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La domenica
mattina in cui arrivammo a Little Rock pensavamo solo alla paurosa
escursione termica che avremmo subito dall’aria condizionata del nostro
Ford Windstar al caldo incondizionato che sapevamo ci avrebbe accolto
nella cittadina natale del presidente Bill Clinton… E nemmeno qui fummo
smentiti: un caldo umido che faceva quasi rimpiangere la nostra Brescia
d’estate, ma in fondo era un po’ come essere tornati a casa per un attimo.
Subito ci recammo in hotel e l’opzione votata all’unanimità fu la piscina…
Il bagno ristoratore ci ridiede quella vitalità necessaria per recarci nel
centro, (Lory ,da buon fighetto, voleva sempre andare in centro, e se non
lo trovavamo era sufficiente dirgli: ”siamo in centro” per farlo smettere
di rompere), non prima di aver conosciuto il mitico Jonnie Walker, il
batterista di una band Rockabilly del Wisconsin, gli arcinoti Black
beaters, che ci invitò alla sua performance serale in una sala da biliardi
aperta dalla mezzanotte alle sei del mattino… Ed eccoci finalmente giunti
nel centro della città: lo zoo comunale, il palazzo del governatore,
l’università, il museo d’arte contemporanea, il palazzetto dell’Hockey, i
ponti; ma ci accorgemmo di un piccolo particolare… La città era deserta!
Andammo allora in un parco pubblico e nemmeno lì anima viva; capimmo
allora perché il presidente Billy preferiva giocare al dottore sotto la
scrivania con una balena piuttosto che uscire e godersi il parco della
Casa Bianca: dalle sue parti non si esce mai. Mai prima delle nove di
sera, dove il quartiere dei locali, peraltro da noi “beccato per culo”,
era una sorta di bolgia di pub e club con musica dal vivo inebriati da
un’atmosfera indescrivibile. Dopo una cenetta in un pub Inglese, tanto per
cambiare, e una massiccia dose di birra, tanto per cambiare, fummo
richiamati dal locale più incredibile che ci poteva capitare in quella che
fino a poche ore prima ci era sembrata Zombie City.Il nome del locale non
ce lo ricordiamo perché all’entrata non ci interessò e all’uscita nessuno
era più in grado di leggere… Avevamo infatti sperimentato in quantità
industriale la Bud Light, pensando che fosse birra analcolica e non con
poche calorie e i soliti cinque gradi…
VORREI SOTTOLINEARE CHE NESSUNO DI NOI SEI HA
MAI FATTO USO DI BIRRA ANALCOOLICA, SOLO LA GRAVE CIRCOSTANZA DELL’ARRESTO
PER GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E LA MASSICCIA PRESENZA DELLE FORZE
DELL’ORDINE CI AVEVANO INDOTTO AD OPTARE PER QUEL SURROGATO DI BEVANDA.
MA
IL BUON DIO E LA NOSTRA IGNORANZA VOLLERO…
Eravamo,
con altri cinquecento esseri sudati, nell’ombelico del mondo, due
pianoforti e una batteria, centinaia di dediche e canzoni improvvisate,
tre grandi artisti, la birra, il casino, lo sceriffo e
Michael Sborazi,
the italian singer….
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Siamo
arrivati a Memphis, domenica 17 stanchi per tutte le nostre esperienze, ma
consapevoli, di non essere solo nella città della musica blues, ma
soprattutto di essere nel luogo dove è nato e dove si conserva il mito di
Elvis Presley. Rassegnati a dover aspettare il giorno successivo per
visitare la mitica Graceland, ci siamo riposati nel pomeriggio per poi
buttarsi nella magica notte di Memphis. E li non potevamo non visitare la
famosa Beale street, dove sono raccolti i migliori locali Blues degli
Stati Uniti. Questa via, in un gioco di insegne luminose e musica, si
presentava calda e coinvolgente e noi decidemmo di viverla pienamente
visitando uno dei tanti locali presenti. Così dopo un passeggiata tra
negozi di souvenir e gruppi di musicisti improvvisati, ne abbiamo
individuato uno, siamo entrati e abbiamo assistito ad una esibizione dal
vivo, che, grazie alla bravura e al sentimento dei musicisti del gruppo,
ci ha piacevolmente coinvolto. La mattina seguente dopo la colazione
lasciammo l'albergo. La temperatura e l'afa erano insopportabili e fu
quindi un sollievo per tutti noi entrare nella gelida biglietteria di
Graceland. Riuscimmo ad avere un ottimo sconto (privilegi dell'italiano
all'estero) e dopo essere stati muniti di una guida vocale (che ci avrebbe
accompagnato con la sua voce triste e malinconica per tutte le stanze
della casa) fummo trasportati nella villa di ELVIS dall'altra parte della
strada. La casa è stile primi novecento, bianca con un fantastico parco e
tutte le comodità degne di una star (piscina, maneggio, tiro a segno
etc.). L'interno, rimasto come era stato lasciato, era una mix strano tra
normalità ed eccessivi deliri di onnipotenza. La varie stanze oltre a
raccontare la sua vita, il suo lavoro erano una vera e propria vetrina di
tutti i suoi successi e tutto quello che aveva rappresentato il fenomeno
Elvis Presley. Usciti dalla casa in un angolo del parco, perennemente
ricoperto di fiori, si trova la sua tomba dove i suoi fan ancora tuttora
si fermano a piangerlo. A questo punto finita la visita nella casa siamo
ritornati nella zona della biglietteria dove abbiamo visitato il suo parco
macchine e i suoi aerei privati. Prima di lasciare Graceland ci siamo
goduti alcune canzoni di Elvis cantate dai suoi sosia e poi siamo
ritornati verso l'albergo. Dopo un tuffo in piscina e un'ottima doccia,
avevamo pensato di ritornare in Beale Street per la serata, ma arrivati
nelle vicinanze siamo incappati una situazione che poteva diventare
pericolosa (abbiamo segnalato alla polizia una persona il cui
comportamento ci aveva convinto ma non danneggiato e avevamo paura di
ritorsioni dei suoi amici) e quindi a malincuore siamo dovuti ritornare in
albergo. |
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