HOME INFO I NOSTRI USA LINKS GUESTBOOK
 

Joshua Tree e grande formato

 
 
Eravamo arrivati al Joshua Tree National Park nel primo pomeriggio, dopo esserci fermati a scaricare bagagli e pellicole nel “solito” motel di Yucca Valley, un Super8 pulito ed accogliente in cui pernottiamo ormai da parecchi anni. I piani erano quelli di fare un po' di scouting, individuare un paio di soggetti interessanti e poi effettuare qualche scatto al tramonto.

Ci eravamo concentrati maggiormente sulle Jumbo Rocks, un'area caratterizzata da enormi formazioni rocciose delle forme rotondeggianti e bizzarre posta a poche miglia dall'entrata di Twenty Nine Palms, e sul Cholla Garden, una vera e propria foresta di cactus che occupano gran parte del Pinto Basin, una vasta vallata nella zona sud del parco.

Ci è apparso subito chiaro che non sarebbe stato possibile effettuare le riprese al tramonto in entrambe le location a causa della enorme distanza che le separava, e così abbiamo deciso di concentrare i nostri sforzi fotografici solo sulle Jumbo Rocks perchè ci sembrava potessero offrire i migliori spunti compositivi.

Avevamo individuato una strana formazione rocciosa, due guglie che sostengono una roccia levigata e rotonda come un pianeta, una specie di scultura moderna che negozia nuove regole aggirandosi tra  i segreti della gravità  e dell'erosione.

Sapevamo che al tramonto avremmo avuto il sole alla nostra sinistra, un pò di spalle, e confidavamo sul fatto che avrebbe colpito direttamente la roccia accendendola di colori caldi ed intensi.

Abbiamo così atteso pazientemente il momento più adatto per tirare fuori dallo zaino la nostra apparecchiatura fotografica a grande formato e, nel frattempo, abbiamo esplorato ulteriormente la zona alla ricerca della prospettiva ed inquadratura migliore.

Ad un certo punto ho guardato l'orologio e mi sono accorto che mancavano poco più di una quarantina di minuti al tramonto, bene!, era arrivato il momento di montare la folding sul cavalletto e cominciare a comporre l'immagine.

Ed è a questo punto che sono cominciati i nostri guai.

Una volta assicurata la Gandolfi alla testa del cavalletto ho provato a rilasciare le due manopole che tengono bloccata la folding per poterla così aprire nella posizione di ripresa ma, con un brivido di orrore, ho realizzato che le manopole erano bloccate.

Dico con un brivido d'orrore perchè sapevo di non avere con me una pinza o un cacciavite: le nuove misure di sicurezza agli aereoporti mi avevano convinto a lasciare a casa gli oggetti a rischio di confisca, riservandomi poi eventualmente di acquistarli sul posto.

Il problema era che non avevamo ancora comperato nulla, era il nostro secondo giorno di viaggio e l'entusiasmo e la voglia di fotografare erano stati più forti della prudenza e dei buoni propositi fatti prima di partire.

Vabbè, mi sono detto, con un pò di forza bruta riuscirò sicuramente ad allentare le due manopole.

Niente di più sbagliato! Nonostante tutti i miei sforzi le due manopole non ne volevano sapere di allentarsi.

Stremato e con una piaga dolorosa sul dito indice della mano destra (che mi ero procurato per lo sforzo eccessivo), ho guardato Cristina negli occhi ed in quel preciso momento ci siamo detti, senza proferire alcuna parola, che la foto era persa.

Ma non volevo arrendermi.

Ho proposto a Cristina di uscire dal parco, trovare un supermercato, acquistare una pinza e tornare indietro per scattare la foto.

Era però una corsa contro il tempo: Twentynine Palms, il paese più vicino, distava una decina di minuti di macchina ed il sole stava inesorabilmente scendendo dietro l'orizzonte, il rischio era quello di arrivare troppo tardi.

Abbiamo però deciso di provarci ugualmente.

In qualche modo, correndo come forsennati, infrangendo almeno una decina di leggi del codice della strada statunitense, siamo riusciti ad acquistare una pinza e a tornare indietro in tempo per cogliere gli ultimi minuti di luce.

In pochi secondi Cristina ha aperto la folding, composto l'immagine e messo a fuoco: eravamo pronti per le rilevazioni esposimetriche e lo scatto.

La scena che si apriva ai nostri occhi era di una bellezza indicibile: le rocce, bagnate dall'ultimo raggio di sole, si erano tinte di un arancione caldo e pacato che emergeva dalle lontananze di un cielo azzurrissimo.

Nella parte bassa dell'inquadratura invece una zona d'ombra, verso cui le luci sembravano digradare  in modo omogeneo, ricopriva di un velo impalpabile le rocce, le piante, la sabbia...

Capii subito che, se avessi dovuto affidarmi al mio esposimetro a spot per la scelta dell'esposizione, avrei passato i successivi dieci minuti in costanti rilevazioni esposimetriche delle alternanze di luci ed ombre ed in complicati ragionamenti.

Ma noi non avevamo dieci minuti: ormai il sole era arrivato alla fine del suo viaggio e stava affogando dietro la linea dell'orizzonte

Anche questa volta c'era bisogno di una soluzione d'emergenza e creativa.

Come in preda ad un raptus ho tirato fuori dallo zaino la Canon S50, la compatta digitale che avevamo acquistato poco prima di partire e da utilizzare per le foto più "turistiche", ed ho effettuato un paio di scatti, verificando il risultato finale sul piccolo schermo a cristalli liquidi e annotando la coppia tempo/diaframma assegnata dall'automatismo.

Ho scelto allora l'immagine più simile a quella che avrei voluto fosse il nostro risultato finale, per dirla alla Ansel Adams alla nostra "immagine mentale previsualizzata", ho "trasposto" la coppia tempo/diaframma sulla ghiera del mio esposimetro a spot ed ho così ottenuto il tempo equivalente per la chiusura di diaframma che avevamo prescelto, f/22.

Risultato?

Una delle foto migliori di questo viaggio.