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ARTICOLI SUGLI STATES

 
  QUEL GENIO DI JOHN BELUSHI  
 

Che dire di colui che mi sono “tatuato” sul braccio, ma soprattutto nel cuore e nel mio modo di fare spettacolo.

Ebbene, penso che sia alquanto semplicistico (ed anche un po’ idiota…) dire che era il solito artista holliwoodiano che non avendo un cazzo da pensare, si drogasse e basta (Dio salvi Uncle Jack).

La sua carriera è stata precisa e corretta nella sua pratica genialità, folle ed innovativa nella sua comicità, forte e piena d’anima nella sua musica, che poi è stata la colonna sonora della sua purtroppo breve esistenza.

Belushi guitto, Belushi comico intelligente, Belushi “Bluto”, Belushi cantante e “riscopritore” del “soul” più intimista e spregiudicato.

Dal teatro alla radio e poi al grande schermo ed infine al cinema, mattatore di una scena che ancora parla di lui e canta con lui.

A gente come me è rimasto dentro ed ha insegnato tanto e tanto potrebbe insegnare ancora ai giovani comici e musicanti di oggi.

Ai tempi del film Blues Brothers (1980) l’America viveva quel momento in cui i musicisti volevano fare i comici ed i comici i musicisti, mentre oggi abbiamo molti seri musicisti che non sanno di essere degli ottimi comici e John invece, era quell’ insieme poliedrico del sapere fare tutto sul palco senza schemi o filtri che minassero la sua praticità lavorativa.

Dicono che fuori dal suo lavoro fosse una persona seria e tranquilla, che scrivesse i suoi appunti sopra tutto quello che gli passava per le mani, fazzoletti di carta, pacchetti di sigarette e si presentasse con le idee scritte così, quindi non un modo di fare approssimativo, ma un modo di essere artista in quella maniera.

Si sono spese parole, articoli, interviste ed io penso di non essere la persona più adatta a scrivere di lui anche perché sono molto di parte essendo un suo Fan sfegatato e devoto.

Stessa devozione che però ho riscontrato nel mio periodo da musicista blues negli States, dove ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei suoi musicisti, ascoltando storie ed aneddoti su di lui ed appunto riscontrando da parte di tutti quel rispetto, sia per il Belushi artista che per il Belushi uomo.

Ho visto i suoi film varie volte  ed oltre ai più conosciuti ( Hanimal House e Blues Brothers), vorrei consigliarvi se riuscite a trovarlo “Chiamami aquila”, probabilmente l’unica pellicola in cui troverete il personaggio che più si avvicina al vero John Belushi uomo e che ci fa capire la sensibilità di colui che è passato troppo velocemente per essere completamente compreso nel suo insieme.

Pochi giorni fa ho visto un intervista ai suoi amici e collaboratori storici, da Dan Aykroyd a John Landis per poi passare al suo manager Bernie Brillstain e suo fratello Jim e non dimentichiamo gli amici musicisti, James Taylor, Keit Richards e tanti altri, ed in tutti parlando della sua morte c’era un comune denominatore: la rabbia immensa perché non avrebbero più potuto vederlo e questa, a mio avviso è la più grassa eredità che un uomo possa lasciare ai colleghi, agli amici ed anche a quelli che come me non lo conoscevano ma ammiravano.

Grazie John per le cose che hai fatto, anche gli errori, perché da quelli impariamo tutti e ti assicuro che ogni volta che suoneremo “Sweet home Chicago” faremo la nostra piccola parte in modo che nessuno si dimentichi di te.          

Enrico Zani (www.gliamicidituamogle.com)

 
  LE FREEWAY  
 

          Prima di scrivere questo trafiletto sono stato dieci minuti a ricordarmi la sensazione di sicurezza e di libertà che mi ha dato la prima autostrada americana che ho percorso guidando. Mi trovavo 30 miglia fuori da S. Francisco, di sera tardi, avevo atteso una vita l’auto a noleggio da un Messicano che perdeva tempo a farsi il segno della croce ad ogni “enter” che inviava al suo computer;  2 interminabili ore in pantaloncini corti e maglietta spavalda, con l’equivalente di 15,5 gradi,  reduce da una giornata da turista  su e giù per la downtown a piedi per non so quante miglia, affamato e incazzato perché non ci avevano confermato l’albergo per la notte stessa, con la carta di credito bloccata e con il mio fido navigatore Perro che litigava con la sola cartina in coreano che esisteva in tutti gli U.S.A.: insomma ce le avevamo addosso tutte…

          Ma eccola là la 101, l’autostrada più grande ed illuminata che avessi mai visto in vita mia; mi accoglieva tra i suoi spartitraffico stroboscopici come se volesse avvinghiarmi tra le sue gambe: cinque corsie per ogni senso di marcia sulle quali le ordinate luci dei veicoli sembravano un’infinita fiaccolata di Capodanno con quattro mesi d’anticipo e le decine di svincoli a ponte che da lei si diramavano mi rammentavano le piste Polistyl dei miei più proibiti sogni infantili. Migliaia di auto che viaggiavano parallele, tutte alla stessa velocità…

          Pensai per un momento che le nove ore di fuso orario cominciassero a darmi dei seri problemi di concentrazione e mi misi a colloquiare con il mio fido condivisore di avventure e mi ci volle una frazione di secondo per capire di essere di nuovo nel mondo reale: ero nella direzione opposta, verso la Uptown, non proprio un bel posticino… Poi, dopo 2600 miglia cominci a non sentira più quelle strane sensazioni trasmesse dalle infinite strade americane, ed è qui la cosa triste….Sì è triste quando torni a casa e ti accorgi che la A4 la attraversavi tutte le mattine a piedi per andare a far colazione…(Fello)

 
  45 MOTIVI PER ANDARE NEGLI STATES ( B. Severgnini )  
  1 Lo spazio. Niente claustrofobia, nemmeno negli ascensori.
2 La bandiera. Magari la usano per farci il cappottino al cane, ma le vogliono bene.
3 La prevedibilità. Se esiste una soluzione semplice, gli americani scelgono quella.
4 Gli errori. Sbagliare non vuol dire fallire, in America. Vuol dire averci provato.
5 Le facce. Difficile sentirsi diverso, perchè di uguale non c'è (quasi) nessuno.
6 La carta di credito. Una soluzione semplice per un mondo complicato (basta averla).
7 I gadget. Piccoli grandi oggetti di cui gli americani non riescono a fare a meno (noi nemmeno, dopo un paio d'anni).
8 Gli autonoleggi. Dieci minuti e siamo al volante.
9 Distributori, bagni pubblici, motel, interruttori: sono dove servono. E funzionano.
10 Le strade. Sembra di essere in America (ma perchè parcheggiano nei "driveways" e guidano nei "parkways"?).
11 La lingua. Chi scrive "2nite" invece di "tonight" di sicuro ha in mente qualcosa.
12 Le celebrità di Hollywood. Sono i reali d'America. Il vantaggio è che ogni tanto li cambiano.
13 I parchi-divertimento. Sembra incredibile, ma ci si diverte.
14 Gli ottovolanti. Sono più di otto, e quasi si vola davvero.
15 Il succo d'arancia. Talvolta sa addirittura d'arancia.
16 L'umorismo. Quando lo capiscono, gli americani si divertono. Quando non lo capiscono, ci divertiamo noi.
17 La correttezza politica (political correctness). Una buona intenzione diventatata una leggera assurdità. Con questa, vi
divertite di sicuro.
18 Le autoradio. Non sono computer spaziali come in Italia.
19 I poliziotti. Ci sono e si fanno notare. Talvolta sembrano aver visto troppi telefilm, ma glielo si perdona.
20 Il nome proprio. Lo dite una volta, e un americano lo ricorda per sempre (mentre voi dimenticate il suo).
21 La salsa barbeque (BBQ Sauce). Un profumo inebriante per un'esperienza importante.
22 I sobborghi (the suburbs). I tropici dell'antropologo dilettante che si nasconde in ogni europeo.
23 Le mance. Provate a non lasciarle, e la vostra diventerà una vacanza-avventura (oh yes).
24 Le bistecche. Capirete perché piacciono tanto a Tex Willer.
25 I ristoranti vietnamiti. Bella conseguenza di una brutta guerra.
26 I "Chocolate Chips Cookies" (biscotti con pezzetti di cioccolato). Niente da aggiungere: assaggiateli.
27 I SUV (Sport Utility Vehicles). Potrebbero arrivare in Patagonia per montagne e deserti, e invece sono parcheggiati tutti davanti alle "malls".
28 Gap, Banana Republic, Ann Taylor: fate gli ultimi acquisti, prima che diventino italiani (leggi: belli, ma cari e sofisticati).
29 Brooks Brothers. Quaranta dollari per un'ottima camicia: sembra onesto.
30 Il cotone. E' un'altra cosa.
31 I saldi e gli sconti: le vere armi non convenzionali dell'America, contro cui non c'è difesa.
32 Elvis, the King. Venticinque anni dopo, resta un bel tipo.
33 Bruce Springsteen: il più influente pensatore americano esiste davvero.
34 I cimiteri: riposanti, e non solo per i residenti.
35 I "pankakes". L'anima dolce del continente.
36 E-commerce: c'è perfino qualcosa da comprare (esempio: interessa "Ciao, America!"? Lo trovate su Amazon.com.Trenta per cento di sconto).
37 I dollari. Gli americani non si vergognano a parlarne (ho imparato anch'io. Vedi sopra).
38 Le scritte al neon, i calmanti dell'ansietà nazionale.
39 I secchi della spazzatura. Grandi, efficienti. E li portano via.
40 Il basket in TV. Meglio se con pizza Domino e birretta gelata.
41 Birre. Sam Adams e Sierra Nevada, e andate sul sicuro.
42 Il ghiaccio. Utile per rinfrescare la fronte, fermare il sangue dal naso, curare piccole botte. Basta non metterlo (in quantità industriale) nella Coca-Cola.
43 Il "Drive Thru". Quando devono ordinare il pasto davanti a un citofono, gli italiani si fanno prendere da panico. Spassosissimo.
44 Il cappuccino. Ormai vale il nostro (basta non berlo dopo i pasti, come fanno loro).
45 Linguini Primavera e Fettuccini Alfredo. Spiegate che in Italia non esistono, e li hanno inventati gli americani. Diventerete l'uomo/la donna più popolare della comitiva.
 
  COLORADO PLATEAU (Marco di www.fotoavventure.it)  
  Al tramonto una luce trasparente e calda irrompe sulle pareti scolpite del Paunsaugunt Plateau.

Gli hoodoo del Bryce Canyon, quei preziosi ricami di roccia modellati da secoli di erosione, da notti di vento e dalle acque di fiumi antichissimi, si accendono come tizzoni ardenti che rilucono nella sera.

Rossi che annegano nell’arancione, rosa che esplodono nel grigio, tutte le sfumature dei marroni, della terra e del cielo.

Alcuni sostengono che in questo canyon si possono osservare sessanta differenti tinte di colore.

Mai affermazione mi è sembrata più vera, soprattutto qui ed ora.

Adesso capisco anche perché i Paiute credevano che gli hoodoo fossero uomini malvagi, il “popolo della leggenda”, pietrificati dal Coyote, il demiurgo imprevedibile e bizzarro che li volle punire così per le loro malefatte.

Percorrere i sentieri che discendono il Bryce Canyon è, infatti, come violare una foresta incantata di rocce, scavalcare i bastioni di una città magica, passare attraverso i corpi tormentati e rappresi di una stirpe lontana, fantasma tra i fantasmi. E non solo. Ci si convince sempre più che uno scultore raffinatissimo ed instancabile, dotato di una volontà artistica che trascende le nostre visioni più ardite, abbia cesellato queste rocce ricavandone forme inaudite e sorprendenti.

Ma questo scultore è inafferrabile come la sabbia, incontenibile come le tempeste ed affonda le sue mani nelle forze primigenie della natura e nel lento trascorrere delle stagioni.

Il suo nome volgare è erosione ed ha pochi strumenti di lavoro, l'acqua e il vento e il fuoco, gli elementi che hanno forgiato il nostro pianeta.

Il suo regno prediletto è il Sud Ovest degli Stati Uniti, in particolare quella zona chiamata Colorado Plateau, un ideale cerchio geologico compreso tra Utah, Arizona e Nevada: in nessun’altra parte del mondo le sue opere sono così stupefacenti, le sue composizioni così suggestive, il suo talento così visionario.

Ricordo ancora l'emozione provata la prima volta che ho visto la Monument Valley.

Stavo guidando da ore nella sconfinata riserva Navajo dell'Arizona, galleggiando senza pensieri sulla prateria assolata tra Second Mesa e Kayenta, quando improvvisamente si issano all’orizzonte due enormi vele di roccia brunita, levigata e tagliente come ossi di seppia: sono i mitten della Monument Valley.

E’ una vista che mi lascia senza fiato, un altrove che irrompe nel mio sguardo, un quadro surrealista.

Nella vallata si ergono, isolati e remoti, questi enormi monoliti di pietra, su cui scorrono cieli trasparenti e azzurri freschissimi. E’ impossibile non rimanere attoniti.

Qui una volta c’era un altopiano, solidissima roccia che occupava tutta la valle. Poi, l’opera paziente dell’erosione, ha modellato questi monumenti, questi altari di roccia creati per appagare il nostro desiderio di sacro, di infinito e di stelle.

Lo sapevano bene i Navajo, o meglio i Dineh, come loro preferiscono chiamarsi nel loro idioma originale, che hanno abitato in questa valle fin dal XIV secolo, costruendo, al riparo dei monoliti, le loro tradizionali abitazioni di fango secco e legno, gli hogan. Infatti, secondo la loro concezione cosmologica, i mitten della Monument Valley sono le mani lasciate dagli dei con la promessa di un loro prossimo ritorno.

E i Dineh saranno lì quando gli dei ritorneranno, li accoglieranno con canti e danzeranno tutta la notte.

Fortunatamente la maggior parte di queste incredibili bellezze naturali sono facilmente raggiungibili e visitabili, dal momento che il Governo degli Stati Uniti ha istituito, nel corso degli anni, una serie di Parchi Nazionali nelle zone di maggiore interesse geologico e paesaggistico. In ogni parco sono presenti tutte le strutture idonee ad accogliere i visitatori: strade asfaltate per spostarsi con la propria auto, moderni ed accoglienti Visitor Center, mappe del parco con descrizione dettagliata dei sentieri che si avventurano nelle aree più selvagge, visite guidate accompagnati dai ranger...

Oggi tutti possono godere dell'imponente spettacolo di Arches nello Utha meridionale, il parco nazionale con il maggior numero di archi naturali al mondo, quelle enormi orbite vuote che cullano il cielo, oppure scrutare le profondità nascoste del Grand Canyon, quel labirinto di solchi e di rughe scavate dal fiume Colorado.

Ma esistono anche luoghi meno accessibili, o semplicemente meno conosciuti, a volte luoghi misteriosi e magici, che custodiscono nel loro scrigno segreto gemme tanto preziose quanto rare.

Anche qui la forza terribile del fuoco, del vento, le acque inarrestabili dei fiumi e delle piogge, le sabbie e le tempeste che soffiano incessanti sull’uscio dei secoli, hanno plasmato le formazioni rocciose più suggestive e stupefacenti che io abbia mai visto.

Ancora una volta, Maestra Erosione e le sue sculture viventi.

A cominciare dal fuoco, mescolato con l'acqua, come nel caso del Fly Geyser.

Quando arrivo a Gerlach, piccola cittadina sperduta nel Black Rock Desert, una distesa piatta e accecante che divora la parte nord del Nevada, mi rendo subito conto che qui, probabilmente, comincia la fine del mondo: trenta case, una pompa di benzina e tanta tantissima polvere. Insomma, l’ultimo avamposto di civiltà nel raggio di 200 miglia.

Non ho la più pallida idea di dove si trovi esattamente il geyser.

Un fotografo professionista mi ha suggerito, in malafede, “somewhere in the desert”, da qualche parte nel deserto.

Mi viene incontro un ragazzo, con il volto tatuato come un Maori, cui chiedo informazioni. Sostiene che qui nessuno mi dirà dov'è il geyser, agli abitanti di Gerlach non piacciono i forestieri.

Ma non ha considerato il fatto che il titolare dell'unico locale del paese è un italiano, Bruno, originario di Lucca, che si è trasferito in questo punto indefinito del deserto verso la fine degli anni quaranta per lavorare come minatore. Adesso è in pensione ed ha investito tutti i suoi risparmi in questo bar, il Bruno's Country Club, un progetto quantomeno bizzarro, ma come posso permettermi di mettere in discussione il sogno di tutta una vita?

Soprattutto dopo che, grazie a Bruno, in poco meno di un'ora il Fly Geyser mi accoglie sputando acqua e vapore nel vento caldo del deserto. Non ho mai visto niente di simile: quattro camini di fango pietrificato, feriti al petto da verdi cangianti e gialli iridescenti, sorretti da scalinate improbabili e pozze di zolfo.

E' talmente perfetto che sembra finto, una sagoma di gesso dipinta da un abile pittore, pronta per essere utilizzata in qualche parco a tema della Disney.

Mi siedo vicino al bordo della piscina di acqua calda che si è formata ai piedi del geyser ed aspetto il tramonto, smarrendomi nelle ombre che trascorrono sulle pareti di roccia e fango. E' una scena primitiva e viscerale, tanto che percepisco sotto il mio corpo i catini di lava che gonfiano l'acqua fino a farla esplodere. Mi sento come il primo uomo apparso sulla terra e sto assistendo al difficile parto delle Montagne della Luna.

Vorrei rimanere qui per sempre, ma domani devo arrivare a Mono Lake, il lago cattedrale, una raffinatissima composizione architettonica dilaniata da bastioni di tufo, spire contorte di roccia, torri che amputano il cielo.

Nella notte percorro le 200 miglia che mi separano da Lee Vining, il piccolo paese sdraiato ai piedi del Tioga Pass, l’impressionante valico scavato tra le vette dello Yosemite National Park, una cascata di catrame e di nuvole, un salto vertiginoso di oltre 3.000 metri, dalle nevi perenni di Tuolumne Meadows giù, a perdifiato, fino alle prime ombre lucenti del deserto.

E’ qui che le schegge impazzite di un’alba incollata e sintetica rimbalzano sulle acque salate del Mono Lake, appena increspate da una brezza leggera.

In questo antichissimo lago, si pensa che la sua formazione risalga ad oltre un milione di anni fa, grazie alla altissima concentrazione di sale delle sue acque ed alla presenza di affluenti sotterranei, si è verificato un fenomeno unico al mondo: la formazione di bizzarre sculture su tufo, aculei di istrici pietrificati, ponti levatoio, cattedrali innalzate per consolare l’orizzonte acceso delle maree.

Quando le acque del Mono Lake si sono ritirate, questo regno sommerso e misterioso si è rivelato al mondo in tutta la sua magnificenza.

I suoi sudditi se ne sono andati ormai da molti anni, i membri della tribù dei Kuzedika’a che hanno vissuto qui nutrendosi delle larve della mosca alkali, larve che, ancora oggi, infestano a milioni le rive del lago, ma della loro antica presenza è rimasto un alone, quantomeno nei nomi che sono stati dati a questi luoghi.

Infatti, Kuzedika’a significa “mangiatori di mosche”, e nella lingua degli indiani Yokut, i loro cugini di ceppo Paiute, “mangiatori di mosche” è tradotto proprio dalla parola Mono.

In realtà è qualcosa di più di un nome che mi accompagna mentre mi allontano dal Mono Lake: è piuttosto una forma di vita, la percezione acuta che ho vissuto anche io, mentre camminavo tra le sponde di South Tufa accompagnato da nuvole di mosche che si levavano al mio passaggio, quella straordinaria simbiosi tra l’uomo ed il luogo da cui trae le risorse per la propria sopravvivenza, quel senso pagano di sacro e di rispetto che scaturisce dal cordone ombelicale che ci lega alla terra.

Ed annegano nei miei occhi i torrioni bianchi e d’avorio del Mono Lake, e rilucono nella sera come fari dolenti.

Ma oramai sono già arrivato a Page, al confine tra Utah ed Arizona, e sono pronto ad entrare in un altro regno, quello di The Wave, l’onda scavata nella roccia, sabbia e vento e schiuma che si inabissano là, dove termina il confine tra la terra ed il cielo.

Un altro capolavoro, un’altra opera eccelsa di Maestra Erosione.

Ma arrivare a The Wave non è un’impresa facile.

Bisogna camminare per quattro miglia all’interno di una delle aree più remote e selvagge dello Utah, la Paria Wilderness, senza alcun sentiero tracciato, guidati solo dal proprio senso dell’orientamento e da pochi riferimenti visivi (una collina, una fenditura nella roccia, un albero), cercando di non smarrirsi in uno degli ambienti più aridi ed inospitali del Sud Ovest degli Stati Uniti. Ricco però di giardini incantati di roccia, di rarissime e delicate formazioni geologiche.

Come The Wave, che si cela timida dietro l’ansa di un fiume immaginario, nascosta dai vortici viola e porpora delle Coyote Buttes, là, nell’unica zona del continente americano in cui è ancora possibile ammirare il condor della California.

Ed è talmente isolata, così lontana da ogni ipotesi di civiltà o di pensiero umano, che è come se il cuore stesso del creato fosse stato sepolto qui, e che il suo pulsare, il ritmico incedere dei flussi sanguigni e dei sieri, abbia originato questa stupefacente opera d’arte.

The Wave è un’onda, un’onda perfetta scavata nella roccia, fasci di muscoli pietrificati ed esposti al sole, al dolore delle stagioni, filamenti paralleli di stelle comete, scie iridescenti di astri sconosciuti. Mantenersi in equilibrio tra i suoi flutti è come cavalcare un arcobaleno di sabbia pietrificata, tra cavalloni obliqui e lisergici, bagliori alla deriva.

E poi scivolare ad est, verso il Lago Powell, tra le braccia dell’alba.

Si, perché nelle vicinanze di Page esistono altre rivelazioni per i miei sensi mai paghi, altre sculture misteriose e segrete, pupille spalancate su mondi invisibili.

Mi riferisco agli slot canyon, fenditure strettissime scavate nella roccia, le cui pareti sono state levigate e plasmate in forme stupefacenti dal passaggio dei fiumi alluvionali, causati dai violenti temporali estivi.

Il più noto della zona è sicuramente Antelope Canyon, scoperto nel 1931 da una giovane ragazza navajo che stava riconducendo il suo gregge di pecore a casa.

Mentre risaliva la Manson Mesa, diretta verso Kaibito, notò uno strano piccolo canyon, in cui una persona poteva infilarsi a fatica.

Le meraviglie che si dischiusero al suo sguardo, dopo che ebbe varcato le porte d’oro e di smeraldo di quell’universo inviolato, sono difficili da descrivere: golfi d’ombra, stilettate di luce, drappeggi di roccia ondulata come la seta, arazzi vorticosi di sabbia e di pietra, mani e volti protesi nell’abisso.

Entrare in uno slot canyon è sempre un’emozione intensa ed intima.

Il sole scorre sopra la tua testa e le pareti del canyon si illuminano di chiaroscuri cangianti, di pennellate dense e materiche, cariche di arancioni e di rossi e di gialli.

Non c’è mai un momento della giornata in cui l’aspetto dello slot è uguale al precedente, le forme e i colori cambiano con il mutare della luce, con il passaggio delle nuvole, con l’irrompere delle acque.

In realtà è un inconsueto caleidoscopio, continuamente modificato dagli elementi della natura.

E a me non resta che rimanere lì, ad assistere per ore a questo spettacolo sempre diverso, avvolto dal ventre caldo della terra, dimentico del mondo e di tutto quello che mi aspetta là fuori.