HOME INFO I NOSTRI USA LINKS GUESTBOOK
 

STORIA: USA

 
 

La crisi del 1929 e il New Deal  

I nodi dell'economia e della finanza si intrecciarono nella grande crisi scoppiata nell'ottobre del 1929, con il crollo della Borsa di New York, a cui né i mezzi della finanza né quelli dello stato poterono porre rimedio, così che migliaia di aziende fallirono e la disoccupazione salì fino al punto di interessare nel 1934 il 25% della popolazione attiva (circa 13 milioni di americani). Nelle elezioni del 1932 fu eletto presidente il candidato del partito democratico, Franklin Delano Roosevelt, a cui andarono i voti dei ceti medi, dei contadini, degli operai, dei disoccupati, ossia di quei settori maggiormente esposti alla crisi. Roosevelt, uomo di grande prestigio personale, incarnò le speranze di rinascita dell'economia americana e di sviluppo della società. La piattaforma elettorale fu all'insegna della parola d'ordine del New Deal ("nuovo corso"). Nella prima fase del New Deal fu posto l'obiettivo di ripristinare il credito, di rilanciare la produzione industriale e agricola, di aggredire la disoccupazione, e tutto questo con una terapia d'urto (i "Cento giorni") rapida e a tutto campo. Nel settore finanziario Roosevelt, appena eletto, mise controlli sulle banche e sul mercato azionario, punto di partenza della crisi; si indirizzò verso la svalutazione del dollaro, abbandonando la parità con le monete europee.

Nella seconda fase, avviata nel 1935, prima che le elezioni riconfermassero Roosevelt alla presidenza con una maggioranza schiacciante, l'attività di riforma assunse come impegno la sicurezza sociale e la qualità della vita (agenzia contro la disoccupazione, assicurazioni contro la disoccupazione e la vecchiaia, riconoscimento dei diritti sindacali, risanamento delle abitazioni e delle città). Uno degli interventi più estesi del potere pubblico in campo economico si realizzò con l'istituzione della Tennessee Valley Authority, un'agenzia federale per lo sfruttamento idroelettrico di quell'area. Il New Deal attuò una politica di deficit di bilancio e di incremento della spesa pubblica come leva per orientare lo sviluppo e ridurre i dislivelli di reddito tra i ceti sociali, che fu considerata da alcuni la pratica applicazione delle teorie dell'economista John Maynard Keynes. In termini economici il New Deal si risolse in un parziale successo (ad esempio il reddito pro capite nel 1940 fu inferiore, ma di poco, a quello del 1929); in termini politici riuscì a conciliare risanamento economico e ampliamento della democrazia.

La seconda guerra mondiale

In politica estera gli Stati Uniti, pur vigilando sulle proprie aree d'influenza, avevano ripreso posizioni isolazioniste che le leggi di neutralità del 1935-1937 ribadirono. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Roosevelt e il suo segretario di stato Cordell Hunt si impegnarono per convincere Congresso e opinione pubblica della necessità di fornire aiuti agli stati aggrediti da Adolf Hitler. Dopo la terza elezione a presidente, Roosevelt rinsaldò i legami con le democrazie occidentali firmando con Winston Churchill la Carta Atlantica, che riaffermava alcuni principi del programma di Wilson (autodeterminazione dei popoli, collaborazione pacifica, ricerca della pace tramite organismi internazionali) e che sarebbe divenuta di lì a poco la piattaforma politica dell'ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Questa decisione fu adottata l'8 dicembre 1941, il giorno dopo l'attacco sferrato dai giapponesi alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii: la dichiarazione di guerra al Giappone fece scattare il meccanismo delle alleanze internazionali, per cui Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti (11 dicembre). Il grande sforzo bellico permise agli Stati Uniti di superare lo svantaggio che inizialmente avevano con il Giappone e di inserirsi nel fronte europeo e africano con un contributo decisivo di uomini e di mezzi. Alle operazioni di guerra si correlò un'intensa attività diplomatica, condotta da Roosevelt di concerto con Churchill (ma talvolta con dissensi anche profondi da parte del primo ministro inglese), e sfociata nelle Conferenze del Cairo, di Teheran e di Jalta, che ebbero effetti risolutivi sia per le sorti della guerra sia per la sistemazione geopolitica del dopoguerra.

Il piano Marshall  

La guerra segnò di fatto l'espansione planetaria degli Stati Uniti, la cui influenza nel dopoguerra si esercitò, in forme e con intensità differenti, in America latina, in Giappone, nelle Filippine, nel Pacifico, in diversi paesi dell'Africa e dell'Asia, in tutte le democrazie occidentali dell'Europa. L'egemonia americana si consolidò con azioni di intervento diretto o, più spesso, indiretto nella vita politica degli stati, nelle relazioni internazionali, nelle scelte economiche. In Europa con il piano Marshall furono erogati ingenti aiuti finanziari e materiali, necessari a rimettere in sesto l'economia postbellica. Si trattava di una necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti perché un'Europa in ripresa avrebbe potuto divenire un mercato per l'economia americana. Il programma di assistenza presentava anche un risvolto politico, essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà con i paesi dell'Europa occidentale, in primo luogo con quelli nei quali i partiti comunisti avevano ottenuto alte percentuali di voti alle prime elezioni del dopoguerra (Italia e Francia).

La Guerra Fredda  

Il contrasto che già nell'immediato dopoguerra divise le due potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, assunse un carattere totale: fu cioè conflitto ideologico, strategico, politico ed economico. Il democratico Harry Truman, presidente dal 1945 al 1953, fu artefice di una linea politica tendente all'arretramento del comunismo nel mondo, nella quale si collocarono sia il piano Marshall di aiuti all'Europa, esteso a livello mondiale col programma detto del "Quarto punto", sia il Patto Atlantico di alleanza militare dei paesi occidentali (NATO). Il clima di contrapposizione quasi religiosa che si respirava negli anni della cosiddetta Guerra Fredda contagiò anche la politica interna americana, con la campagna anticomunista (il maccartismo, dal nome del suo promotore, il senatore Joseph McCarthy), che colpì soprattutto artisti, intellettuali e sindacalisti. In Corea, Truman non esitò a inviare un corpo di spedizione per ricacciare le forze comuniste dal Sud: la guerra che derivò coinvolse anche URSS e Cina e costituì il primo episodio di conflitto regionale combattuto con l'intervento diretto delle superpotenze.

Eisenhower

Il successore di Truman, Dwight David Eisenhower, governò tra il 1952 e il 1960, in un periodo di contraddizioni: da una parte l'economia raggiunse livelli record, dimostrando agli americani come il sistema capitalistico consentisse a milioni di persone di raggiungere il benessere e di incrementare i consumi; dall'altra emersero conflitti razziali che sembravano appartenere al passato. Gravi disordini portarono alla luce la questione dei neri, che denunciarono la discriminazione razziale e la povertà della loro condizione di vita. In politica estera Eisenhower estese la presenza militare americana in Asia, fornendo aiuti militari al Laos e patrocinando la costituzione della SEATO (organizzazione militare di difesa dei paesi non comunisti del Sud-Est asiatico). Nel corso della crisi di Suez (1956) tenne una condotta prudente che di fatto sconfessava l'azione militare di forza anglo-francese, pensata in risposta alla nazionalizzazione del canale da parte dell'Egitto, ma sospese gli aiuti finanziari promessi al presidente Nasser.

Kennedy e Johnson

Il programma elettorale battezzato "Nuova frontiera" con cui John F. Kennedy vinse le elezioni del 1960, frutto della collaborazione con gli intellettuali democratici, suscitò speranze in patria e nel mondo perché indicava la necessità di superare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, e di migliorare le relazioni internazionali. Una volta presidente, Kennedy sostenne la costituzione dei Corpi della Pace (associazioni di volontari impegnati per lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo), varò il piano di "Alleanza per il progresso" per aiutare l'economia latinoamericana, e misure per l'integrazione dei neri, fortemente volute dal fratello Robert, allora ministro della Giustizia. Proprio sull’America latina (Cuba) Kennedy puntò la propria attenzione, temendo che la rivoluzione castrista aprisse le porte a un avamposto del comunismo, tanto pericoloso quanto più era prossimo ai confini americani. Quando la minaccia si concretizzò con l'installazione dei missili sovietici, Kennedy decretò il blocco dell'isola, sfidando la reazione sovietica. Il ritiro dei missili da Cuba scongiurò quella che era parsa la minaccia di una terza guerra mondiale. La morte di Kennedy (1963), in un attentato compiuto a Dallas (Texas) in circostanze mai del tutto chiarite, portò alla presidenza Lyndon B. Johnson, il quale estese la politica d'integrazione razziale, turbata da gravi tumulti che sconvolsero alcune grandi città e dall'assassinio del leader nero Martin Luther King. Sotto la presidenza Johnson l'impegno americano in Indocina crebbe considerevolmente e iniziarono anche i bombardamenti di città nordvietnamite. Ma l'impopolarità della guerra, contro la quale si levò la protesta dei pacifisti con risonanza nell'opinione pubblica occidentale, e la consapevolezza di non poterla risolvere militarmente indussero ad avviare le trattative per una soluzione concordata. Nel frattempo, nel luglio 1969, la NASA lanciò con successo la missione lunare dell'Apollo 11, con a bordo gli astronauti Neil Armstrong, Edwin Eugene Aldrin e Michael Collins.

Nixon, Ford, Carter

I negoziati tra nord e sudvietnamiti, aperti a Parigi nel 1969, furono appoggiati dal successore di Johnson, Richard Nixon, che dopo aver ordinato l'invasione della Cambogia e del Laos e l'intensificazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, considerata l'impossibilità di vincere la guerra, iniziò il ritiro graduale delle truppe americane dal Vietnam. Nixon rilanciò una strategia di pace sia con gli accordi diplomatici firmati con la Cina di Mao, che rimettevano il gigante asiatico nella sfera delle relazioni internazionali, sia con i trattati per la riduzione delle armi atomiche sottoscritti con l'URSS. Nixon fu costretto a dimettersi perché coinvolto nello scandalo Watergate, che da inchiesta giornalistica assurse a simbolo della battaglia per la libertà di opinione, valore costitutivo della storia americana, calpestata dalle illegalità scoperte nell'amministrazione presidenziale. Dopo la presidenza repubblicana di Gerald Ford i democratici tornarono alla Casa Bianca con Jimmy Carter, il quale cercò di ripristinare il prestigio americano scosso dalla guerra del Vietnam, rilanciando un'azione internazionale di segno nuovo, che ebbe il suo maggior successo nella mediazione tra egiziani e israeliani, conclusasi con gli accordi di pace di Camp David. Alla grave crisi economica oppose un piano di austerità nazionale che prevedeva il controllo dei prezzi e dei salari. La politica internazionale dovette confrontarsi con la svolta operata dall'URSS di Brežnev, che rimetteva in crisi la distensione internazionale: infatti all'invasione russa dell'Afghanistan Carter rispose con forti contromisure (sospensione degli accordi sulle armi atomiche, embargo dei cereali, avvio del programma degli euromissili). La sua presidenza si chiuse con lo smacco conseguente al fallimento del tentativo di liberare i diplomatici americani, ostaggio dei seguaci dell'ayatollah Khomeini a Teheran. 

Reagan e Bush

Quando nel 1980 salì alla carica presidenziale, Ronald Reagan trovò un'America politicamente debole, incapace di reagire alla politica di riarmo e di espansione della Russia di Brežnev e con un'economia in condizioni precarie. La politica da lui attuata nel corso di due presidenze fu battezzata "reaganomics" proprio per rimarcarne il tratto personale. Del reaganismo sono state sottolineate le scelte fiscali e finanziarie, improntate al più radicale liberismo: riduzione delle tasse, contrazione dello stato sociale, massima libertà nei rapporti di lavoro (deregulation). Il boom finanziario che seguì dimostrò la sua fragilità con l'allarmante crollo della Borsa del 19 ottobre 1987. Con Reagan i bilanci dell'esercito registrarono un forte incremento, dovuto principalmente alla Strategic Defense Initiative, o Star Wars, "guerre stellari", e agli euromissili: entrambe le decisioni ebbero comunque l'effetto di indurre i sovietici a riprendere i negoziati per la riduzione delle armi offensive. Il 19 novembre 1985 a Ginevra ci fu il primo dei cinque summit fra i capi delle due superpotenze, Reagan e Gorbaciov. Nel 1988 gli statunitensi scelsero la continuità, eleggendo come nuovo presidente George Bush, già vicepresidente di Reagan, il quale conseguì numerosi successi in politica estera, condivisi con il segretario di stato James Baker, così riassumibili: cattura del dittatore panamense e narcotrafficante Manuel Antonio Noriega; vittoria contro Saddam Hussein nella guerra del Golfo, momento culminante della popolarità di Bush; firma del trattato per la riduzione degli arsenali strategici (START); avvio della conferenza di pace per il Medio Oriente; sostegno alla trasformazione democratica dell'Est europeo dopo la caduta del Muro di Berlino (1989).

La presidenza Clinton  

Dopo il lungo periodo repubblicano, le elezioni presidenziali del 1992 furono vinte dai democratici guidati da Bill Clinton, che cercò di avviare una politica di riforme che affrontasse sia la situazione economica del paese, investito da una forte recessione, sia la critica situazione sociale, che nel 1992 aveva visto la violenta riesplosione della protesta nera a Los Angeles. Clinton cercò anche di attuare una vasta riforma del sistema sanitario e assistenziale, ma il progetto fallì per l'opposizione dei repubblicani e delle grandi compagnie private di assicurazione.

Poco tempo dopo il suo insediamento Clinton fu coinvolto in una serie di episodi scandalistici, che ne provocarono una caduta di popolarità. Alle elezioni di medio termine del 1994 il Partito democratico subì una cocente sconfitta e i repubblicani conquistarono la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento statunitense. La situazione del paese, migliorata sensibilmente dal punto di vista economico e occupazionale, rimaneva però critica per una serie di problemi legati alla diffusione della criminalità e della povertà (soprattutto tra le comunità nere e ispano-americane) e dalla comparsa di un preoccupante fenomeno settario bianco, antigovernativo e razzista. Dopo il tragico episodio di Waco del 1993 (in cui, in seguito all'assalto delle truppe federali, avevano trovato la morte un'ottantina di aderenti a una setta estremista asserragliati in una fattoria) nel 1995 l'esplosione di un'auto-bomba davanti a un ufficio federale di Oklahoma City provocò 186 morti e centinaia di feriti. In politica estera, Clinton confermò il sostegno al presidente russo Boris Eltsin e aiutò il riavvicinamento di israeliani e palestinesi, culminato nell'incontro di Washington tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat (settembre 1993). Gli Stati Uniti ebbero un ruolo importante nella risoluzione della crisi bosniaca e lo sforzo della loro diplomazia condusse agli accordi di Dayton (1995).

Sviluppi recenti  

Le elezioni del 1996 hanno riconfermato Clinton alla presidenza e la maggioranza repubblicana nel Parlamento. Il secondo mandato di Clinton si è caratterizzato all’interno per una ripresa dell’economia e dell’occupazione, ma anche per un forte deterioramento della situazione sociale e per un aumento della criminalità. A monopolizzare tuttavia la scena politica nazionale è stato per lungo tempo il "Sexgate" (o "caso Lewinsky", dal nome della stagista della Casa Bianca che agli inizi del 1998 ha rivelato la sua relazione con il presidente Clinton). Sottoposto a un’inchiesta meticolosissima da parte del procuratore Kenneth Starr e in seguito accusato di falsa testimonianza e di intralcio alla giustizia, Clinton è stato oggetto di un’ossessiva e morbosa campagna politico-giuridico-mediatica, continuata a dispetto di un’opinione pubblica infastidita e determinata a salvaguardare il prestigio della "presidenza" degli Stati Uniti. Questa campagna, iniziata e portata avanti dai repubblicani anche dopo la tenuta dei democratici nelle elezioni di "medio termine", si è risolta con la bocciatura della richiesta di impeachment a carico di Clinton.

La politica estera di Clinton è stata invece volta a confermare l’immagine di un paese potente e la centralità del suo ruolo. Clinton ha conseguito degli indubbi successi diplomatici, ad esempio evitando il fallimento dei negoziati di pace in Medio Oriente e in Irlanda. Tuttavia non sempre è riuscito a padroneggiare la complessità delle relazioni internazionali, che dopo il crollo della superpotenza sovietica stentano a trovare un equilibrio stabile. Confermata la sua ostilità a Cuba e alla Libia, il presidente americano ha lanciato una sfida al fondamentalismo islamico: tale operazione gli ha però procurato il dissenso di molti paesi arabi, compresi quelli tradizionalmente amici come l’Arabia Saudita o la Giordania, che hanno infatti preso le distanze dagli Stati Uniti quando questi hanno minacciato un nuovo massiccio intervento militare in Iraq alla fine del 1998 (poi evitato grazie al successo della missione diplomatica del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan). In seguito ai drammatici sviluppi del conflitto in atto tra serbi e albanesi in Kosovo, nel febbraio del 1999 gli Stati Uniti hanno preso parte, con gli altri paesi del gruppo di contatto (Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia), ai negoziati di Rambouillet, rivolti a raggiungere un accordo che garantisse l’autonomia della provincia e la sicurezza dei suoi cittadini e che scongiurasse il precipitare della crisi. Dopo il fallimento dei negoziati, l’amministrazione statunitense è stata la più risoluta nel sostenere l’intervento armato dell’"Allied Force" (Forza Alleata), una coalizione formata da alcuni paesi della NATO, tra cui l’Italia. L’offensiva contro la Serbia – che ha posto fine alle violenze serbe contro la popolazione albanese, conseguendo l’obiettivo principale per il quale era stata lanciata – si è però risolta in una mezza sconfitta per la NATO. Incapace di battere Miloseviæ se non scatenandogli contro una guerra totale (onerosa da un punto di vista militare e insostenibile da un punto di vista politico), dopo 45 giorni di ininterrotti bombardamenti la coalizione occidentale ha dovuto rivolgersi all’ONU e alla Russia, precedentemente emarginate, per riallacciare le trattative con Belgrado e giungere a un accordo di pace che ha accettato in buona parte le richieste avanzate dai serbi a Rambouillet. Ma il conflitto ha causato anche un improvviso deteriorarsi delle relazioni tra Stati Uniti, Russia e Cina (l’ambasciata cinese di Belgrado è stata peraltro colpita, "per errore" secondo la versione ufficiale, durante i bombardamenti). L’incidente non ha tuttavia avuto conseguenze sui negoziati commerciali tra Washington e Pechino, che a novembre del 1999 hanno firmato (smentendo le voci che davano per imminente una clamorosa rottura delle trattative) uno storico accordo che ha aperto il mercato cinese (definito "il più grande della storia") alle merci statunitensi.

Nel corso degli ultimi due anni l’economia del paese, grazie soprattutto al settore delle telecomunicazioni e ai sorprendenti sviluppi delle attività legate a Internet, ha registrato un’ulteriore crescita (nel maggio 1999 l’indice Dow Jones, triplicato sotto la presidenza Clinton, ha infatti superato per la prima volta gli 11.000 punti; nello stesso anno la crescita economica complessiva del paese è stata del 4,2%, con un picco del 7,3% nel quarto trimestre). La sempre più diseguale distribuzione della ricchezza sta però anche favorendo la crescita di un forte malcontento e lo sviluppo di un ampio movimento di critica alla globalizzazione che coinvolge anche il mondo del lavoro; nella primavera del 2000, i sindacati americani sono stati infatti tra i protagonisti di una clamorosa protesta contro il vertice di Seattle dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO).Alla fine del 2000 gli Stati Uniti hanno e letto il nuovo presidente, e George W. Bush, figlio dell’ex presidente.

tratto da I viaggi di Maxebia

 

11 settembre 2001