La signora in giallo”.
Non ci rimane che visitare il quartiere SO.MA (South of Market Street)
ove è sito il SFMOMA (San Francisco Museum of Modern Art).
Gli americani e la loro forsennata mania per gli acronimi…!
L’edificio è alquanto moderno, nel suo vivace arancione; in questo
periodo l’attrattiva maggiore è rappresentata da una collezione di opere
degli impressionisti francesi.
Alla biglietteria c’è un codazzo a serpentina che non mi ispira
minimamente; se rimaniamo dobbiamo posticipare l’inizio della nostra
discesa verso il sud della California.
Decidiamo per una volta nella vita di rinunciare all’arte (e già
immagino i rimbrotti di mia madre quando le dirò di questa scelta) e
ciondoliamo lungo le vivaci vie del Downtown.
Lentamente il sole inizia a far capolino e , altrettanto lentamente, la
gente inizia a riversarsi nelle strade, zigzagando fra i moltissimi
centri commerciali.
Noi, facciamo una capatina al SF Shopping center, un imponente edificio
elicoidale a 7 piani: una cosa è certa, in California non faticheremo a
trovare i regali per i nostri cari, c’è l’imbarazzo della scelta.
Dopo aver acquistato la maglia di football americano dei San Francisco
Fortyniners per la mia nipotina, pranziamo a base di sandwich ed
oleosissime patate fritte in una delle numerosissime steak houses.
Il tempo di digerire e siamo pronti per metterci in strada.
Monterey, 28.07.2003
Da Frisco a Monterey ci sono circa 200 km da percorrere sulla mitica
highway 101.
Il paesaggio circostante consta di ampie pianure aride e campi brulli,
di tanto in tanto si incontrano centri commerciali, o aziende agricole
piuttosto dimesse.
La desolazione di questi terreni dà un’idea precisa di quanto sia
sconfinato il territorio di questo paese.
Monterey è una penisola abitata da circa 30.000 anime.
E’ famosa per l’Osservatorio Marino (pare che sia il più bello di tutti
gli Stati Uniti) e per aver avuto come illustre cittadino Steinbeck;
nella piazzetta centrale, infatti, c’è un’imponentissima statua di
bronzo in suo onore.
Non credo che l’Osservatorio Marino avrà l’onore della nostra visita, la
mia passione per questo tipo di attrattive è piuttosto bassuccia (come
dice la mia amica Viola: “noi, si è polli da allevamento”).
Gironzoliamo per il cuore della cittadina: guardandomi attorno, fatico a
pensare di essere in America; a parte gli enormi alberghi, il resto
dell’urbanistica è fatto di case ordinate e di negozietti eleganti in
stile boutique.
Superata la piazza, si può proseguire verso il porticciolo e da
qualsiasi punto si scorgono gruppi di leoni marini distesi a riposare.
E’ incredibile, ma il paesaggi cambia in continuazione e adesso sembra
di essere in qualche villaggio di pescatori del nord Europa…
Prima di continuare la nostra visita, si rende necessario trovare una
sistemazione per la notte; io ho già un’indicazione precisa, il Casa
Munras Hotel.
In questo albergo ha dormito il mio idolo Claire De Vries, nella sua
magnifica attraversata degli States.
Lo individuiamo subito perché, oltre ad essere centralissimo, la
facciata esterna è totalmente ricoperta di edera ed ha l’aspetto di una
casa per viaggiatori più che di una struttura alberghiera.
Io mi sento una grande, voglio dire leggo libri e traggo informazioni
necessarie che mi consentono di muovermi oltreoceano come se mi trovassi
nella mia città; ganzo, no?
Tra l’altro, secondo la mia fonte, questo delizioso, confortevole e
peculiare hotel non dovrebbe essere costoso!
Ci appropinquiamo alla reception (Oddìo c’è anche un romantico
caminetto…) e mentre Mauro si informa circa i prezzi, io sbircio la sala
ristorante: tavoli rotondi ricoperti di graziose tovaglie a quadretti ,
candele profumate, sedie adornate da cuscini di morbidi stoffe decorate
a mano…
Mi piace assai!
Mauro mi sembra perplesso: che ha?
Vien fuori che il Casa Munras Hotel (di cui io sono già totalmente
innamorata!) è molto expensive:solo il pernottamento costa 159 dollari,
a notte (parcheggio escluso!).
Rien à faire; siamo fuori budget!
Nonostante i miei mugugni, dobbiamo cambiare; Mauro è irremovibile!
Scopriamo presto, tuttavia, che Monterey è affatto economica; alla fine
ci sistemiamo a Best Western ($. 119, incluso il parcheggio)!
Monterey, Carmel, Big Sur, 29.07.2003
Cielo plumbeo.
Non ci è dato sapere che fine abbia fatto il famoso e decantato sole
californiano!
Non solo, l’aria è fredda; non frizzantina, proprio gelida!
Fortunatamente entro sera raggiungeremo Los Angeles, 450 km a Sud da
qui; c’è qualcosa che mi sta attirando verso quella città con una forza
incredibile.
Prima di arrivare tra gli angeli, ci fermeremo a Carmel e faremo una
capatina anche a Big Sur.
Ieri sera, dopo i rituali di toeletta abbiamo fatto una passeggiata sul
lungomare ove si susseguono ristorantini internazionali, l’uno
ordinatamente accanto all’altro.
Al termine del nostro excursus, abbiamo optato per una cenetta italiana,
niente male, presso il Ristorante “Cibo”.
Stamane, fatte nuovamente le valigie, ci rimettiamo in macchina alla
volta di Carmel.
Carmel è una cittadina molto originale; è famosa per aver avuto come
sindaco dal 1986 al 1988 Clint Eastwood.
La cittadina sembra essere fuori dal tempo e dallo spazio: case, per lo
più seconde case, curate, pulite, ordinate, quasi svizzere nel loro
rigore (le cassette della posta sono state abolite perché
antiestetiche); mi ricorda molto Carilò, una località balneare argentina
che ho visitato lo scorso inverno.
La city hall dove Clint faceva il primo cittadino è una costruzione in
legno, piccola e perfettamente in armonia con le altre abitazioni con le
quale potrebbe facilmente confondersi se non fosse per il cartello e
l’immancabile bandiera americana.
Dopo un breve giro alla playa e una promenade tra le viuzze di questa
suggestiva località, sostiamo per il pranzo da Danny’s, una catena di
ristoranti specializzata nella cucina tipicamente americana: io ordino
una T-bone (una bisteccona sanguinolenta molto gustosa) con le
immancabili patate fritte sommerse di ketchup.
Terminato il nostro lunch, ci rimettiamo in marcia.
Mau imbocca la California 1, la strada panoramica più nota al mondo;
tanto per citarne una, avete presente la scena dell’inseguimento di
Basic Instinct, Douglas dietro alla Stone?
E’ una strada con un’unica corsia di marcia (cosa inusuale in America)
che costeggia l’Oceano Pacifico.
La sensazione, il panorama sono da togliere il fiato: sulla destra
montagne rocciose, sulla sinistra l’oceano.
Purtroppo i severi limiti di velocità e la natura curvilinea della
strada impediscono di proseguire con passo sostenuto.
Ci accorgiamo quasi subito di aver commesso un errore; arriveremo a Los
Angeles in tarda serata.
La mia guida Routard consigliava una tappa a Big Sur, località amata da
Henry Miller; a causa del preoccupante ritardo ci limitiamo ad un giro
in macchina sufficiente appena per assaporarne la magnificenza.
Immersa nei boschi, circondata da un verde deciso, Big Sur offre anche
un’incomparabile veduta sul mare.
Tentiamo di proseguire il più rapidamente possibile, tuttavia potremo
ricollegarci alla mitica freeway 101 soltanto a San Louis Obispo, a metà
del nostro percorso.
Quando finalmente vi arriviamo, sono le 6.30 p.m.
Ci fermiamo il tempo di sgranchirci le gambe e gustarci un gelato. E che
gelato!
Il locale dove ci accomodiamo mette a disposizione ogni sorta di
dolcetto con cui è possibile arricchire il gelato: frutta a pezzi,
scaglie di cioccolato, caramelle gommose, cereali, biscotti.
Mi accorgo solo ora, che c’è finalmente un sole caldo e abbagliante.
Sono ormai le 9.00 p.m quando le mille luci di Los Angeles ci danno il
benvenuto; il cielo è limpido e tutto questo sfavillìo m’impaurisce un
poco: è tardi e noi dobbiamo ancora trovare un albergo per la notte.
Usciamo dalla 101, un po’ casualmente, all’altezza di Hollywood
Boulevard, a nord della città.
Senza che io riesca a rendermene conto, attraversiamo Hollywood in
macchina.
D’impatto amo Los Angeles.
Sfiniti dai lunghi e tortuosi percorsi, ci sistemiamo all’Howard Johnson
sulla Wilshire Avenue, l’unico che avevamo scovato frettolosamente in
Internet durante un frettoloso collegamento a Monterey.
Lasciamo in camera le valigie e cerchiamo un posticino dove cenare, che
sia raggiungibile a piedi.
L’unico ristorante aperto nei dintorni è messicano: stasera “enchiladas”
con concerto di musica mex a seguire.
L.A. IS MY LADY by Frank Sinatra
Los Angeles, 30.07.2003
HOLLYWOOD, MELROSE, BEVERLY HILLS
“Questa è Hollywood.
Dove a quanto pare, Clara Bow si è scopata
l’intera squadra di calcio della University of South California;
dove la stella del muto Karl Dane, ridotto in miseria,
fu costretto a vendere hot dog davanti allo studio che,
prima dell’avventodel sonoro, lo aveva fatto una celebrità;
dove Peg Entwistle si suicidò lanciandosi dall”H” di Hollywood
quando la sua carriera andò a rotoli”1
Non appena svegli, abbiamo preparato le valigie (di nuovo!) e abbiamo
lasciato il claustrofobico e decentrato alberghetto e ci siamo diretti
alla ricerca di una nuova sistemazione a Beverly Hills.
La fortuna ci ha assistito e siamo riusciti a trovare l’ultima camera a
disposizione al Beverly Crowne Plaza (1150 South Beverly Drive) alla
ragionevole -vista la centralità della location- cifra di 109 dollari
(sarebbero stati 129 dollari se invece di prenotare tramite Internet,
avessimo prenotato la camera alla Reception), naturalmente parcheggio
escluso.
Aargh!
La zona, manco a dirlo, è splendida: centrale, sicura e tranquilla
poiché leggermente defilata rispetto alle vie più note del quartiere.
Lasciamo i bagagli e puntiamo verso Hollywood.
Orientarsi a Los Angeles non è difficile come pensavo; basta avere una
buona cartina e un discreto senso dell’orientamento come il mio…
No, davvero!
Una buona cartina e un’attenta pianificazione degli spostamenti, vi
eviterà di perdervi in una delle città più estese al mondo. Ben più
arduo è riuscire a trovare un parcheggio senza dover, per questo,
avviare un mutuo.
Anyway, posteggiata l’Alero, ci dirigiamo al Mann’s Chinese Theater;
quando me lo trovo di fronte mi sento invincibile.
Questa è la sala cinematografica più famosa al mondo, gran parte delle
prime cinematografiche hanno luogo qui.
Il fondatore Sid Grauman non era cinese, ma decise di costruire il
teatro ispirandosi all’architettura cinese dopo un viaggio in Oriente.
Sul piazzale antecedente sono state immortalate le impronte dei piedi e
delle mani delle celebrità.
Il mio cuore va all’impazzata, non voglio perdermi nessuna star: i
minuscoli piedini di Shirley Temple, i tacchi a spillo di Marilyn, le
enormi suole di Sidney Poitiers…
Dal teatro parte la Walk of Fame, il marciapiede con le stelle dedicate
alle star di cinema, teatro, televisione; parto alla ricerca di quella
dedicata ad uno dei miei uomini (ovviamente, si fa per dire…) Tom Cruise.
E’ quasi mezzogiorno e noi non abbiamo ancora fatto colazione, un certo
languorino comincia a farsi sentire; camminiamo sulla via della fama e
calpestandone le stelle , mi sembra quasi di commettere un sacrilegio…
Dopo aver percorso interamente il viale , sostiamo ad uno Starbuck’s per
fare colazione.
Ci rituffiamo fra le stelle e ci spostiamo con gli occhi fissi a terra.
Los Angeles gode di un clima strepitoso: anche in giornate molto calde
(oggi ci sono 32 gradi), un venticello leggero non smette mai di
spirare, rendendo il caldo assolutamente piacevole e sopportabile.
Prossima tappa: fotografare la celebre scritta; non è facile come si può
credere , poiché sita sulle colline, la scritta è difficilmente
raggiungibile, comunque, molte guide forniscono l’indirizzo esatto per
arrivare in punti strategici (da Hollywood boulevard, svoltare in
Franklyn e poi in Beachwood drive).
Le gigantesche lettere son da anni in stato di degrado; negli anni
passati sono state salvate da una sottoscrizione promossa dalle stas del
rock: Alice Copper ha finanziato il restauro della “O”, mentre il Duca
David Bowie ha pagato l’H”.
Io scatto due fotografie: una a colori e una in bianco e nero; non posso
fare a meno di trovare l’illustre scritta emozionante.
Lasciate le colline alle nostre spalle, ci dirigiamo in Melmose Avenue;
la zona di Melmose è molto peculiare.
La lunghissima strada è costeggiata da negozi di vario tipo: da quelli
chic (Miu Miu) ad originali e deliziosi negozietti vintage.
La via è molto animata ed ha un fascino piuttosto alternativo.
Per oggi, noi ci limitiamo ad un giretto superficiale; ci spingiamo fino
al numero 5555 dove ci sono gli Studi della Paramount.
Per il pranzo (alle 4 del pomeriggio) scegliamo la zona intorno a Rodeo
Drive, il miglio quadrato più caro al mondo.
Effettivamente, Rodeo Drive mantiene fede alla sua fama e si rivela più
bella via della moda che io abbia mai visto (altro che 5^ strada in NY):
un susseguirsi di negozi d’alta moda, dalla sfarzosissima architettura,
palme esotiche perennemente inondate dal sole e a rinfrescare l’aria,
una piacevole brezzolina -che giurerei- profuma di “Giorgio Beverly
Hills”agita lievemente le fortunate chiome dei ricchi clienti di Rodeo
dr.
Potrei restare qui, un intero pomeriggio, senza annoiarmi; davanti a me
sfila oltre ad una modella in carne ed ossa in posa per un servizio su
Cosmopolitan, la gente più à la mode du monde.
Dopo aver visitato alcuni dei negozi (Gucci, Tod’s, Louis Vuitton, etc…),
Mauro mi trascina via a forza.
Meglio così, anche perché cominciavano a frullarmi in testa strane idee
circa l’improrogabile necessità di taluni acquisti…
Los Angeles, 31.07.2003
UNIVERSAL STUDIOS
A risvegliarci, un sole dolce sole californiano che è una delizia.
Oggi, si va agli Studios!
Nonostante tutte le guide consigliassero di essere mattinieri, noi
approdiamo ai mitici Universal Studios alle 10.30 dopo una lunga doccia,
un’abbondante colazione e dopo esserci cambiati d’abito per ben 3 volte.
L’ingresso è rapido.
Il sole mi brucia le spalle; non sapendo bene come muoverci, iniziamo la
nostra gita visitando il set di Jurassic Park.
Pare che ci siano 20 minuti di coda; un display elettronico informa i
turisti dei tempi di attesa (gli americani le sanno proprio tutte!).
Dopo un’ora di coda (no commenti…), possiamo finalmente imbarcarci su
una specie di canotto che ci condurrà, per via fluviale, all’interno del
parco dei dinosauri, i quali sbucano all’improvviso suscitando gli
isterici gridolini di un gruppetto di giapponesine minuscole, ma
chiassose, nonché voci di giubilo degli americanoni.
Io, se devo essere sincera, in questa situazione mi sento un po’
rimbambita; sono un po’ grandicella per queste cose, o no?
In compenso, l’emersione dal fondo di un rettilone mi lava da capo a
piedi.
You ‘ll get wet! Recitava un cartello, uomo avvisato…
Terminato il tour giurassico, sentendoci un po’ stupidi per esserci
prestati alla sauro-doccia, optimamo per una scelta più consona ai
nostri trent’anni e andiamo a scoprire i segretoi degli effetti speciali
del cinema hollywoodiano.
Rinsaviti ed eruditi dalla technè tanto geniale quanto elementare,
passiamo adesso a visitare i sets (e vvai!) con il trenino (Sob!).Scegliamo
la guida spagnola, più facile da intendere per me; ci troviamo,
pertanto, in compagnia di messicani, argentini, portoricani,colombiani e
spagnoli.
Vediamo la casa dove Hitchcock filmò Psyco, Amity Ville (Lo squalo), il
quartiere di Angela Lansbury, alias “Signora in giallo”; altro che
Maine!
Persino, l’ultimo videoclip di Nelly è stato girato aquì. E, tra gli
ultimi films, quello con Jim Carrey “Una settimana da Dio”, roba per
cervelli fini.
Serpenteggiando tra un set e l’altro, facciamo salti nel tempo passando
dall’antica Roma al vecchio Western.
Quando il trenino ci riporta a destinazione, sono ormai le 2.30
pomeridiane; è ora di mettere qualcosa sotto i denti: una pizza di
Sbarro, andrà benone.
Subito dopo ci accomodiamo nella sala £D dove proiettano Terminator (Hello,
Arnie!).
Devo ammettere che gli spettacoli tridimensionali sono stupefacenti:
pareva proprio che Swarzy spianasse il suo cannone contro di me, il che
è impossibile visto che io non sono malvagia….
Sono quasi le 5 p.m quando, esausti, lasciamo il baraccone.
Tornando a Beverly Hills lungo il Viale del Tramonto (assolutamente la
mia via preferita) ci fermiano in un McDonald’s per uno spuntino veloce.
Siamo cotti per il sole e per la stanchezza, ma quanto mi piace questa
città!
Los Angeles, 01.08.2003
SANTA MONICA, SAN DIEGO
Oggi, spiagge immense ed assolate…
Già…, perché a Los Angeles ci sono anche le spiagge più famose al mondo!
La spiaggia di Santa Monica è enorme, sabbiosa, festosa; ci sono le
torrette, i guardaspiaggia con il loro furgoncini gialli, ma soprattutto
ci sono i californiani che si vedono al cinema e in televisione: belli,
tonici, abbronzati.
Lungo la spiaggia non c’è una semplice pista dove si ammucchiano
caoticamente pedoni, cicloamatori, pattinatori, ecc…
Ci sono due bei viali “palmeggiati”: uno per persone-di ruote-munite e
uno per le promenades.
Bar, gelaterie, bazar si susseguono a non finire.
C’è, infine, l’altra faccia dell’America: i senza tetto, homeless come
dicono qui, con i loro carrelli carichi di miseria. Due mondi lontani
condividono lo stesso spazio, respirano la stessa aria.
Noi stendiamo su questa spiaggia il nostro asciugamano e ci abbandoniamo
per un paio di orette alla vita da spiaggia; il sole è caldo, ma il
vento fresco rende la temperatura gradevole.
Quando ci alziamo per il pranzo, cogliamo sulla nostra pelle i segni
dell’esposizione.
L.A. è una città camaleontica, sa assumere mille facce diverse:
metropoli popolosa, mecca del cinema e dei lustrini, leggera stazione
balneare.
Dopo una passeggiatina per il centro turistico di Santa Monica e
l’ennesimo pranzo a base di pollo e patate fritte al Kentucki Fried
Chiken (l’ennesimo fast food), imbocchiamo la freeway 405 South in
direzione di San Diego.
La strada è terribilmente trafficata; pare che tutti gli angelinos
abbiano deciso di trascorrere questo fine settimana a San Diego.
Di questo passo non arriveremo tanto presto; in alcuni punti siamo
proprio fermi.
C’è da augurarsi che sia soltanto per un breve tratto di snodo…
San Diego, 02-03.08.2003
GASLAMP- SEAPORT VILLAGE, LA JOLLA
Alla fine siamo arrivati in città alle 7.15 p.m: quasi 4 ore e mezza per
percorrere 200 km di autostrada!
Neanche l’A4 il primo sabato d’agosto…
Abbiamo saputo poi, che la moda angelina degli ultimi tempi è quella di
trascorrere il w-e a San Diego, perciò vi consiglio di evitare di
percorrere questa tratta il sabato pomeriggio, a meno che non amiate le
code chilometriche.
Stremati abbiamo rinunciato a vagabondi giri alla ricerca di una
sistemazione conveniente e ci siamo fermati all’Hilton, nello storico
quartiere di Gaslump.
Arrivando al crepuscolo, tuttavia, abbiamo potuto godere di un panorama
mozzafiato: il cielo e l’orizzonte tutto, avevano preso una colorazione
corallina che davvero non dimenticherò facilmente.
Non sarà molto conveniente ( e fa poco viaggiatore, I know…), ma il
dodicesimo piano dell’Hilton offre una magnifica veduta sulla città; la
camera è moooolto confortevole, in bagno c’è ogni sorta di crema,
lozione, unguento per il corpo e ammetto di sentirmi molto vip.
Dopo esserci rilassati e rinfrescati, ci prepariamo per uscire a cena.
Indecisa (come al solito) circa il look da adottare, opto per qualcosa
di casual: pantaloni neri e top lilla.
Due isolati più avanti, mi accorgo di aver toppato alla grande: a San
Diego come in Italia, il sabato è serata di locali e movimento: le
ragazze snelle e abbronzate passeggiano tirate di tutto punto che pare
di essere nella piazzetta di Porto Cervo!
Uff! Tra l’altro c’è una temperatura mite che mi avrebbe permesso di
sfoggiare qualche pezzo forte del mio guardaroba, tipo l’abitino nero di
Dolce&Gabbana… Che rabbia!
Ci fermiamo in un ristorantino italiano sulla 4^ avenue dall’invitante
nome di “Assaggio”: cibo e personale sono absolutely made in Italy e
deve aver fama di buona cucina poiché per avere un tavolo bisogna fare
un po’ di coda, mentre il ristorante americano di fianco è deserto.
Noi, abbiamo voglia di mangiare un po’ alla maniera mediterranea, così
aspettiamo. Quando arriva il nostro turno, ordiniamo fettuccine con
panna, salmone e vodka e per dessert la torta di mele.
Persino il caffè macchiato è tale e quale al nostro! Un’autentica
rarità!
Dopo questa romantica cenetta, passeggiamo per il quartiere, osservando
edifici, negozi e ristoranti e devo dire che la prima impressione della
terra di Zorro è davvero positiva.
L’indomani mattina, ci alziamo in tutta tranquillità; in programma c’è
la visita al Downtown, quindi il Seaport Village e infine il pomeriggio
alla spiaggia dei surfisti La Jolla.
A differenza delle altre località visitate, San Diego è più latina; il
clima particolarmente gradevole (caldo, secco, ventilato) e le
allettanti onde dell’oceano hanno reso questa città tra le mete estive
preferite dagli americani.
A causa di questi flussi crescenti di turisti, San Diego si sta
strutturando con alberghi, ristoranti, shopping center.
Con il tempo diverrà sempre di più una stazione balneare.
L’elemento ispanico è più evidente al Seaport Village: un quartiere con
negozietti, bar, ristoranti proprio sul lungomare.
Noi curiosiamo. Stranamente io, dacchè siamo in the USA, non ho ancora
fatto acquisti; ho la netta sensazione che è giunto il momento di
riprendere le buone abitudini.
A mano a mano che ci siamo spostati verso sud, la mia sinusite è andata
migliorando; luoghi e persone hanno incontrato il mio gusto e una gioia
immensa si è profusa fuori e dentro di me.
In uno di questi negozietti dai colori vivaci, acquisto un paio di
infradito nere, ultrapiatte.
L Jolla è una località molto chic: è il paradiso dei surfisti.
Di recente, lungo La Jolla Boulevard sono stati aperti numerosi negozi
di alta moda.
La spiaggia è affollatissima (oggi è domenica) nonostante sia molto
grande.
Io e Mauro, trovato il nostro angolo, ci sdraiamo a goderci questo
magnifico sole californiano: la vita da spiaggia è la stessa in
qualunque parte del mondo, potrei essere a Rimini.
Ad un tratto, però, noto poco distante da noi due ragazzi con guantone
da baseball; più in là, un ragazzo e una ragazza si lanciano un pallone
da football americano e sul mare numerose tavole da surf cavalcano alte
onde spumose… Effettivamente, queste attività sono poco riminensi…
Prima di lasciare il lido in un negozio che vende articoli per surfisti,
compro una paio di shorts da spiaggia rosa confetto ( un amore…) con la
scritta “San Diego” sul lato B… Mooolto californiani!
Verso Las Vegas, 03.08.2003
Stamattina il cielo è nuvoloso; durante la notte ha piovuto.
Noi ci prepariamo, di nuovo, ad attraversare il deserto, il Nevada ci
aspetta.
Ancora valigie.
La tratta da coprire è piuttosto lunga: circa 500 km sulla freeway 15.
La strada è larga e costeggiata dal nulla: terra cotta dal sole, colline
rocciose; le uniche piante in gradi di sopravvivere all’arsura sono i
cactus.
Il sole non si è fatto desiderare e ora splende alto in un cielo terso.
Non mi pesano queste ore da trascorrere in auto: con la mente rivisito
le tappe di questa vacanza.
Attraversato il Mojave, il deserto che separa la California dal Nevada,
negli occhi solo scenari di desolazione, approdiamo improvvisamente a
Las Vegas.
LEAVING LAS VEGAS by Sheryl Crow
Las Vegas, 03.08.2003
50 gradi Celsius, un sole luccicante e una bolgia umana in un tripudio
di luci, Las Vegas ci accoglie così.
Lungo lo strip (Las Vegas Boulevard), la strada principale,
hotels-casinò grandiosi si contendono i clienti con attrattive sempre
più strabilianti e stars di grido.
Noi dormiremo al Luxor, l’hotel di Claire.
Ad eccezione dei giorni proibitivi (venerdì e sabato) a Las vegas cibo e
pernottamento- secondari rispetto al business- sono a buon mercato!
Tranne ad agosto, però!
Infatti, il Luxor con le sue 4000 camerecosta la bellezza di 129 dollari
a notte! Gulp!
Fortunatamente, Mauro è dell’idea di fermarsi forse a causa della
stanchezza, o forse per accontentarmi.
Gigantesche statue di Ramsete sostengono i piloni all’ingresso;
all’interno ci sono sontuose fontane zampillanti, plurimi ristoranti, un
ufficio postale (per i vaglia/bonifici?), negozi, un centro estetico e
naturalmente una piscina sconfinata.
Si potrebbe vivere qui dentro, senza uscire per anni.
L’impatto con le slot-machines è da togliere il fiato: decine, centinaia
di macchinette mangiasoldi ovunque, persino nei bagni.
I suoni sono quelli sentiti in numerosi films; infatti anche Las Vegas
ha fatto da sfondo a numerose pellicole di tutti i generi: da Mars
Attack!, a Rain man, al bellissimo Via da Las Vegas.
Ceniamo ad uno dei ristoranti caratterizzati dalla formula “All you can
eat”
All’interno degli alberghi, l’aria condizionata è altissima; per
riscaldarmi, convinco il mio fantastico fidanzato ad uscire per una
passeggiata perché le mille luci di questo paese di balocchi per adulti
sono davvero impedibili.
L’intento degli hotels è quello di riprodurre le località più belle del
mondo: l’Egitto (Luxor), New York New York con tanto di Statua della
Libertà e ponte di Brooklyn, il Montecarlo, il Bellagio, il Paris-Las
Vegas con la sua Tour Eiffel, il Venetian e naturalmente il Caesar’s
dove tutto è ispirato ai tempi dell’antica Roma (stasera qui si esibisce
Celine Dion).
Ogni albergo organizza uno spettacolo: L’Island Treasure propone ogni
ora una naumachia tra navi inglesi e navi pirata (per far ciò hanno
dovuto ricreare un mare artificiale, non so se mi spiego…).
L’aria ha la consistenza del vapor acqueo.
Torniamo in albergo; abbiamo ben 20 dollari a testa con cui tentare la
fortuna.
Ci accontentiamo di giocare alle slot machines, tanto per noi più
dell’azzardo vale il momento.
Ogni tanto, negli immensi saloni, si odono voci garrule esultanti di
vittoria, ma più spesso è la voce metallica delle infernali macchinette
a prevalere.
Las Vegas è un posto quasi irreale: fuori dal tempo, poiché nei casinò
non filtra la luce naturale allo scopo di non far percepire al
cliente-giocatore il trascorrere del tempo; fuori dallo spazio poiché
sperduto in un’area deserta a confine della vita.
Chi viene in california non può mancare un –seppur breve- passaggio
nella città dove tutto è possibile.
Quando ci corichiamo sono quasi le tre; la sala del Luxor è ancora
gremita.
Las Vegas-Los Angeles, 04.08.2003
Al riveglio, è subito chiara la nostra ubicazione: siamo in Egitto!
Apro gli occhi e vedo sulle pareti della mia stanza geroglifici
rappresentanti strani figuri che camminano in modo anomalo.
Ogni accessorio, ogni rifinitura è in perfetto stile egiziano.
Un attimo più tardi, i ricordi cacciano via la sensazione
“luxoreggiante” e le immagini di Las Vegas si fanno più nitide on my
mind.
Facciamo il check out e usciamo per strada.
Di giorno, senza lo sfavillìo di luci colorate, la cittadina potrebbe
sembrare quasi normale.
Certo i mega hotels sono ancora qui, imponenti e magnifici.
Con la nostra mitica Alero ci dirigiamo verso il downtown, il che ci
permette di vedere altre strutture.
Per la colazione sostiamo da Sturbuck’s, ma trovare posto attraverso
questa fiumana di gente riversa nelle strade non è facile.
Per strada vediamo le cappelle dei matrimoni improvvisati. Proprio
mentre sfiliamo a passo d’uomo, da una cappella escono due giovani
neosposi, accompagnati da una coppia di amici ilari e vocianti.
Chissà come sono arrivati fin qui…
Non abbiamo il tempo di approfondire, dobbiamo tornare a Los Angeles
(tra un paio di giorni partiremo dall’aeroporto LAX alla volta delle
Bahamas) ed io non sto più nella pelle.
Di nuovo deserto, di nuove terre brulle, di nuovo un sole giaguaro.
Giungiamo in città alle 6 p.m. dobbiamo trovare sistemazione in un hotel
vicino all’aeroporto perché il nostro volo partirà alle 9°.m, il che
vuol dire che dovremo essere in aeroporto alle 6°.m per il check-in.
Scegliamo (si fa per dire…) il Radisson, confortevole e vicino
La sera andiamo a cena ad Hollywood: al Mann’s Chinese Theater
proiettano la prima mondiale dell’ultimo film di Jamie Lee Curtis:
“Freaky Friday”.
Pare proprio che l’attrice assista all’anteprima perché una piccola
folla di turisti si ammassa fuori dalla sala.
Cinque minuti più tardi eccola: la splendida figlia del mitico Tony
Curtis, il pesce di nome Wanda con il suo fisico statuario nonostante la
non più giovane età…
Los Angeles, 05.08.2003
VENICE BEACH, MELROSE AVENUE
Ultimo giorno
A parte la visita a Venice Beach (la spiaggia dove si registrano le
puntate di Baywatch), in programma non c’è altro che fare shopping.
Prima di tutto voglio andare al negozietto “Girlfriend” in Beverly
Drive: questo delizioso negozietto è vicino all’albergo in Beverly Hills
dove pernottavamo prima di andare a San Diego.
E’ molto trendy; io ho messo gli occhi su una canottierina viola e
gialla con corallini applicati sulla scritta Los Angeles chiaramente
ispirata alla canotta dei Lakers e su un paio di pantaloni di spugna
Juicy che ho scoperto essere molto in voga in California.
Nel negozio ci sono fotografie di illustri sederini che li indossano da
Pamela Anderson a Cindy Crawford.
La canottierina è ancora al suo posto; i Juicy, però, nella mia
minitaglia non ci sono più. Tutta colpa della cattiva alimentazione
americana: la maggior parte degli americani, infatti, ha enormi
fondoschiena, ragion per cui i capi di abbigliamento di taglia piccola
sono confezionati in tiratura ridotta.
La delusione è tale che il mio volto assume un’espressione alla Rossella
O’hara (quando Reth le dice:”Francamente me ne infischio” e infila la
porta).
La commessa vedendomi affranta mi consiglia di fare un giro a melmose,
dove potrei trovare qualcosa di simile.
Melmose Av. è lunghissima, costeggiata a destra e a manca da ogni tipo
di negozio: chic, etnico, vintage.
Tutti articoli di buon gusto, per altro.
Scoviamo un negozio molto originale, si chiama “Barracuda”: all’interno
c’è una bellissima consolle stereofonica, poltrone di pelle rosso
ciliegia e alle pareti coloratissime stampe moderne.
In questo negozio non fatico a trovare articolo di gradimenti per me e
per i miei amici che attendono un pensierino.
Los Angeles, 05.08.2003
BEN AFFLECK
Ho incontrato Ben Affleck!
Nel pomeriggio, siamo andati alle Tower Records sul magnifico Sunset
Boulevard per acquistare la solita vagonata di cd.
Io mi stavo terribilmente annoiando, aspettando Mauro che sembrava
proprio deciso a passarli in rassegna uno ad uno.
Dalla porta d’ingresso uno strano individuo, alquanto corpacciuto, ha
aperto la porta e dopo una veloce perlustratina l’ha richiusa alle sue
spalle; un attimo più tardi, Ben Affleck ha fatto la sua straordinaria
entrée!
Dico, ben Affleck! Quel bel fusto dall’inconfondibile mascella
americana, premio oscar con Matt Damon per il film Will Hunting; il
fortunato fidanzato di Jennifer Lopez, nonché attore idolatrato dalla
mia amica Sabina che, informata dell’incontro, stramazzerà al suolo
verde per l’invidia!
Io l’ho riconosciuto istantaneamente, a dispetto dello scetticismo del
mio fidanzato che, inarcato incredulo il sopracciglio, mi ha liquidato
con un risolino di compassione: “Se quello è Ben Affleck, io sono Elvis
Presley”!
Peccato, cara la mia reincarnazione del Re, che un attimo dopo uno
stuolo di paparazzi e due energumeni hanno letteralmente presidiato la
porte d’ingresso del negozio.
A quel punto, io mi sono avvicinata a Ben e l’ho salutato, con tanto di
manina oscillante; lui, forse per il mio fascino, o più probabilmente
per la curiosità compassionevole della grande star che si avvicina al
popolino, mi ha risposto chiedendomi donde provenissimo…
Così l’abbiamo intrattenuto dicendo che eravamo italiani e parlando di
cinematografia (fortunatamente Mauro è un cinefilo appassionato), perché
le mie domande(“Do you know Dolce&Gabbana?) non si sono rivelate troppo
intelligenti (anche se J.Lo avrebbe apprezzato una conversazione sulla
moda italiana, ne sono sicura!).
Comunque, un quarto d’ora più tardi, quando ormai fuori dal negozio si
era fatta una discreta folla, ci siamo , salutati (sottolineo che ha
chiesto il permesso al mio fidanzato di darmi un bacio, dicendogli che
era molto fortunato… Io faccio sempre la mia porca figura!), dopo aver
scattato una fotografia, ovviamente.
Esaltatissima per l’incontro (che ho raccontato alle mie amiche un
pochino più fantasticato), ci siamo diretti a Venice Beach.
La spiaggia più famosa del mondo è colorata, caotica e popolata da una
galleria di strani personaggi.
Passeggiamo ammirando le bancarelle degli artisti da strada più
disparati; da una parte l’Oceano Pacifico, spiagge dorate, surfisti;
dall’altra balenghi festosi e rumoreggianti.
Devo darmi un pizzicotto per convincermi che non sto guardando una
puntata di Baywatch.
E’ la nostra ultima notte a Los Angeles.
Nonostante domattina la nostra svegli trillerà alle 5.30, stasera
usciamo a cena.
Dal Radisson Hotel, ci vogliono 50 minuti buoni per attraversare la
città e arrivare ad Hollywood; dal girono in cui siamo approdati in
questa città non ci siamo ancora concessi una cenetta in un localino à
la page, perciò decidiamo di festeggiare i giorni californiani mangiando
in un animatissimo ristorante sul Sunset Boulevard.
Scegliamo il ristorante Med: il posto si rivela azzeccatissimo: ottimo
cibo, atmosfera da sogno e prezzo ragionevole.
Sento una fitta al petto, al pensiero di lasciare questa città; sono
cresciuta negli anni d’oro della televisione americana: i miei gusti, le
mie abitudini sono stati influenzati –consapevolmente o meno- da questo
Paese.
Amo Los Angeles per ciò che rappresenta: l’America, così come la vedevo
con gli occhi da bambina.
CONCLUSIONI
Come avrete certamente intuito dal mio racconto, la California mi ha
conquistato.
Il mio è sicuramente un viaggio “on the road” un pochino anomalo,
soprattutto per le sistemazioni certamente non arrangiate, o di fortuna.
D’altro canto, è anche vero che per vivere bene la sensazione dello
stato più felice, leggero e abitato da divi degli stati Uniti, bisogna
-ove possibile- calarsi un pochino nella parte degli spensierati
abitanti di questa terra… O no?
Susanna
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